Cronachesorprese

28 luglio 2016

Noi che non diciamo mai Patato

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Amici che amate gli animali e in particolare i vostri, parliamoci chiaro. Non c’è nulla di strano nel rivolgere loro parole d’affetto, e ci mancherebbe. Un “patato” ci può stare, e che sarà mai. Sì, la parola è un po’ insulsa, questa espressione di pucciosità creativa coniata da qualcuno chissà dove e quando che ora tutti si sentono in dovere di ripetere e non si capisce perché, considerato che alla prima ripetizione di creativo non ha più nulla. Ma me ne sto.
Anche “patatone” cos’è in fondo se non una variazione sul tema? Non farò mai facce strane a sentire un “patatone”, ve lo prometto.
Coniato il sostantivo, naturalmente, prima o poi verrà fuori anche l’aggettivo. Ed eccolo qui, il “patatoso“. Come si fa a stigmatizzarlo, bisogna essere coerenti: se si tollera il patato dobbiamo tollerare anche il patatoso.

Vedete dunque che sono più che accomodante, non sono uno di quelli che si stropicciano la faccia in espressioni di disgusto appena sentono una parola irritante, posto che comunque la parola (con tutte le sue variazioni) è oggettivamente irritante.
Quindi eccoci qui, restiamo amici. Però in considerazione della grande apertura mentale da me dimostrata, posso chiedervi un favore? Usate patato, usate patatone, usate patatoso, ma non metteteli mai insieme: non avete bisogno di rafforzare un concetto che è già come un tuffo in un barile di melassa. Quindi vi chiedo di pensare almeno un attimo prima di immortalare i vostri impeti irrefrenabili di dolcezza in un “patato patatoso“, o in un “patatone patatoso“. Converrete con me che questo comincia a essere troppo per chiunque, anche per chi vi vuole bene, è animato dalle migliori intenzioni ed è abitato solo da candidi pensieri di armonia universale e pace nel mondo.

Ma non potete.
Non.
Potete.
Mai.
Assolutamente.
Sbrodolare in un “Super Patatone Patatoso“.

Appena letto.
Giuro.

Che devo fare?

29 novembre 2015

Fondamentalismo e fondamentali

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Non esiste il paragone tra i pazzi che hanno fatto l’incursione nella clinica americana di Planned parenthood e i pazzi degli attentati di Parigi. Non esiste innanzitutto un background sociale e politico paragonabile. Da una parte c’è una polveriera pronta a esplodere, dall’altra i botti di capodanno di qualche fissato che di quando in quando fanno vittime.

L’unica analogia tra loro è la pazzia. Non un “fondamentalismo” la cui definizione è sempre più ambigua. A essere precisi le parole “fondamentalista” e “integralista” non mi sono mai piaciute (anche se le ho usate a volte per comodità: cercherò di evitarle d’ora in poi perché il gioco si fa duro). Cosa vorrebbe dire, che i terroristi che prendono un discorso parareligioso a pretesto sarebbero più vicini ai “fondamentali” di una fede? Non lo pensavo neanche del terrorismo politico, che questa presunta coerenza con l’ideale politico la teorizzava, argomentava e rivendicava a ogni passo, si può immaginare cosa penso di questo. Forse fa comodo pensarlo a chi vorrebbe bandire ogni fede dalla società: in realtà questi criminali sono i più lontani dai “fondamentali”. O meglio, sono proprio estranei: se fossero solo lontani sarebbero comunque in relazione. Ma non è così.

Quelle che nel linguaggio comune chiamiamo “estreme conseguenze” in genere non sono conseguenze logiche. A meno che non si voglia sostenere che un delirio è la conseguenza normale di un desiderio. “L’errore è una verità diventata pazza”, diceva Chesterton. Ma la pazzia è il venir meno di qualche fondamentale, non un suo rafforzamento. È perdere una relazione, non darle maggior valore.

15 aprile 2015

Da Cartesio all’indifferentismo sessuale

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Questa breve panoramica storico-filosofica scritta per il sito di Manif pour tous Italia da Simone Pillon, avvocato ed esperto di diritto di famiglia, aiuta a inquadrare abbastanza bene una questione che sta diventando sempre più importante. A mio parere è troppo sommaria nella prima parte (ma l’autore ha l’onestà di “autodenunciarsi”). È anche normale che sia così: più si va indietro e più si parla di fondamenti, di radici di pensiero che hanno avuto questi esiti ma anche molti altri. Ed è anche un po’ troppo allarmista nelle conclusioni. Ma l’ultima parte della disamina storica, quella sulla seconda metà del ventesimo secolo, mi sembra molto precisa e ben documentata.

Le opinioni possono essere varie su cosa sia “bene” e cosa sia “male” di molti dei fatti e delle idee riportate in questo approfondimento. Io stesso non sono d’accordo al cento per cento sulla valutazione di tutto, ci sono passaggi che considero importanti e altri meno, fatti che percepisco come gravi, concordando con l’autore, e altri che mi sembrano neutri e più marginali rispetto all’argomentazione complessiva. Non mi trovo in sintonia sicuramente con la parte catastrofista della conclusione in cui parla di una possibile “guerra” o divisione territoriale mondiale… mi sembra un po’ esagerata. Non sono d’accordo neanche sulla valutazione della cosiddetta liberazione sessuale: un conto è la mercificazione del corpo attraverso i mass media che comporta tra le altre cose la sessualizzazione precoce degli adolescenti, condannabile senza se e senza ma, un altro conto sono la “sdrammatizzazione” del sesso, che può essere una cosa buona, e l’educazione sessuale che può aiutare e guidare i giovani e che, proprio per la pervasività degli stimoli in cui i ragazzi sono immersi, è sempre più necessaria.

