Cronachesorprese

6 maggio 2013

Andreotti, le sentenze e la storia da scrivere

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Quindi anche per te, Giulio, è venuto il momento di andare dalla cronaca alla storia. Che il passaggio ti sia lieve. Non penso che tu sia stato un modello di virtù a tutto tondo. Ma qualche virtù hai dimostrato di possederla: di sicuro non ti è mancato il tempo per dimostrarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. E in questa stagione di nani e ballerine in politica; di giustizialisti nelle redazioni e in parlamento; in questa stagione in cui trionfa Guicciardini, il tuo machiavellismo è roba da giganti. Se non altro in proporzione. Sei una figura complessa della nostra storia, e della storia ormai non più recente. Oltre alle virtù umane e politiche avevi anche il vizio della battuta. Ma non è sufficiente per seppellirti con una battuta o anche con un giudizio drastico: bisogna essere ben presuntuosi per arrogarsi la competenza necessaria a infliggerti questo contrappasso. Neanche i giudizi dei tribunali possono bastare a esprimere un giudizio su di te, nonostante quello che pensano i moralisti che oggi, a poche ore dalla tua morte, si raccolgono tutti a officiare il loro rito di pubblica esecrazione attorno al Fatto Quotidiano. Lasciamoli sfogare, poveri diavoli (loro sì): aspettano da tanto questo momento. Non sono già abbastanza miserabili gli uomini che aspettano la fine di un altro uomo come qualcosa da festeggiare? Non mi sembra il caso di infierire. Leggo in giro per la rete commenti di poveracci che oggi stappano una bottiglia messa da parte da anni. Mi fanno pena e non c’è altro da aggiungere su di loro. Guardo e passo.

Però da domani basta. Già l’anno scorso abbiamo dovuto sorbirci anche la riduzione teatrale e letteraria della sentenza Andreotti. Volevano inaugurare la fase tre, per cosi dire, della storicizzazione di un’infamia. La prima fase è stata quella del processo. La seconda quella giornalistica. La terza è quella degli artisti e degli intellettuali.
Ieri come oggi, vent’anni dopo l’avviso di garanzia, dico ciò che penso. Andreotti non era mafioso. Non ci ho mai creduto e non ci crederò mai, a meno di novità clamorose che non so da dove e da chi potrebbero arrivare. Non mi hanno convinto i pentiti, non mi ha convinto una sentenza sbagliata, figuriamoci se può convincermi un attore o il martellamento dei soliti che da decenni, senza ragione alcuna, danno addosso a uno, in definitiva, soltanto perché ha attraversato tutte le stagioni politiche per oltre mezzo secolo. Chi, in posizioni di potere politico e giudiziario, ha sentito il bisogno di assecondare e compiacere oltre misura questa avversione irrazionale si dovrà prendere le sue responsabilità di fronte alla storia.

Il compito degli storici non sarà soltanto raccontare che la sentenza della Cassazione è stata di parziale condanna. Il compito degli storici sarà spiegare come è stato possibile che un’opinione pubblica qualunquista e rancorosa abbia potuto esercitare una pressione così potente verso la condanna di un innocente. Parlo di tutti quelli che hanno condannato preventivamente Andreotti già decenni prima che i pentiti si affacciassero ai processi di mafia. E cominciassero a calcolare che poteva essere conveniente accusare lo statista, proprio per essere tenuti in considerazione, proprio per incontrare il favore di quella parte di opinione pubblica. Il clima che si è creato dopo Tangentopoli (che non ha toccato Andreotti, e questo per troppi era insopportabile) è uno dei fattori da valutare, ma non è sufficiente per spiegare. Altro fattore non secondario la determinazione della Procura di Palermo nell’attaccare, dopo le stragi del 1992, il “livello politico” con un processo esemplare. Determinazione che ho sempre trovato giusta, anche perché l’indagine sulle notizie di reato era un atto dovuto. Non ha agito male la procura e approvo il messaggio che con quel processo è stato mandato a tutti i politici davvero mafiosi. Ma l’andamento del processo ha poi chiarito a sufficienza, a mio parere, che Andreotti non ha mai incontrato Bontate e Riina, non ha mai favorito la mafia con la sua attività di Governo e non ha mai tratto vantaggio elettorale o di partito dai cosiddetti andreottiani siciliani. È vero il contrario, piuttosto: sono i collusi e gli stessi mafiosi siciliani che hanno speso il nome di Andreotti come se fosse “nelle loro mani”, come dicono, senza essere autorizzati. E se c’è una colpa di Andreotti è squisitamente politica, è di non essersi mai occupato davvero di quello che succedeva in Sicilia. Ma riusciremo mai a dare un giudizio politico su Andreotti e sull’andreottismo separandolo dalla vicenda penale? Mi auguro che ci si possa arrivare.

