Cronachesorprese

18 settembre 2016

Cosa non è (o non dovrebbe essere) un Congresso Eucaristico

Filed under: Il cristiano informale — alessandro @

E ora che il XXVI Congresso Eucaristico è finito, dopo aver aderito come era giusto e logico con la mia Confraternita alla celebrazione di questa mattina e aver dato ieri il benservito ai livorosi e ai moralisti a cui non andrebbe mai bene niente, vediamo che cosa proprio non va.

Questo articolo di Giacomo D’Alessandro è in buona parte condivisibile: avrei molte obiezioni da fare, l’idea di fondo che lo anima non mi piace, non è la mia idea. Sicuramente non condivido la parte in cui si adombra un conflitto tra Cei e Vaticano che a mio modesto parere non esiste. Non mi interessa in ogni caso parlare di questo: è politica e la chiesa sarebbe anche altro, e quella di questi giorni dovrebbe essere una di quelle circostanze in cui l’ “altro” viene fuori. Ma, per quello che ho visto, questo “congresso” è stato tutto tranne che un “congresso” (se non nel senso etimologico del termine) e si può mettere nell’elenco ormai troppo lungo delle grandi occasioni sprecate da una chiesa istituzionale sempre più autoreferenziale. E in questo punto sono perfettamente d’accordo con D’Alessandro, e ritengo utile pertanto accogliere la sua provocazione.

Per il Congresso Eucaristico di Genova abbiamo assistito a una mobilitazione abbastanza imponente attorno a un programma di celebrazioni e processioni e poco più. Eppure esiste nel calendario liturgico una festa che è già tutto quello che il congresso eucaristico ha fatto vedere in questi giorni: il Corpus Domini. Basterebbe fare un Corpus Domini nazionale, scegliendo ogni quattro-cinque anni una città diversa e mandando delegazioni da tutte le regioni, senza spendere paroloni impegnativi e fuorvianti come “congresso” e avremmo lo stesso risultato. Forse anche qualcosa di meglio. Sicuramente sarebbe qualcosa di più chiaro e meno equivoco dal punto di vista della comunicazione.

Questa mattina ho parlato con alcuni che hanno partecipato alle catechesi dei vescovi e agli incontri nei 25 luoghi individuati per illustrare nel concreto le opere di misericordia. Mi hanno detto che ci sono stati momenti belli, come la testimonianza del vescovo di Ascoli Giovanni D’Ercole sul terremoto e l’intervento in cattedrale del nuovo vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti. Ma proposti così, come uno spezzatino, solo in pochi li hanno visti e non si è fatto un integrale di questi contributi, non c’è stato un momento di confronto in cui tirare le somme e dare un messaggio. I laici hanno fatto solo da contorno. Ciò che doveva essere centrale è stato spinto ai margini. Ci sono state le famiglie del RInnovamento nello Spirito che hanno detto, semplicemente, “ci siamo”. Ma è un po’ poco per una chiesa nazionale a ben 50 anni dal Concilio, dove il ruolo dei laici è stato descritto in modo un po’ diverso: e se non si vede neanche in un “congresso”, se non è messo a tema in un momento così, dove ci possiamo riflettere?

Fin qui occasioni mancate. Ma una cosa almeno è stata pensata e realizzata proprio male: la “serata dei giovani” in piazza Matteotti. Mi sono arrivati via whatsapp due filmati agghiaccianti (qui ne ho pubblicato uno). Mi hanno detto che sono gli stessi della discoteca cristiana di qualche anno fa, forse qualcuno dei miei due virgola cinque lettori se li ricorda. Ma è mai possibile che uno spazio e un’occasione così, nel cuore del centro storico, con migliaia di altri giovani che passano casualmente per i loro venti e i loro sabati sera, si usi per mettere in scena uno spettacolo che potrebbe andare bene come animazione in un villaggio turistico di terz’ordine? Ah però con le canzoncine con le parole cambiate, “Gesù ti ama” e “GIoia di qua e gioia di là” cacciati a forza nei testi come una razione abbondante di maionese in un tramezzino. Questo sarebbe il momento clou di spettacolo a lato di un Congresso Eucaristico? Ma possibile che nessuno si sia posto il problema, possibile che nessuno abbia pensato di usare quell’occasione preziosa in modo diverso? Cosa devo concludere, che in tutta Italia non ci siano musicisti, attori, artisti che vivono la fede anche senza dire “Gesù Gesù” ogni due secondi, gente normale insomma da coinvolgere per fare qualcosa di almeno decente? No, non lo penso perché so che non è vero: semplicemente nessuno ci ha pensato. Una leggerezza gravissima, perché bisogna essere davvero autoreferenziali ai limiti dell’autismo per non vedere il danno di questa scelta. Presi per i fondelli da tutti i giovani che sono passati di là nelle due o tre ore di spettacolo, senza contare la molestia per gli abitanti della zona che non sono stati compensati con qualcosa di gradevole da vedere e ascoltare.

