Cronachesorprese

28 febbraio 2013

Pellegrin che vien da Roma

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“Da stasera non sono più Pontefice, ma solo un semplice pellegrino”. Ha detto così Ratzie oggi appena arrivato a Castelgandolfo. “Dalle otto di questa sera inizia l’ultima tappa del mio pellegrinaggio sulla terra”.

L’elicottero bianco che sorvolava Roma era nostalgico e gioioso insieme. Benedetto XVI crea un vuoto che è immediatamente attesa, senza passare attraverso la desolazione. Nel saluto ai cardinali, poche ore prima, c’era già il pieno. Qualcuno diceva che il dolore è come il vuoto della cassa armonica di una chitarra, scavato per far risuonare la musica: “Tra di voi c’è anche il futuro Papa a cui prometto la mia incondizionata riverenza e obbedienza. Il collegio dei cardinali sia come un’orchestra in cui le diversità possano portare a una concorde armonia”.
Chi dice che questo grande uomo sta scappando è un poveraccio. Detto con simpatia, perché siamo tutti dei poveracci per un verso o per un altro. Non capisce che grande regalo è questo. Non ha le antenne per avvertire l’invasione di fede e speranza nel campo del mondo.

Io sono nato dieci giorni esatti dopo la fine del Concilio Vaticano II e oggi mi sento rinascere. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Il pellegrino arriva a Santiago e compie il voto, trova il senso. Lì si arriva con le proprie forze e l’aiuto di Dio. Da Santiago si riparte per Finisterre solo di slancio, per pura grazia. Ed è l’ultima tappa, quella verso la fine del mondo. L’esperienza singolare di camminare non “verso” un’altra dimensione, ma “in” un’altra dimensione mentre si è ancora nel mondo di tutti, con tutti. E così si cammina sempre per tutti, non solo per se stessi. “Più in me non vivo”, l’egoismo è impossibile.

Buen camino, pelegrino.

26 febbraio 2013

Comincia la vera campagna elettorale

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Non scherziamo, dai. Qualcuno sta pensando davvero di stare più di sei, nove mesi con un Parlamento siffatto? Io mi deprimo al solo pensiero. Non c’è una maggioranza e non c’è la possibilità di formare un’alleanza programmatica. Niente di niente.
Io vedo una sola via di uscita decente e mi auguro di sentirla enunciare con sufficiente chiarezza e vigore da Bersani nell’imminente conferenza stampa. Un governo PD – M5S -Monti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e cambiare la legge elettorale. Il tutto con cortese sollecitudine e potremmo tornare alle urne anche a giugno. A settembre sarebbe già tempo perso.

I cinquestelle dicono che non vogliono fare “inciuci”? A parte che chi fa tanto il nuovo dovrebbe abolire questa parola orribile dalla faccia della terra, un accordo così non ha nulla di ambiguo e riprovevole. Non è vecchia politica, è un nuovissimo dribbling all’ennesima palude politico – istituzionale che si profila davanti ai nostri occhi. Potrebbero (forse) storcere il naso se si chiedesse loro di trovare un accordo sulla riforma del lavoro o della giustizia. Potrebbero sentirsi tirati per la giacca ed essere legittimamente sospettosi, perché nessuno di loro ha esperienza parlamentare. No, non si chiede niente di tutto questo. Si chiede di cambiare la legge elettorale.

Questa, direi loro, è un’offerta che non potete rifiutare. Perché dovreste essere oltremodo attratti dall’idea di cambiare in pochi mesi una legge che per anni tutti, anche quelli che l’hanno fatta, hanno criticato ma cedendo sempre ai veti incrociati parlamentari. Dareste uno schiaffo morale a tutte le altre forze politiche e forse aumentereste ancora il consenso oltre l’incredibile risultato ottenuto ieri. L’alternativa? Rassegnarvi a una lenta (forse neanche) e inevitabile erosione del consenso. Non raggiungerete mai più queste percentuali. Paghereste in primo luogo l’aver rifiutato un’offerta così: la possibilità di cambiare subito qualcosa di fondamentale per la democrazia secondo le vostre priorità e non volerlo fare. Preferire stare a osservare le difficoltà degli altri, che però si tramutano fatalmente in difficoltà per tutti per la mancanza di un governo che decida. E le decisioni da prendere sono tante, urgenti e drammatiche.

