Cronachesorprese

25 maggio 2018

Ispirazione non è dettatura

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

In una discussione di poche ore fa, in cui si parlava di origine dei libri sacri, mi è stato risposto che la differenza tra “dettatura” e “ispirazione” sarebbe solo un “gioco di parole”.

Oltre a notare, per l’ennesima volta nella mia vita, che molti atei si condannano da soli su questa materia a una superficialità che sicuramente non usano in altre occasioni, voglio rincarare la dose. Non soltanto i due concetti sono molto diversi, ma sono anche opposti. La parola “ispirazione” è bellissima e molti a mio parere non riflettono a sufficienza sul suo reale significato perché abbiamo in testa questa immagine romantica del poeta che scrive quasi in stato di rapimento. Oh, è un’immagine anche di un’agiografia deteriore, intendiamoci. Ispirazione, invece, vuol dire essere così mossi, provocati da una realtà che tutta l’energia umana di cui si è capaci viene convogliata in una qualche forma di espressione. Va da sé che questa condizione non è in alcun modo compatibile con una dettatura passiva: è una condizione, al contrario, di “attività” particolarmente intensa. E poiché il concetto è stato usato sempre, per tutta la storia della chiesa a cominciare da San Paolo, forse bisognerebbe fare qualcosa per togliersi dalla testa immagini sbagliate.

Noto a margine che l’ispirazione è anche un problema per l’esegesi. Perché se l’autore sacro è ispirato sta usando al massimo le sue capacità di espressione, e quindi usa gli strumenti culturali ed espressivi che ha a disposizione, quelli del suo tempo e del suo popolo. Il fatto che riesca a dire qualcosa che ha valore universale non toglie il fatto che la forma, le immagini che usa, gli interlocutori che ha in mente, insomma il mondo in cui vive costituiscono un condizionamento. Ma quel che è certo è che gli scrittori sacri della Bibbia sono lontani anni luce da qualsiasi dettatura.

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23 maggio 2018

Tutti CONTEnti

Filed under: cronache — alessandro @

Volevo precisare, a integrazione del mio curriculum, che io ho perfezionato i miei studi ai Camden Town Workshop, Las Vegas University, Formentera College, Santorini & Cyclades Summer School, Yellowstone Master Class.

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22 maggio 2018

Sul “dogma”

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Io contesto un certo uso esteso e, a mio parere, improprio del concetto di dogma. Se parliamo di dogmi della Chiesa non parliamo di qualcosa che bisogna accettare “spegnendo” la ragione e la capacità critica. Il dogma è un enunciato che sintetizza l’esperienza della Chiesa riguardo a un aspetto nodale della fede. Un aspetto che non poteva essere lasciato non definito, come non si può lasciare indefinita la direzione di una strada mentre la si sta costruendo. Ogni dogma è un segnavia: indica quale strada è stata percorsa fino a quel momento. È definito una volta per tutte perché solo in un determinato momento era possibile farlo. Non voglio dilungarmi troppo, ma un conto sono queste definizioni, un conto la comprensione e l’approfondimento della fede che a partire da quelli la chiesa, nel tempo, prosegue. Un dogma è come un carattere genetico: lo erediti, non puoi smontarlo. Ma questo non significa non potersi muovere liberamente. Se ho i capelli rossi posso fare quello che voglio, con i capelli rossi. Se li tingo di biondo non sono più libero, più critico o più indipendente, sono solo un po’ ridicolo. E i capelli, in realtà, sono sempre rossi ;-)

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1 febbraio 2018

Varianti naturali

Filed under: Il postulante de-genere — alessandro @

Da leggere la risposta di Padre Angelo Bellon a uno psicologo sedicente cattolico.

Non so se la scienza abbia provato che l’omosessualità è una variante naturale. Non credo. Di sicuro non ha dimostrato che sia genetica. Ma a parte questo, la cosa che trovo veramente molto discutibile della lettera dello psicologo è l’intenzione, dichiarata, di trarre conseguenze sul piano della morale sessuale cattolica dal cambiamento (indubitabile, e a mio parere positivo) della percezione sociale dell’omosessualità. Anche l’ “inclinazione” all’infedeltà e alla promiscuità è molto frequente, anzi probabilmente è maggioritaria nella popolazione. E non c’è dubbio che nella società ormai secolarizzata la “scappatella” e la promiscuità non sono neanche percepite come un problema degno di grande attenzione o stigma. Ma questo significa che la Chiesa dovrebbe rivedere le sue posizioni sulla fedeltà coniugale?