post pubblicato in origine su facebook

17 settembre 2016

Congregavit nos in unum

Filed under: Il cristiano informale — alessandro @

“La fede è fatta di certezze o anche di dubbi?” “Una fede che non ha mai dubbi è una fede che non punta in alto”. Risponde così un ragazzo che ha partecipato al congresso eucaristico al giornalista del TG3, neutralizzando con grande chiarezza e semplicità il luogo comune implicito nella domanda. Se qualcuno lo conosce lo ringrazi da parte mia. Non so se sia di Genova, ma credo di no, farà parte delle delegazioni che sono arrivate da tutta Italia.

Penso così perché, spiace dirlo, non ho visto neanche un centesimo dell’intelligenza e della freschezza di quel ragazzo nelle reazioni dei genovesi all’evento, sui social e fuori. Ho letto e ascoltato solo battutine salaci, lamentele per i parcheggi e le limitazioni al traffico come se fossero un oltraggio da lavare con il sangue, sarcasmi più vecchi di Pasquino, invettive del tutto automatiche e fuori luogo, snocciolate con la presunzione di un vecchio acido che sa già tutto e non è più disposto a imparare nulla.

E allora niente, io domani vado in processione con l’abito della mia confraternita di pellegrini. Una compagnia a cui aderisco non per tradizione o per interesse, ma perché per me il pellegrinaggio a Santiago è stata un’occasione per riflettere sulla mia fede e rinnovarla (attraverso i miei dubbi, certo, quelli che hanno tutti e anche qualcuno in più). E domani vado a ribadirlo con il sorriso a questa città vecchia e stanca, che non capisce più. Mi incammino dietro all’Eucarestia che sta a buon diritto nello spazio pubblico come ovunque, anche dove non si vede, per ricordare che c’è, che ha già vinto e niente può farla fuori. Sto dietro a quel segno perché so che è l’unico modo possibile per non inginocchiarsi di fronte a nient’altro al mondo. Sto con quel ragazzo e con tutti gli altri come lui, perché io punto in alto.

pubblicato in origine su facebook

28 luglio 2016

Noi che non diciamo mai Patato

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Amici che amate gli animali e in particolare i vostri, parliamoci chiaro. Non c’è nulla di strano nel rivolgere loro parole d’affetto, e ci mancherebbe. Un “patato” ci può stare, e che sarà mai. Sì, la parola è un po’ insulsa, questa espressione di pucciosità creativa coniata da qualcuno chissà dove e quando che ora tutti si sentono in dovere di ripetere e non si capisce perché, considerato che alla prima ripetizione di creativo non ha più nulla. Ma me ne sto.
Anche “patatone” cos’è in fondo se non una variazione sul tema? Non farò mai facce strane a sentire un “patatone”, ve lo prometto.
Coniato il sostantivo, naturalmente, prima o poi verrà fuori anche l’aggettivo. Ed eccolo qui, il “patatoso“. Come si fa a stigmatizzarlo, bisogna essere coerenti: se si tollera il patato dobbiamo tollerare anche il patatoso.

Vedete dunque che sono più che accomodante, non sono uno di quelli che si stropicciano la faccia in espressioni di disgusto appena sentono una parola irritante, posto che comunque la parola (con tutte le sue variazioni) è oggettivamente irritante.
Quindi eccoci qui, restiamo amici. Però in considerazione della grande apertura mentale da me dimostrata, posso chiedervi un favore? Usate patato, usate patatone, usate patatoso, ma non metteteli mai insieme: non avete bisogno di rafforzare un concetto che è già come un tuffo in un barile di melassa. Quindi vi chiedo di pensare almeno un attimo prima di immortalare i vostri impeti irrefrenabili di dolcezza in un “patato patatoso“, o in un “patatone patatoso“. Converrete con me che questo comincia a essere troppo per chiunque, anche per chi vi vuole bene, è animato dalle migliori intenzioni ed è abitato solo da candidi pensieri di armonia universale e pace nel mondo.

Ma non potete.
Non.
Potete.
Mai.
Assolutamente.
Sbrodolare in un “Super Patatone Patatoso“.

Appena letto.
Giuro.

Che devo fare?

29 novembre 2015

Fondamentalismo e fondamentali

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Non esiste il paragone tra i pazzi che hanno fatto l’incursione nella clinica americana di Planned parenthood e i pazzi degli attentati di Parigi. Non esiste innanzitutto un background sociale e politico paragonabile. Da una parte c’è una polveriera pronta a esplodere, dall’altra i botti di capodanno di qualche fissato che di quando in quando fanno vittime.

