Cronachesorprese

6 February 2010

Avatar

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

Cosa sapevamo prima di andare a vedere Avatar

Il cinema non ha mai avuto bisogno né avrà mai bisogno della terza dimensione per catturare ed emozionare. Dal punto di vista tecnico bastano la buona fotografia e l’uso sapiente della macchina da presa. Non verrà mai a noia.
Da una parte il cinema, dall’altra il 3D e la computer grafica applicati ai giochi elettronici. Due parti che da tempo ormai hanno trovato un’area di intersezione e di scambio. Nel gioco del dare e dell’avere la parte “cinema” ha dato più di quanto ha ricevuto. Almeno fino ad oggi. Nessun film campione d’incassi, nessun promesso “evento” per la spettacolarità degli effetti speciali mi ha mai convinto del contrario. Certi film sono spot per i giochi elettronici e vengono costruiti per questo. Devono far cominciare un’esperienza che deve continuare su una console.

Pandora. L’idea di essere trasportati su un altro pianeta, in un mondo del tutto fantastico rappresentato fin nei minimi particolari e reso ancora più vivo dal 3D, è l’unica vera aspettativa prima della visione.

No, non l’unica. C’è anche il riconoscimento della capacità di Cameron di trovare compromessi accettabili tra spettacolarità e interesse della storia. Però trailer, anticipazioni, discussioni tra ben informati disilludono in parte, poiché sono abbastanza concordi sul fatto che andremo ad assistere all’ennesimo film sugli indiani buoni travolti dai colonizzatori cattivi. Ce ne facciamo una ragione e, pur di non mancare all’evento, compriamo il biglietto (salato) e infiliamo gli occhialini di ordinanza.

La presenza di Sigourney Weaver nel cast significa la riproposizione di un topos cinematografico ormai noto che vado telegraficamente a riassumere: donna con palle catapultata somewhere out in space stop / situazione dimmerda causata da a - incidente, b - decisioni scellerate ingordi finanziatori spedizione incuranti human casualties, c - incazzatura aliena stop / lotta disperata furibonda mostra bicipiti addominali sudore cannottierina sgualcita stop / Non fraintendetemi adoro Sigourney stop

Cosa abbiamo capito vedendo Avatar

Prima delle inutili e scontatissime sequenze di guerra e distruzione avevamo quasi creduto alla possibilità del “viaggio”. La scena dello smarrimento di Jake Sully nella foresta, del combattimento notturno contro le belve cinoformi e del conseguente incontro con Neytiri pareva introdurre bene nel nuovo mondo. Apprezzabile l’impegno nel disegnare le forme di vita pandoriane, animali e vegetali.

Eccessiva invece la “verticalizzazione” continua della prospettiva. I nativi saltano da decine di metri, fanno giochi spericolati tra gli enormi alberi e slalom aerei tra le “montagne fluttuanti” a cavallo di uccellacci che sembrano pterodattili. Se la verticalizzazione voleva essere funzionale all’effetto “immersione” nel 3D per me ha sortito l’effetto opposto: è troppo. Mi chiedo: il 3D non dovrebbe aiutare lo spettatore a stare dentro il film, non dovrebbe dargli quella spintarella per superare il diaframma-schermo? Allora dovrebbe cercare di esaltare gli aspetti e le ambientazioni che danno l’illusione di starci con le proprie gambe, non con le ali che lo spettatore non ha (il che non significa rinunciare a volare, sia chiaro). Ho visto A Christmas Carol prima di natale. Non a tutti piace quel tipo di animazione, a me piace. È finora il miglior film in 3D che ho visto, perché l’effetto profondità è nei limiti del possibile al servizio della storia e non calca gli effetti 3D sugli aspetti onirici, che pure sono abbondanti, ma su quelli che danno dei punti di riferimento concreti allo spettatore. Il risultato è un’ottima ambientazione nella Londra dickensiana. In Avatar invece il 3D è quasi esclusivamente usato per dei giri di giostra. Zemeckis batte Cameron nella guerra del 3D: un po’ come i nativi pandoriani che battono i marines.

