Cronachesorprese

17 febbraio 2017

Due atenei romani tra due papi e le intermittenze laiciste

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“Università è dialogo nelle differenze”. L’ha appena detto Papa Francesco all’Università di Roma Tre tra gli applausi. Interpreto la totale assenza di proteste durante la permanenza del Pontefice nell’ateneo come un’ammissione di errore da parte di quelli che nove anni fa si stracciarono le vesti per l’ipotesi di una visita di Benedetto XVI alla Sapienza (o lezione, poco importa: Ratzinger ha titoli accademici sufficienti per fare una lezione, come Bergoglio del resto, che nella sostanza sta rispondendo alle domande degli studenti come da una cattedra, quindi poche balle). E lo spettacolo peggiore non lo diedero gli studenti ma i professori. Avevate fatto una cagnara indegna, fate bene a stare in silenzio oggi. Così, tanto per puntualizzare, perché le azioni di forza contro il libero pensiero IO non le dimentico.

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Aggiornamento

Mi fanno notare che oggi sarebbe anche l’anniversario (417 anni) dall’esecuzione di Giordano Bruno. Quindi insomma, la faccenda è ancora più eclatante. Nove anni fa nel nome di Galilei un manipolo di professoroni sciamannati della Sapienza (un’università fondata da un Papa, è notorio ma non fa male ripeterlo), accodandosi alla lettera di Marcello Cini gracidavano il loro “vade retro” all’”oscurantista” Benedetto. Oggi un altro laicissimo ateneo di Roma accoglie a braccia aperte e incensa Francesco nel nome del dialogo e a nessuno degli indignati di nove anni fa viene in mente di ricordare che il 17 febbraio è una data segnata in rosso nel calendario di ogni laicista italiano perfetto. Che dire, il vento è cambiato? O gli sciamannati sono semplicemente caduti in contraddizione? Io dico la seconda, perché il vento nei fondamentali della fede cattolica non è affatto cambiato, e vorrei vedere. Temo che la speranza di uscire dal dogma illuminista della strumentalizzazione della vicenda del povero frate nolano in funzione anticattolica sia una vana speranza. È solo una disattenzione. Che rende ancora più evidente quanto sia stata isterica la reazione del 2008. Ecco, speriamo almeno di non dover più vedere una Università (o una parte significativa del suo corpo docente) negare a un Papa il diritto di parola.

1 novembre 2016

Ecumenismo e buona stampa

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Sapete dove sta (a mio modesto parere) una delle più grandi novità dell’incontro ecumenico di Lund? Non certo nel dialogo amichevole tra cattolici e luterani, cominciato da tempo e proseguito anche con il contributo di Ratzinger (che a Erfurt nel 2011 usò parole molto simili a quelle usate da Francesco). Sta in quell’invito rivolto sull’aereo ai giornalisti, “aiutateci a spiegarlo”. E mi sembra che l’invito sia stato ascoltato: non vedo sui giornali le solite semplificazioni. Sono passati quasi cinquecento anni dalla riforma e negli ultimi cinquanta è cominciato finalmente un cammino nuovo, di cui Lund è solo una tappa; ne sono passati invece appena dieci dal fraintendimento di Ratisbona, uno sgambetto e un cattivo servizio (ai lettori più che alla Chiesa) per il quale molti giornalisti devono ancora chiedere scusa, ma quello strappo, che nell’epoca dell’informazione istantanea non è cosa da poco, sembra quasi ricucito. E di questo bisogna dar merito a Papa Francesco.

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17 gennaio 2015

Frankie vince per KO tecnico

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Il Gramellini più infelice e pedante di sempre è stato messo al tappeto da Frankie, ma pochi se ne sono accorti. Sembra di essere su Marte a dover spiegare. Eppure ancora una volta ce n’è bisogno perché per molti, oltre che per il sempre più tronfio notista della Stampa, la frase di Papa Francesco sull’aereo, quella del “pugno”, è stata un errore. Sarà. Io non ho visto scivoloni papali, ho visto molti scivoloni giornalistici, tanti ditini alzati e poca sostanza. Ma possibile che ogni tanto ci si debba incartare in queste discussioni da asilo?