Però, fatte le mie obiezioni che potrebbero anche continuare, penso che questo sia il metodo giusto per affrontare le questioni trattate: chiedersi che storia hanno. Perché vengono da lontano. Non sono certo frutto di una “cospirazione” di qualche “lobby”, come viene ripetuto spesso in maniera un po’ semplicistica, ma non sono neanche quelle improcrastinabili battaglie per nuovi diritti che vogliono farci credere. In ogni caso hanno implicazioni di prima grandezza sul modo di pensare e sul modo di intendere la persona umana e la sua irriducibilità a qualsiasi potere. Convidido questo contenuto perché vorrei che si discutesse a questo livello. Dividersi tra pro e contro senza la chiarezza su questi fondamenti lo considero improprio, e per quanto mi riguarda tempo sprecato.

“Quello che abbiamo di fronte è dunque uno scontro antropologico tra chi pensa che l’essere umano sia unità nella diversità e chi vuole annullare ogni alterità, tra chi pensa che vi sia un’unità intrinseca di corpo e di anima e che la dualità umano-divino sia una insopprimibile chiamata alla trascendenza, e chi invece pensa che l’uomo sia solo una mente razionale che ha come appendice un corpo fatto di materia liberamente plasmabile, inutile retaggio di una evoluzione meccanica che dai procarioti ha portato all’Homo sapiens sapiens. Prestiamo bene attenzione perché tra queste due antropologie c’è una totale irriducibilità, ovvero non sono compatibili, non è possibile trovare un accordo, un compromesso. Sono due modi inconciliabili di concepire la persona umana”.

15 marzo 2015

Ruoli di genere: il paradosso norvegese

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La nazione con la più alta parità di genere, la Norvegia, sta mostrando agli studiosi un paradosso: più aumentano le pari opportunità più i generi mostrano una tendenza a rientrare nei ruoli tradizionali. Al contrario, più un paese è arretrato nelle pari opportunità (come l’India ad esempio) e più le donne aspirano a ruoli tradizionalmente maschili e, se dispongono della libertà sufficiente per farlo, competono validamente e li ottengono.
Questo documentario norvegese mostra le opinioni di studiosi norvegesi e di altri paesi che danno interpretazioni diametralmente opposte del paradosso. Dura quaranta minuti ma per chi è interessato a capire un po’ meglio la questione sono ben spesi. Guardatelo e ricordatevene quando qualcuno parla di studi “definitivi” sull’argomento.

Guardate bene, dal minuto 34 in poi, come rispondono la Egeland e Lorentzen (due promotori dei cosiddetti “gender studies” che negano il fattore biologico nella differenza di ruoli) alla domanda cruciale posta dall’intervistatore. Ammettono che la loro posizione è “teoretica” e non “sperimentale”. L’unico argomento scientifico che possono avanzare è che il fattore genetico non è (ancora) stato provato, e questo è vero, ma contemporaneamente:
1 – sminuiscono arbitrariamente le conclusioni di altri studiosi
2 – non considerano che forse la prova genetica non è necessaria e bastano le differenze biologiche evidenti
3 – non spiegano perché la loro ipotesi (escludere il fattore biologico) dovrebbe essere più ragionevole e più coerente con i dati a disposizione dell’altra (non escludere a priori il fattore biologico ammettendo contemporaneamente quello culturale).

Considerate bene questa discordia tra studiosi perché è la stessa che ritroviamo nella politica e nella società. C’è chi parte dalla realtà e poi formula l’ipotesi. E se la realtà smentisce o ridimensiona l’ipotesi abbandona o modifica l’ipotesi. C’è chi parte dalla teoria e formula l’ipotesi senza guardare la realtà. E se la realtà smentisce o ridimensiona l’ipotesi tanto peggio per la realtà.

11 febbraio 2015

Il lato pulp del risorgimento

Filed under: reading — alessandro @

La mia recensione su Amazon del libro di Giovanni Giaccone.

Una bella storia, inquadrata efficacemente nel periodo storico scelto per un’ambientazione non troppo dettagliata ma rigorosa. Si legge d’un fiato e si torna indietro volentieri alle pagine già andate per fissare meglio antecedenti e conseguenti lungo i quadri brevi e ricchi di azione, nell’intreccio delle tre vicende che sono tre fasi diverse della stessa timeline. Il ritmo intenso della narrazione prende coraggiosamente (rispetto agli standard italiani) la strada della letteratura di genere un po’ esasperata, alla Tarantino: ma è un rischio calcolato e giocato con destrezza. E al “pulp” primigenio, cioé ai “pulp magazine” americani stampati su carta grezza, si ispirano lo stile della scrittura e la violenza macabra che invade le pagine con studiata serialità. I personaggi stanno in un sottobosco umano inquieto che macina e impasta grandi e piccoli protagonisti, uomini d’affari e delinquenti, poliziotti borderline e prostitute, briganti e soldati, garibaldini e bersaglieri. Magmatico, come è stata magmatica e in continua, insostenibile accelerazione la seconda metà dell’ottocento. Satan’s Circus proietta le ombre di quel periodo in un noir che è metafora di una reazione di forze oscure e irrazionali a un salto in avanti imposto a una società arretrata: quella dell’Italia borbonica, ma non solo. Viene voglia di saperne di più di tutto: del lato oscuro del risorgimento italiano, dei briganti, del “Satan’s circus” reale di New York, del teatro e dell’immaginario di quel tempo.

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