Cameron aveva le risorse, il credito e il tempo necessari per fare qualcosa di memorabile e all’avanguardia nell’uso del 3D. Aveva due possibilità: mettere la sua sperimentazione al servizio della scenografia o al servizio della storia. Ha scelto la prima strada. Una scelta rispettabile, ma che non può essere pienamente condivisa da chi ama davvero il cinema. Dicevo che Cameron ha sempre trovato ottimi compromessi tra buone storie e sperimentazione tecnica: con Avatar no, questo obiettivo almeno l’ha fallito. Se fossi un regista, anche un regista votato alla sperimentazione e con il mandato di far impazzire i botteghini, non muoverei un dito senza una buona storia da raccontare. Tutto il resto può essere realizzato a livelli tecnici mostruosi, ma senza una buona storia è solo fumo negli occhi. Questa è la legge immutabile del cinema che nessuna avanguardia ha mai potuto sovvertire e nessuna innovazione tecnica ha mai potuto eludere.

Con certe donne pallute mai dire mai, ma forse con questo film la sessantenne Sigourney Weaver ha passato il testimone come star di film d’azione e prossimamente interpreterà una bibliotecaria zitella dell’Arkansas o una casalinga obesa del New Hampshire (ingrasserà apposta). Vista l’erede, siamo contenti: il 3D rende almeno giustizia alle… profondità recitative di Michelle Rodriguez, che gioca una parte secondaria ma lascia il segno.

Quanto al festival dell’ecologismo panteista a buon mercato inutile spendere una parola di più di tutte quelle che già si trovano in migliaia di discussioni online. Apprezzabile il tentativo di descrivere le connessioni tra gli esseri viventi di Pandora come “sinapsi” (capaci di trasmettersi “dati”), quindi di presentare il mondo fantastico come allegoria della rete. Poteva essere una buona via di fuga dall’ecologismo e invece rimane solo una suggestione buttata lì, a fare buon peso. Per il resto questi indigeni sono troppo simili ai nativi d’America o meglio all’immagine che ne abbiamo dopo cent’anni di cinema, di cui quaranta dalla parte degli indiani.

PS
Un ultimo desiderio. Fioccheranno innumerevoli parodie o rivisitazioni irriverenti del film. Tinto Brass ha già annunciato Chiavatar, primo film erotico in 3D. Io però attendo con ansia il doppiaggio a una sola dimensione (dialettale) della Bernarda Production, quella di Mazinga Zetto.

31 January 2010

La verifica sportiva

Filed under: news factory — alessandro @

“Se io fossi un giornalista non scriverei le cose che sento al mattino al bar mentre faccio colazione”.
Parole di Angelo Palombo, il capitano, che ha commentato così in sala stampa dopo la partita di oggi la faccenda del trasferimento improvviso di Cassano dalla Sampdoria alla Fiorentina, una mezza bufala uscita ieri e polverizzata stamattina quando ormai aveva invaso giornali, locandine e bar di tutta Genova. E non solo, naturalmente. Ma se parliamo di bar e locandine, in questo caso, parliamo soprattutto di Genova.
Mezza bufala, perché la notizia c’era. Ma la società, spiega l’amministratore delegato e direttore generale Beppe Marotta, non aveva ancora detto alcunché. In qualsiasi altro caso la notizia avrebbe potuto aspettare qualche ora in più. Ma questo è calcio e sono le ultime ore del calciomercato invernale. E, soprattutto, siamo in Italia. E a Genova.
C’era qualcosa di più della chiacchiera al bar, ma non moltissimo di più. Non si può dar torto al capitano. Ma al bar le orecchie bisogna tenerle bene aperte. Per capire qualcosa dei lettori, almeno. E per constatare poi, leggendo i giornali mentre si beve il cappuccino, cosa sono disposte a fare tante redazioni pur di conquistare qualche brandello di conversazione al bar.