Francesco ha fatto solo un discorso di buon senso. Non ha parlato di quello che si dovrebbe fare e che farebbe anche Gesù, o del comportamento che deve tenere un cristiano quando gli offendono la mamma. Ma evidentemente la libidine di rimproverare un presunto scivolone a un papa è qualcosa di irresistibile per molti. Questa cosa del “ti ricordo il porgi l’altra guancia” è un classico, un luogo comune del moralismo anticristiano su cui un giorno mi piacerebbe scrivere qualcosa.
Francesco non ha detto: “se vi insultano la mamma date un pugno”. Ha fatto una battuta per spiegare con un esempio scherzoso che se qualcuno insulta qualcun altro negli affetti più cari non deve stupirsi più di tanto se provoca una reazione istintiva. Non parlava di quello che deve succedere, parlava di ciò che può succedere. Non raccomandava ai cristiani scazzottate alla Bud Spencer, invitava a usare bene la libertà di espressione, a non interpretarla come licenza di offendere perché poi l’offesa, umanamente, chiama offesa. Quindi la contraddizione con il passo evangelico che molti hanno voluto vedere a tutti i costi, forzando il tono colloquiale e scherzoso della chiacchierata con i giornalisti, non esiste.

Pochi si accorgono della forzatura, dell’errore formale di Gramellini. La forzatura è nel non sequitur su cui incardina il suo ragionamento: il “pugno” è una reazione istintiva che può capitare, non è la conseguenza necessaria dell’offesa. Quindi il raffronto con la “consulenza” chiesta al parroco è una pura fallacia. Non volevo perdere tempo ad analizzare il gramo gramello, ma se si insiste… Chi volesse rinfacciare a Francesco ipotetiche giustificazioni del terrorismo incorrerebbe nello stesso errore di base. Poi è vero che lo faranno ugualmente, ma tanto si sa che per alcuni l’unica Chiesa accettabile è quella che chiede scusa di esistere.

Una sola cosa mi consola. La luna di miele tra media e Frankie sta finendo. Si stanno accorgendo della “pericolosa” continuità con BXVI in tutto. Molto bene.

(e comunque c’è qualcuno che dice anche cose sensate)

11 settembre 2013

Repubblica, assolutamente scorretta

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Lupo nel titolo, agnello nel’articolo: questo è Scalfari, e non lo scopriamo oggi. Sono d’accordo con quanto ha scritto Mario Adinolfi in una nota su facebook: è gravissimo forzare il titolo di un editoriale in una circostanza delicata come una lettera di un Pontefice a un quotidiano.
In breve, per chi non avesse visto Repubblica oggi. Scalfari ha scritto due lettere, una a luglio e una ad agosto, prendendo spunto dall’enciciclica Lumen fidei e ponendo alcune domande a Papa Francesco. Oggi la risposta, pubblicata nello spazio degli editoriali in prima pagina sotto il titolo “La verità non è mai assoluta”.
Questo è uno degli episodi più tristi, squallidi e incresciosi della leggendaria (leggasi: inesistente) contrapposizione tra Ratzinger e Bergoglio: una contrapposizione che è una delle tante creature mitologiche partorite da quella buona stampa illuminata che vorrebbe semplicemente vedere la Chiesa scomparire dalla faccia della terra.
La lettera di Bergoglio a Scalfari è bellissima e dispiace davvero dover dare spazio alla polemica. Ma questi sgarbi non si possono passare sotto silenzio. Non spetta naturalmente al papa alzare la voce in questo caso, spetta ai cattolici che capiscono il livello della provocazione: mi auguro che siano in tanti.