Non ho molto altro da dire e da analizzare finché qualcuno non riesce a convincermi che esiste un’alternativa che non faccia pagare all’Italia un prezzo esagerato, ancora più alto di quello che ha già pagato e sta pagando da almeno tre anni.

23 febbraio 2013

Ratzie digest

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Potrebbe essere questo titolo il nome di una nuova categoria. Ci devo pensare su: cioé sto pensando frequentemente, sto riavvolgendo il nastro di questi otto anni di pontificato insieme agli otto anni della mia vita. Per me è stato importante e non sto a spiegare perché, ma comincio a comprenderlo adesso. In generale, l’impressione è che il magistero di questo pontefice sia molto più denso e significativo di quello che è apparso finora. La sua rinuncia alla cattedra di Pietro getta una nuova luce su tutto quello che ha detto e che ha fatto, e bisognerà tenerne conto.

Intanto una cosa è certa: questa novità quasi assoluta nella storia della Chiesa ha prodotto un’attenzione e un clima di attesa a dir poco singolari. Tutti sono curiosi di vedere cosa succederà, anche chi ha sempre guardato oltretevere soltanto con ostilità. E un sentimento di attesa spontaneo non è mai tutto da buttare. Questo è talmente vero che le polemiche di questi giorni sull’opportunità della partecipazione al Conclave di uno o due cardinali rivelano tutta la loro inadeguatezza rispetto alla congiuntura che sta vivendo la Chiesa (tutta la Chiesa, di cui l’istituzione è solo un momento) e pertanto la Segreteria di Stato ha avuto buon gioco, oggi, a reagire lamentando indebite pressioni e richiamando contemporaneamente ai motivi storici che hanno reso necessario un “conclave”, un extra omnes, un’assemblea chiusa per l’elezione del Pontefice:

Se in passato sono state le cosiddette potenze, cioè gli Stati, a cercare di far valere il proprio condizionamento nell’elezione del Papa, oggi si tenta di mettere in gioco il peso dell’opinione pubblica, spesso sulla base di valutazioni che non colgono l’aspetto tipicamente spirituale del momento che la Chiesa sta vivendo.

Questo naturalmente non è un tentativo di condizionare la stampa, anche se non ho dubbi che molti vorranno leggerlo così. La Segreteria di Stato vaticana parla di notizie “spesso non verificate, o non verificabili, o addirittura false, anche con grave danno di persone e istituzioni”. Vedremo. Probabile che ci siano in giro molte calunnie, non sarebbe la prima e non sarà l’ultima volta, ma la stampa deve fare il suo lavoro. Quello che non è accettabile è che si cerchi di far giocare il giudizio dell’opinione pubblica come un elemento di cui i cardinali dovrebbero tenere conto. Sia chiaro a tutti: il cardinale Mahony teoricamente potrebbe diventare il prossimo pontefice. Che tutti se ne facciano una ragione. Non avverrà probabilmente, ma se in questo momento è cardinale e ha i requisiti di età per essere elettore è anche eleggibile. E i soliti a cui non va mai bene niente di ciò che avviene sotto il cupolone si straccino pure le vesti, non sarà la teatralità o il chiasso delle loro esternazioni a cambiare le cose.

Intanto Ratzinger, già perfettamente a suo agio nella sua nuova dimensione di Papa emerito, pochi giorni fa ha tenuto una splendida lezione sul Concilio durante l’incontro con i parroci di Roma. Come nota puntualmente Sandro Magister, quello che ha detto è “un impressionante atto di accusa contro l’interpretazione politica del Vaticano II fatto dai media”. E, per estensione, a tutte le narrazioni giornalistiche e mediatiche della Chiesa che a partire dal Concilio hanno sempre applicato gli stessi criteri. Consiglio a tutti, e in particolare agli operatori dell’informazione, di leggere (e possibilmente ascoltare) con grande attenzione i passaggi di quella “chiacchierata”, come lui stesso l’ha definita. Perché credo che tenerne conto in futuro nel lavoro giornalistico non sia derogare all’indipendenza o alla laicità dell’informazione. Anzi.

…c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via.

Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. Speriamo che il Signore ci aiuti. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore! Grazie!

18 febbraio 2013

Dalla pancia delle stelle

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Ero presente alla tappa genovese dello Tsunami tour di Beppe Grillo. Volevo vedere la gente più che ascoltare nuovamente le proposte e le battute del Masaniello al pesto che ormai conosco a memoria. Volevo vedere in faccia e da vicino i suoi elettori. Mi sono buttato in mezzo a loro per auscultare meglio quella “pancia” di cui parlano tutti i giornali.

Ho scoperto da un altro punto di vista una cosa che sapevo già: quella pancia è un po’ anche la mia, e non potrebbe essere altrimenti. Perché se fosse diverso non se ne parlerebbe. il Movimento Cinque Stelle non sarebbe percepito come un pericolo dalle altre forze politiche. La pancia dei grillini è anche la mia, e non me ne vergogno. Sentirmi ricordare con un’ora e mezza di grida continue (ma come fa?) tutte le conseguenze tragiche (per molti) dei privilegi (di pochi) mi “muove”. Percepisco la forte mozione sui sentimenti di questa narrazione. Però io per mia costruzione sono abituato a scinderla dalla riflessione politica. Ne tengo conto, ma è un fattore come un altro, che pesa meno di altri.

Ho visto tanti giovanissimi. E tanti quaranta – cinquantenni un po’ dimessi, con un velo di malinconia negli occhi che non so descrivere. Di questi due grandi gruppi mi ha colpito il modo diverso di ridere alle battute.
I ragazzi ridono di gusto anche alle battute più note, agli appellativi ormai celebri che Grillo affibbia agli avversari. Questa risata ha una connotazione particolare, è un segnale, un tributo al leader, qualcosa che dice: il tuo popolo ti riconosce. Difficile da descrivere in modo più preciso.

I meno giovani ridono convintamente soltanto nei momenti più divertenti, quelli in cui rido anch’io perché Grillo è sempre Grillo. Quando parla di Monti che commenta le “critiche” (i due milioni di vaffa, traduce Grillo) al suo profilo Facebook; quando parla di come ha superato Berlusconi nel numero di denunce e del suo avvocato che all’ultima dice molto grillianamente: “io a questa non ce la faccio, non ce la faccio più”.
Questa è una risata di identificazione in qualcosa di rassicurante, in quel Grillo che ci ha fatto conoscere la televisione. Sarà un caso, ma gli anti-Berlusconi più iconici (Grillo, Santoro) sono prodotti eminenti della televisione, e come tali rassicurano il pubblico di riferimento qualsiasi cosa dicano e presentino, anche le verità più scomode. La malinconia dipende forse da questo: dalla consapevolezza istintiva di essere coinvolti da decenni da stili di narrazione opposti ma analoghi. Già si sa, da qualche parte dentro si intuisce che passare dall’uno all’altro non cambia davvero le cose.

Perché sempre di televisione si tratta. Sempre della sua potenza semplificatoria: Grillo usa la rete per amplificare semplificazioni di modello televisivo. Non possono esserci più dubbi su questo. Ieri ne ho avuta un’ulteriore conferma. Sembra incredibile che in tanti facciano così fatica a distinguere, nelle singole proposte del M5S, il piano etico da quello dei numeri. Alla domanda “dove prendiamo i soldi per misure come il reddito di cittadinanza” Grillo continua a proporre ricette fumose, che passano soltanto con il grimaldello della risata (“sono meravigliosi, chiedono a un genovese dove trova i soldi”) e dell’indignazione (“cominciamo con il tagliare i finanziamenti ai partiti”). I numeri per sostenere quella misura non ci sono. Nella situazione attuale sono irraggiungibili. Grillo lo sa, ma vende con una battuta la certezza opposta. Gioca sul discredito: se “loro” fanno questa obiezione vuol dire che hanno paura che “noi” realizziamo davvero un provvedimento così rivoluzionario. No, no: soltanto una forza che sa già di andare all’opposizione può proporre una roba insensata (non in assoluto, ma in questo momento storico) come il reddito di cittadinanza in Italia.