29 January 2010

La verifica enigmistica

Filed under: news factory — alessandro @

Mettiamo che in un ufficio stampa si scriva un comunicato per annunciare una iniziativa. E la si attribuisca ad alcuni soggetti, tra i quali un ente che non esiste. E non per un errore, ma di proposito.
Quanti giornalisti chiameranno chiedendo maggiori spiegazioni? Provate a indovinare.

A - Il 100% di quelli che hanno ricevuto direttamente o indirettamente il comunicato
B - Il 100% di quelli che hanno ricevuto direttamente il comunicato
C - Il 70% di quelli che hanno ricevuto il comunicato
D - Il 30% di quelli che hanno ricevuto il comunicato
E - Una percentuale variabile ma alta di quelli che hanno saputo la notizia dalle agenzie, che nel frattempo hanno ripreso il comunicato senza verificare
F - Una percentuale variabile ma bassa di quelli che hanno saputo la notizia dai giornali, che nel frattempo hanno ripreso le agenzie senza verificare
G - 0

Soluzione. Stampate questo post e girate il foglio. L’unica risposta che rimane leggibile anche con il foglio rovesciato è quella esatta.

27 January 2010

La memoria e la comunicazione

Filed under: cronache — alessandro @

La celebrazione della Giornata della memoria diventa ogni anno più solenne e più “obbligatoria”.
La ricorrenza comporta una regola d’ingaggio istituzionale universale, chiede l’unanimità incondizionata e impone di esprimerla con la massima solennità possibile. È una strada obbligata? Forse. È senza controindicazioni? Non proprio. È nell’esperienza di tutti che una commemorazione che diventa troppo solenne rischia di imbalsamarsi e far sembrare finto ciò che, purtroppo, finto non è stato.
Questo rischio forse va preso. Ma bisogna prenderlo consapevolmente.

La solennità genera sempre le reazioni scomposte e dissacranti dei deboli e degli stupidi. Accade anche alle solennità religiose. Se si sceglie di sacralizzare la ricorrenza della Giornata della Memoria bisogna anche sapere che il miglior modo per trattare le inevitabili dissacrazioni è ignorarle. Mi spiace, ma è irrealistico pretendere che queste reazioni non ci siano. Sono il lato oscuro, il prezzo che si paga per l’energia che giustamente si spende perché la memoria di un fatto così abnorme resti viva. Queste reazioni ci saranno sempre: se qualcuno pensa che un giorno possano cessare è un illuso. Chi ha una fede religiosa lo sa bene, e una ricorrenza “sacra” come quella di oggi è una buona occasione per spiegarlo anche a chi una fede non ce l’ha.
Lasciatevelo dire: è inefficace e controproducente amplificare mediaticamente le reazioni degli stupidi e dei deboli, puntare i riflettori ed esercitare lo sdegno contro le scritte murali o altre idiozie. A cosa serve che tutti i rappresentanti politici di tutti gli schieramenti si straccino le vesti e facciano fioccare i lanci di agenzia? Qualcuno potrebbe pensare che è cattiva coscienza. Ma lasciamo perdere le malignità (saranno oggetto magari di un corso di aggiornamento a parte per nuovi utenti di ricorrenze sacre): sapete che succederà l’anno prossimo? Succederà che gli imbrattatori antisionisti saranno il doppio, il triplo. Non solo a Roma ma anche in altre città. Perché (anche) quest’anno hanno visto che il gioco vale la candela, funziona: i giornali ne parlano, le fotografie degli slogan irricevibili vengono ricevute ovunque nella parte di mondo sensibilizzata alla ricorrenza, i politici si agitano e “trottano” per dissociarsi. Un grande divertimento, e un modo per coltivare la propria fichissima nicchia antisionista. Viva la comunicazione e le sue leggi inviolabili.