Alla base della posizione dello psicologo sedicente cattolico c’è un problema culturale, a mio parere. Molti non conoscono più il significato della parola “peccato”. E pretendono che la Chiesa non chiami “peccato” qualcosa che è normalmente accettato dalla società, come se “peccato” e “delitto” o “comportamento sconveniente” fossero sinonimi. Bisogna uscire da questo equivoco. I non cattolici (o i cattolici come lo psicologo) non devono pretendere che la chiesa conformi il concetto di peccato alla morale corrente. E i cattolici devono imparare a parlare di peccato senza puntare il dito sugli altri.

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13 settembre 2017

Legge Fiano, prove di deideologizzazione dell’antifascismo

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

Ritengo giusta la proposta di legge Fiano contro la propaganda fascista che oggi è passata alla Camera, spero che possa concludere l’iter entro la fine della legislatura senza altri incidenti, magari con qualche precisazione in più che tolga le scuse a chi in queste ore sta facendo osservazioni tra l’ironico e il surreale che non colgono il cuore della questione.
Non era necessaria perché la legge contro l’apologia del fascismo c’è già? Peccato che non venga applicata. Questa focalizzazione sulla propaganda forse servirà a cominciare un lavoro mai fatto. E se non accadrà sarà un’altra occasione perduta, ma le occasioni perdute non devono distogliere da ciò che è giusto. Non siamo mai riusciti a farlo? Non c’è nessun motivo per non riprovarci.

La questione è eminentemente simbolica, e di conseguenza educativa. Spiace dirlo, ma la mia generazione non è stata capace di insegnare a sufficienza e nel modo giusto il rispetto dei valori della Costituzione. E quella prima ha fatto un errore ancora più tragico: ha permesso che il contrasto alla propaganda fascista diventasse nella narrazione pubblica una questione di parte, cosa che non è. Per una latitanza colpevole si è permessa la strumentalizzazione ideologica dell’antifascismo. Si è permesso che molti lo percepissero non come valore fondativo comune ma come lotta di una parte politica su un’altra parte politica. Si è permesso che una parte politica potesse chiamare a proprio piacimento “fascista” tutto ciò che non era in linea con la sua visione del mondo. Si è permesso l’antifascismo del “doppio standard”, insomma. E invece il ripudio del fascismo esplicito, senza distinguo, senza opportunismi ma rigorosamente circoscritto a quella esperienza storica che chiamiamo fascismo dovrebbe essere un patrimonio di tutti, non di una parte. Di tutti quelli che si riconoscono nei valori costituzionali. Se fosse così, la strumentalizzazione dell’antifascismo sarebbe impossibile. Se oggi la legge Fiano appare molto opportuna è in conseguenza di un fallimento educativo di cui tutti siamo responsabili. E allora prendiamoci la responsabilità, come collettività, di provare a cominciare daccapo.

Non c’è simmetria possibile con altri simboli di altre ideologie. Certo, è davvero difficile trovare dei simboli politici che siano stati riferimento a livello di massa nel novecento e che non evochino qualche tragedia. Ma la nostra Repubblica è nata dalla lotta a quel regime, a quella ideologia. Quindi SOLO il richiamo al simbolismo di QUEL regime deve essere sanzionato specificamente come contrario al patto fondativo della nostra comunità nazionale, e come inopportuno e insultante in una dimensione pubblica. Chi pensa che questa sia una considerazione di parte è decisamente fuori strada. Io mi sento di dirlo chiaro perché nessuno può tacciarmi di simpatie per “gli altri”, e vorrei che anche tutti “gli altri” però lo dicessero chiaro, senza ipocrisie. La cosa davvero sconfortante è che nel 2017 queste considerazioni vengano lette come partigianerie. Ed è ancora più sconfortante che non ci sia oggi una sola voce nel centrodestra che non veda la necessità di smarcarsi da certe pastoie. E che questo silenzio sia dovuto alla necessità di preservare patti di non belligeranza non scritti e a calcoli elettoralistici non è solo sconfortante, è anche preoccupante.