Grillo sta creando l’illusione, a mio parere molto pericolosa e truffaldina soprattutto nei confronti dei più giovani, che con il taglio dei costi della politica e delle rendite di tutte le caste si possa dare copertura a qualsiasi altra spesa. E chiaramente non è vero. Non può essere vero per una misura come il reddito di cittadinanza. E senza calcolare il fatto che tutte le proposte del Movimento Cinque Stelle fanno affidamento su questa specie di gallina dalle uova d’oro che è l’immolazione rituale del vitello grasso delle caste. Grillo ieri è stato molto fumoso su questo punto, ma tanto in piazza basta indicare, scolpire chiaramente il nemico in una caricatura e nessuno, tra un applauso e una risata, si attarda a farsi troppe domande.

In Italia ci sono circa due milioni e mezzo di disoccupati. A cinquecento euro al mese ci vorrebbero un miliardo e duecentocinquanta milioni al mese, ovvero quindici miliardi all’anno. Cinquecento euro sono naturalmente un reddito che salva ben poco della dignità del disoccupato. Ce ne vorrebbero mille (Grillo propone 900 – 1000 euro). Trenta miliardi all’anno.
Puoi dare la caccia a tutti gli sprechi, a tutti gli enti inutili, a tutte le note spese gonfiate dal Presidente della Camera all’ultimo dei consiglieri circoscrizionali della più remota periferia d’Italia: le risorse per quella misura non le trovi in questo modo. Puoi anche aggiungere tutte le risorse che attualmente impieghi per la cassa integrazione: siamo ancora ben lontani. Altre fonti come il recupero dall’evasione non sono certe e non puoi farci affidamento, non per una misura così incisiva. Sarebbe un po’ come pretendere di pagare il mutuo ogni mese regolarmente chiedendo monetine ai semafori, come dice il mio amico D.

Il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato di voler fare cose buone e di essere in grado di farle. La creazione del fondo per il microcredito con le decurtazioni degli stipendi degli onorevoli siciliani eletti nella loro lista è un’ottima iniziativa. Hanno fatto vedere che si possono fare cose dimostrative e costruttive insieme. Niente da dire, tanto di cappello. Ma se questo piccolo patrimonio di credibilità lo rilanciano tutto sull’improbabile e sull’impossibile per massimizzare il voto di protesta non fanno niente di buono.

Grillo può permettersi di fare proposte irrealizzabili perché sa già che non governerà. Ma quei ragazzi che ieri riempivano piazza De Ferrari a Genova, e che lo adorano, che vedono in lui una vera speranza di cambiamento e di futuro per loro, si meriterebbero qualcosa di più.

15 febbraio 2013

Pappero! (Papanero + umano + vero)

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Ma quanto mi fa ridere il luogo comune rampante sul papa nero? Non dite che non è capitato anche a voi: in due conversazioni su tre a proposito delle dimissioni di Ratzie vi salta fuori quello che dice “ci vorrebbe un papa nero”. Non tento mai di andare più a fondo sui motivi reconditi di questo auspicio. Non nel contesto della conversazione. Ho paura di essere frainteso. Perché guai a mettersi contro i luoghi comuni che profumano di progressismo.

La cosa che mi fa più ridere, e mi fa anche un po’ di tenerezza, è che si dice sempre con la convinzione di rompere uno schema. Ma quale schema? Non c’è mai stato un papa nero (comunque forse almeno uno non bianchissimo, e africano, c’è stato), e allora? Quale potere o quale privilegio dovrebbe andare a insidiare un papa non bianco?

Se si dicesse “non europeo” potrei capire, anche se avrei molto da discutere. Ma “nero” fa solo ridere. Perché la Chiesa cattolica avrà mille difetti, avrà fatto milioni di errori nella sua storia bimillenaria, ma non è mai stata razzista. Di più: nell’ambito del Cristianesimo è stata formulata per la prima volta nella storia occidentale l’ipotesi della pari dignità umana degli schiavi; in nessun documento ufficiale di qualsiasi epoca si è mai fatto riferimento al colore della pelle come a qualcosa che marcasse una differenza qualsiasi tra gli uomini.

Poteva mancare Don Gallo tra i sostenitori del Pappero? Certo che no, l’ottuagenario fondatore della Comunità d San Benedetto ha un tartufo invidiabile quando si tratta di pescare al volo un luogo comune cui aderire.

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