Ma la giornata della memoria non è fatta solo di sedute solenni e di fervorini istituzionali obbligati e ripetitivi (e perciò stesso ottundenti, con buona pace della necessità della memoria). È fatta anche di cultura, di mostre, di proiezioni di film e documentari. Qui va un po’ meglio. Ho rivisto ieri con piacere Il pianista riproposto da Retequattro. Un film così bello vale sicuramente più di tutti i discorsi e ha anche il pregio di non “chiudere” il ricordo ma di aprirlo ad approfondimenti. Le immagini dei campi di concentramento, per quanto scioccanti, sono ormai “classiche”, sono come una canzone molto commovente che abbiamo sentito così tante volte che solo di rado ci commuove ancora. Invece raccontare, come ha fatto Polanski, la storia di una famiglia di ebrei a Varsavia e far vedere la progressiva e inaspettata perdita di ogni diritto e di ogni dignità nello stesso luogo, nella stessa città in cui quella stessa famiglia conduceva una vita normale, aiuta di più. E poi un film così non chiude il discorso come un’orazione funebre. Varsavia vuol dire ghetto, vuol dire rivolta del ghetto, vuol dire rivolta di tutta la città, vuol dire vicenda particolarmente drammatica e simbolica nel contesto della guerra non solo per gli ebrei ma per un’intera nazione che non è stata trattata molto meglio degli ebrei; vuol dire grave responsabilità dei sovietici che non hanno fatto nulla per aiutare gli insorti e hanno permesso distruzione e massacri oltre ogni misura. Vuol dire storia insomma, con tutta la sua complessità e la sua scarsa adattabilità a un discorso, per quanto alto, solenne e condiviso sia. Vuol dire, con tutto il rispetto per le esigenze della memoria, qualcosa che trascende la memoria. Del resto a cosa serve la memoria, se non ad andare oltre da uomini (e cioé a sperimentare la trascendenza)?

14 January 2010

Riotta, Google e il monopolio di Garibaldi

Filed under: cronache, il viandante digitale — alessandro @

Per me Riotta è solo stressato e ha bisogno di una vacanza. Di un anno sabbatico. Che gli consenta di staccare, se non dal giornalismo (ha esperienza e scrive bene, perché privarsi del suo lavoro?) almeno dal ruolo di quello che va ai convegni o ai dibattiti televisivi.
Già a Perugia lo scorso aprile non ha dato segni di grande equilibrio facendo la voce grossa contro una studentessa di giornalismo che (ingenua) si era permessa di fargli una domanda. Poi ho letto che alla fine di dicembre ha partecipato a una puntata di Matrix dedicata all’omicidio Kennedy in cui è riuscito a far fare bella figura al complottista Mazzucco, un’impresa che non è da tutti. Di pochi giorni fa l’articolo in cui spiega in anteprima i contenuti dell’ ultimo libro di Jaron Lanier: un punto di vista, quello di Riotta, difficile da condividere ma che, se non altro, ha innescato un buon dibattito (Zambardino, Granieri, De Biase).
Questa sera, nella puntata di Otto e mezzo, il capolavoro. In studio Riotta, Zoro e Negroponte. Riotta è chiamato nuovamente a difendere i contenuti del suo articolo. Tra le altre cose dice qualcosa del genere (metto le virgolette ma non è una citazione esatta, ricostruisco l’affermazione per come la ricordo): “Se cerco Garibaldi con Google è vero che ottengo migliaia di risultati, ma gli studenti sceglieranno quasi sempre i primi dieci risultati: bisogna rompere questo monopolio”. E spiega in seguito che Google condiziona tutta la rete con il suo algoritmo e che (come aveva già scritto nell’articolo) Wikipedia fa la parte del leone. E che la prima pagina di risultati è “controllata dalle aziende”…