L’unica analogia tra loro è la pazzia. Non un “fondamentalismo” la cui definizione è sempre più ambigua. A essere precisi le parole “fondamentalista” e “integralista” non mi sono mai piaciute (anche se le ho usate a volte per comodità: cercherò di evitarle d’ora in poi perché il gioco si fa duro). Cosa vorrebbe dire, che i terroristi che prendono un discorso parareligioso a pretesto sarebbero più vicini ai “fondamentali” di una fede? Non lo pensavo neanche del terrorismo politico, che questa presunta coerenza con l’ideale politico la teorizzava, argomentava e rivendicava a ogni passo, si può immaginare cosa penso di questo. Forse fa comodo pensarlo a chi vorrebbe bandire ogni fede dalla società: in realtà questi criminali sono i più lontani dai “fondamentali”. O meglio, sono proprio estranei: se fossero solo lontani sarebbero comunque in relazione. Ma non è così.

Quelle che nel linguaggio comune chiamiamo “estreme conseguenze” in genere non sono conseguenze logiche. A meno che non si voglia sostenere che un delirio è la conseguenza normale di un desiderio. “L’errore è una verità diventata pazza”, diceva Chesterton. Ma la pazzia è il venir meno di qualche fondamentale, non un suo rafforzamento. È perdere una relazione, non darle maggior valore.

15 aprile 2015

Da Cartesio all’indifferentismo sessuale

Filed under: Il postulante de-genere — alessandro @

Questa breve panoramica storico-filosofica scritta per il sito di Manif pour tous Italia da Simone Pillon, avvocato ed esperto di diritto di famiglia, aiuta a inquadrare abbastanza bene una questione che sta diventando sempre più importante. A mio parere è troppo sommaria nella prima parte (ma l’autore ha l’onestà di “autodenunciarsi”). È anche normale che sia così: più si va indietro e più si parla di fondamenti, di radici di pensiero che hanno avuto questi esiti ma anche molti altri. Ed è anche un po’ troppo allarmista nelle conclusioni. Ma l’ultima parte della disamina storica, quella sulla seconda metà del ventesimo secolo, mi sembra molto precisa e ben documentata.

Le opinioni possono essere varie su cosa sia “bene” e cosa sia “male” di molti dei fatti e delle idee riportate in questo approfondimento. Io stesso non sono d’accordo al cento per cento sulla valutazione di tutto, ci sono passaggi che considero importanti e altri meno, fatti che percepisco come gravi, concordando con l’autore, e altri che mi sembrano neutri e più marginali rispetto all’argomentazione complessiva. Non mi trovo in sintonia sicuramente con la parte catastrofista della conclusione in cui parla di una possibile “guerra” o divisione territoriale mondiale… mi sembra un po’ esagerata. Non sono d’accordo neanche sulla valutazione della cosiddetta liberazione sessuale: un conto è la mercificazione del corpo attraverso i mass media che comporta tra le altre cose la sessualizzazione precoce degli adolescenti, condannabile senza se e senza ma, un altro conto sono la “sdrammatizzazione” del sesso, che può essere una cosa buona, e l’educazione sessuale che può aiutare e guidare i giovani e che, proprio per la pervasività degli stimoli in cui i ragazzi sono immersi, è sempre più necessaria.

Però, fatte le mie obiezioni che potrebbero anche continuare, penso che questo sia il metodo giusto per affrontare le questioni trattate: chiedersi che storia hanno. Perché vengono da lontano. Non sono certo frutto di una “cospirazione” di qualche “lobby”, come viene ripetuto spesso in maniera un po’ semplicistica, ma non sono neanche quelle improcrastinabili battaglie per nuovi diritti che vogliono farci credere. In ogni caso hanno implicazioni di prima grandezza sul modo di pensare e sul modo di intendere la persona umana e la sua irriducibilità a qualsiasi potere. Convidido questo contenuto perché vorrei che si discutesse a questo livello. Dividersi tra pro e contro senza la chiarezza su questi fondamenti lo considero improprio, e per quanto mi riguarda tempo sprecato.

“Quello che abbiamo di fronte è dunque uno scontro antropologico tra chi pensa che l’essere umano sia unità nella diversità e chi vuole annullare ogni alterità, tra chi pensa che vi sia un’unità intrinseca di corpo e di anima e che la dualità umano-divino sia una insopprimibile chiamata alla trascendenza, e chi invece pensa che l’uomo sia solo una mente razionale che ha come appendice un corpo fatto di materia liberamente plasmabile, inutile retaggio di una evoluzione meccanica che dai procarioti ha portato all’Homo sapiens sapiens. Prestiamo bene attenzione perché tra queste due antropologie c’è una totale irriducibilità, ovvero non sono compatibili, non è possibile trovare un accordo, un compromesso. Sono due modi inconciliabili di concepire la persona umana”.

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