In quanto questione fondativa, il ripudio del fascismo non è mai vecchio e inattuale. Lo diventerà forse quando passeremo attraverso un’altra guerra o un altro evento traumatico simile all’ultima guerra, un evento che costringa a riscrivere le regole della convivenza civile. Quindi ovviamente spero che non invecchi mai. Per lo stesso motivo il benaltrismo è fuori luogo. Certamente ci sono cose più urgenti da discutere oggi in parlamento, ma l’educazione ai valori civici è sempre un’urgenza e se aspettiamo che non ci siano questioni più urgenti non la affronteremo mai.

Qualcuno parla di attentato alla libertà di pensiero e di opinione. Non è così. La legge punisce comportamenti molto precisi, molto specifici, che sono a tutti gli effetti vilipendio alla Repubblica e alla Costituzione. Non c’è alcun rischio di estensione arbitraria della norma. Chi fa il saluto romano, chi inneggia a Mussolini e al fascismo in un contesto pubblico come una manifestazione o una cerimonia, o in un luogo aperto al pubblico come una spiaggia demaniale in concessione, chi della propaganda fascista fa un’attività economica attraverso il merchandising, chi mette in atto uno di questi comportamenti o altri simili sputa sulla Costituzione e deve sapere che lo fa a rischio di una sanzione e con la disapprovazione dell’intera comunità nazionale. Naturalmente non sono punibili comportamenti spiccioli e interstiziali, ciò che può avvenire in una tavolata al ristorante, che so. Dovrebbero bastare il buon gusto e la cultura media per non vederli più, ma sembra che il deterioramento della cultura storica sia ormai inoltrato su una brutta china.

Resta inteso (ma dalle obiezioni che leggo in giro sembra di no) che il divieto di propaganda non ha nulla a che fare con le valutazioni storiche, con l’indagine storica su un ventennio di attività di governo e amministrativa italiana. Quello è un altro livello. Non si può fare un bilancio di “pro e contro” mettendo su un piatto della bilancia il manganello e l’olio di ricino e sull’altro piatto ciò che il fascismo ha fatto per garantirsi il consenso sociale. A parte che sono due grandezze disomogenee (per dire, mi rubi la macchina, ” sì, però” la usi per accompagnare le vecchiette a fare la spesa, ma scusa se ti meno lo stesso quando ti becco eh), senza un adeguato preambolo questi ragionamenti non li sto neanche a sentire. PRIMA facciamo fuori dalla piazza politica tutti i simboli fascisti, che influiscono attivamente sulla coscienza dell’appartenenza alla comunità, e POI facciamo tutte le valutazioni storiche su tutto ciò che è stato fatto nel ventennio. Perché se PRIMA non si esclude l’appello al simbolo, la valutazione storica rimane ambigua, pelosa, funzionalizzabile a un revisionismo politico, non storico. E nessun italiano con un minimo di coscienza e di cultura storica dovrebbe essere disponibile a questo tipo di revisionismo.

Non concordo invece con la “damnatio memoriae” dei monumenti, non concordo con la proposta dello stesso Fiano di abradere la scritta “Dux” dall’obelisco del Foro Italico o cose simili. Questo sarebbe davvero fuori tempo massimo: quei monumenti non sono propaganda attiva, sono testimonianza di un periodo storico. In quanto tali, anzi, servono alla coscienza collettiva a misurare la distanza, il cammino percorso. Possono servire insomma proprio contro la propaganda. Da un punto di vista strettamente artistico, se quel monumento è vincolato dalla Soprintendenza lo è integralmente. Un conto sono le aggiunte posticce di simboli su manufatti preesistenti (e quelle sono state tolte, generalmente), un altro conto i monumenti progettati e costruiti in base a un programma concettuale e iconografico. Però Fiano ha detto anche che è contrario all’abbattimento dei monumenti, quindi le liste sui social di edifici di epoca fascista che sarebbero da demolire, che molti spiattellano polemicamente sui social, valgono solo come boutade.

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