Se fosse vero, Google avrebbe già chiuso da un pezzo. Google non si può permettere che un sospetto simile abbia uno straccio di fondamento e sostenere anche tecnicamente un’impostazione del genere sarebbe troppo complicato. Quali aziende controllano i primi dieci risultati su Garibaldi? Aziendone, proprio. Sì, d’accordo, in un certo senso è vero: le aziende più brave nel posizionamento controllano quei risultati. Forse Garibaldi non è più una keyword molto ambita (sicché su di lui e su tanti altri gli studenti possono stare tranquilli; peraltro, visto che sono studenti, hanno di sicuro il tempo di scartabellare anche oltre i primi dieci risultati cliccando su una delle pagine seguenti a caso, questo è sicuramente un buon consiglio) ma ce ne sono certo di più ghiotte tipo Nexus One, Grande Fratello, Giornali di donne nude.
“Bisogna rompere questo monopolio…” non siete d’accordo? Chiede Riotta agli altri.
Ma quale monopolio? Google è un servizio che funziona bene. Esistono delle concessioni limitate su internet che impediscono ad altri motori di fare concorrenza a Google? Mi risulta di no.
Sinceramente non si capisce dove vogliano arrivare gli “allarmatori professionisti” come Riotta. Vogliono imporre a Google di rendere pubblico l’algoritmo? Vogliono imporre a Wikipedia una moderazione ante pubblicazione invece che post pubblicazione? Vogliono mettere un argine allo tsunami dei commenti anonimi che ogni giorno si riversano sulla rete da tutto il globo, comprese quelle parti del globo in cui anonimato significa libertà e salvezza? Sicuramente a ciascuna di queste domande quelli come Riotta avrebbero modo di sfoggiare una virtuosa indignazione. Ma intanto sfuggono. Dicono che il web troppo partecipato è male e non dicono cosa sarebbe bene. Così andrà a finire che del “fare” se ne incaricherà qualcun altro.

Come dice Zambardino, forse è il caso di attendere di poter leggere direttamente il libro di Lanier per andare più a fondo. Però che tutto il problema del web partecipativo sia:
- la massa dei commenti anonimi che infastidiscono Riotta
- il presunto controllo dei primi risultati delle ricerche di Google da parte di soggetti “forti”
- la grande visibilità di cui gode wikipedia (che per Riotta sta diventando un incubo)
mi sembra davvero troppo pretestuoso. Ma è lo stress, ne sono sicuro.
Fortunatamente Negroponte ha allargato un po’ gli orizzonti. E ha raccontato di bambini peruviani che non hanno libri, ma che con il loro portatile da 100 dollari hanno accesso alle stesse informazioni a cui ha accesso Riotta e le usano meglio: stanno insegnando ai genitori a leggere e a scrivere. Giusto, bene, Riotta approva. Ma è proprio un altro modo di vedere la rete, no? C’è chi la vive come un’occasione concreta di libertà e c’è chi la sente come un assedio. Da che parte stai, Riotta?

Solidarietà al grande Zoro che in questo contesto ha detto (il simil-romanesco è mio, in realtà i suoi interventi sono stati di una “politeness” impeccabile) che pe’ ddire lui si è rotto delle recenzioni de li ddischi de li ggiornali e ha scaricato illegalmente dischi dati per belli pe’ accorgersi che erano bbrutti. Lilli Gruber alza scherzosamente l’indice a mo’ di rimprovero; Zoro ribadisce il concetto di “illegale”, come per dire che non gli era scappato. Intuibile ovazione di una massa di potenziali commentatori e scaricatori anonimi
.

Aggiornamento delle 22 del 15 gennaio

Ringrazio Wittgenstein e tutti i suoi lettori che hanno seguito fin qui il suo suggerimento di navigazione. Sopraffatto da questa singolare alluvione di accessi chiedo scusa per gli errori che avevo lasciato per stanchezza (febbre e sonno) e che ho levato ora.
Chi vuole può rivedere sul sito di La7 la puntata di Otto e mezzo di ieri sera.

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