La verità è relazionale. È un passaggio fondamentale della lettera, un appunto di una certa finezza e il titolista, chiunque sia, se lo rivende pro domo sua un tanto al chilo.
Un direttore può anche forzare la mano nel fare un titolo, ma non se la tiri poi da filosofo e da maestro di diaolgo se lo fa in un’occasione così delicata. Vuole fare il dialogo “alto”? E allora non ricorra a metodi “bassi”, se li risparmi almeno per una volta.
Nella lettera non c’è la messa in discussione di un “assolutismo” della verità che non esiste né nella dottrina né nella tradizione filosofica cristiana. La critica al relativismo, già in Ratzinger e in totale continuità anche in Bergoglio (perché, forse al titolista di Repubblica non è chiaro, dire che la verità è relazionale significa criticare il relativismo), non è difesa di un “assolutismo” della verità che in termini cristiani non si sa proprio cosa possa essere. Anche in filosofia della conoscenza per Tommaso D’Aquino la verità è adaequatio rei et intellectus, quindi relazione. Ma questo non è relativismo! Il relativismo nega valore sia all’affermazione di Cristo di essere “la” via, “la” verità e “la” vita, sia alla possibilità stessa che si trovi una “corrispondenza” che vale per tutti, una “adaequatio” tra la realtà e la ragione.

Aggiornamento del 14 settembre

Sul Foglio di ieri Costanza Miriano ha commentato il botta e risposta tra Scalfari e il Papa con lucidità e ironia, come fa sempre. Vedo che i cattolici comunque continuano a dividersi: ha fatto bene o ha fatto male il Papa a “mettersi al livello” di uno che notoriamente gioca sporco? La replica di Scalfari in effetti è poca cosa e c’è il caso che non tutti se ne accorgano. Pesa di più il rischio di fraintendimento o la possibilità di raggiungere ancora qualcuno che normalmente non si raggiunge? Io non ho dubbi e voto la seconda. Se nel dialogo penso di controllare tutto non arrivo mai davvero al dialogo. L’importante è arrivarci sicuri della propria identità e senza smettere mai di invocare lo Spirito. Se ci sono queste due condizioni accada quello che deve accadere.

13 marzo 2013

Frankie stories

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Facciamo in silenzio questa preghiera de voi su di me

Silenzio. E preghiera. Comincia un mondo nuovo, e noi possiamo dire che c’eravamo. Quando Francesco I si è inchinato per ricevere la benedizione dei fedeli io mi sono commosso. E non mi capita facilmente.

E quindi dove sarebbe la Chiesa immobile, refrattaria alla modernità, indietro di centinaia di anni? Proviamo a pensare a tutti i cambiamenti epocali di cui siamo stati testimoni negli ultimi cinquanta, un piccolo frammento della storia bimillenaria dell’unica istituzione che ha resistito così tanto tempo in Occidente (e non solo).

Prima il Concilio che rivoluziona tutto: liturgia, rapporti con le altre religioni, ruolo dei laici.

Poi il primo papa polacco (e il primo non italiano dopo oltre quattrocento anni), che dà vita a un pontificato lungo, luminoso, che contribuisce attivamente alla caduta dell’impero sovietico, che cavalca da protagonista anche la crescente importanza e diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. Poi il giubileo del 2000, l’ammissione delle colpe storiche (e il perdono per le offese ricevute).

Poi il papa tedesco che sembra debba essere solo un dimesso teologo e invece si rivela un riformatore fermo e audace, che fa uscire la Chiesa da una serie di scandali arginando una perdita di credibilità che sarebbe stata fatale per qualsiasi altra organizzazione umana. Poi la rinuncia al soglio, l’abdicazione, la chiamata rivolta a tutta la Chiesa e al mondo a una quaresima davvero speciale di conversione e di cambiamento.

E oggi la sorpresa, il frutto della scelta di Benedetto. Il primo papa extraeuropeo (se si eccettuano due “africani”, per modo di dire, nei primi secoli), il primo papa sudamericano, nonché il primo che abbia il coraggio di prendere un nome impegnativo.
Un altro tabù infranto: Francesco, un nome programmatico. Non si parlerà più a vanvera di Chiesa che deve “recuperare una dimensione francescana”. Ora il Papa si è preso personalmente questa responsabilità. Presto potremo archiviare quel giudizio moralistico sulla Chiesa dato in base a parametri di “povertà” e “ricchezza” arbitrari, senza senso. Andiamo al nocciolo, finalmente. Le risorse economiche sono energia, e la povertà non è assenza di energia: la povertà è un saldo, va commisurata a opere, mezzi e fini.

Grazie, Francesco. Sei una delle cronache più sorprese di questo misero blog.

papa francesco

Immagine tratta da catholicmemes.com


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