Gli storici dovranno capire come è stato possibile che la Corte d’Appello abbia ribaltato in parte una sentenza giusta e ragionevole senza nessun nuovo elemento, senza nessun nuovo riscontro, ma soltanto facendo una valutazione diversa delle debolissime testimonianze già ritenute inattendibili dai giudici di primo grado. Gli storici dovranno spiegare come è stato possibile dar credito alle testimonianze di Mannoia e Siino e non a quella di Di Maggio, nonostante le convincenti controdeduzioni dell’imputato e del collegio di difesa abbiano evidenziato a sufficienza le contraddizioni di tutti e tre i pentiti, e di diversi altri. Dovranno spiegare perché dovremmo credere a un Andreotti colpevole “fino al 1980″, e guarda caso riconosciuto tale solo in appello quando la prescrizione era ormai scattata, cosa che mi ha sempre fatto pensare (pensare male: e ci si azzecca, no?) che l’obiettivo di qualche giudice era una condanna prima di tutto morale e politica e soltanto in subordine giudiziaria, come utile e ultimo mezzo. Dovranno spiegare perché dovremmo ritenere plausibile che Andreotti sia andato in una tenuta di caccia di un mafioso con un volo lampo da Roma in un periodo di intensa attività politica e istituzionale che l’ha portato a girare come una trottola in Europa e nel mondo. All’analisi della Procura sono rimaste disponibili solo esigue finestre temporali. E la Corte d’Appello ha stabilito, con sentenza spericolata, che Andreotti avrebbe usato una di queste finestrine per fiondarsi nel catanese a parlare con un boss, correndo il rischio assurdo di farsi riconoscere a ogni passo, mentre invece secondo la stessa Corte non sarebbe plausibile che qualche anno dopo Andreotti abbia incontrato Riina con modalità analoghe e meno impegni in agenda. Non è stato sufficientemente provato l’incontro con Riina? Mi spieghino perché quelli altrettanto inverosimili con Bontate sarebbero invece provati a sufficienza. Solo perché un pentito dà riscontro a un altro pentito, sulla sua parola e sulle sue personalissime impressioni (già, perché Siino ha detto di non aver visto Andreotti…)? Troppo comodo. Non mi ha mai convinto. Non mi fido. E oggi non sono disponibile a riconoscere sacralità a quella sentenza soltanto perché non è stata messa in discussione dalla Cassazione. Che ha parlato soltanto di coerenza logica dell’impianto accusatorio. Che dire. Anche la fantascienza può eccellere per coerenza logica.

Insomma una cosa è la verità processuale che è stata falsata irrimediabilmente dall’incomprensibile decisione dei giudici d’appello, un’altra cosa è (dovrà essere) la verità storica. Una cosa è la definitività della funambolica sentenza di Cassazione, un’altra cosa è la verità storica che deve essere ancora scritta ed è ancora ben lontana dall’essere definitiva. Una cosa sono le sceneggiate di Travaglio che ad ogni intervento televisivo in tema si sente un po’ Mario Puzo e produce pregevoli fiction sulle conversazioni immaginarie tra Bontate e Andreotti, un’altra cosa è la storia. Una cosa è l’impegno politico di Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia davanti alla moglie e al figlio mentre andava a Messa, un’altra cosa è l’infamia sulla sua memoria ad opera di qualche pentito che per ottenere il risultato di accusare Andreotti accusa anche Mattarella di collusione, ma solo fino al febbraio del 1979, quando avrebbe deciso di “fare pulizia” suscitando la reazione di Bontate. Una calunnia che dovrebbe risultare intollerabile agli intellettuali che vorrebbero essere credibili nel loro impegno contro la mafia, un’infamia alla quale sarebbe conveniente ribellarsi. Ma come si dice quando si è in guerra, probabilmente la memoria di Mattarella è vittima di fuoco amico, un increscioso effetto collaterale di una guerra giusta…

Ed è anche per odiose conseguenze come questa che mi interessa ben poco se attori, giornalisti e intellettuali vogliono oggi distinguersi facendo vedere quanto sono impegnati nell’educare le nuove generazioni a condannare i politici furbi. Ma cosa credono, che siano solo telespettatori rimbecilliti gli italiani che non sono convinti della colpevolezza del senatore? Io la memoria ce l’ho e non credo alle favole, né a quelle di Vespa, né a quelle di altri. L’avvocato Giulia Bongiorno non aveva motivo di urlare al telefono “assolto, assolto, assolto”? Sarà, ma io ho motivi sufficienti per dire che quella sentenza è sbagliata, sbagliata, sbagliata e voglio, pretendo la libertà di ripeterlo e di gridarlo. E voglio vedere nei prossimi anni degli storici liberi da tutte quelle pastoie che hanno portato il processo a un deragliamento così clamoroso e inspiegabile. Rispetto Caselli, rispetto Travaglio, rispetto Cavalli. Rispetto tutti. Ma tutti rispettino la mia legittima opinione, non pretendano che mi unisca al coro dell’esecrazione di un uomo condannato ingiustamente. Si chiuda la stagione delle rivincite morali e giudiziarie su un uomo che ha avuto troppo potere per troppo tempo per non essere odiato (anche dai mafiosi). E si apra la stagione del vero giudizio storico.

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11 giugno 2008 – Il Divo

13 marzo 2013

Frankie stories

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Facciamo in silenzio questa preghiera de voi su di me

Silenzio. E preghiera. Comincia un mondo nuovo, e noi possiamo dire che c’eravamo. Quando Francesco I si è inchinato per ricevere la benedizione dei fedeli io mi sono commosso. E non mi capita facilmente.

E quindi dove sarebbe la Chiesa immobile, refrattaria alla modernità, indietro di centinaia di anni? Proviamo a pensare a tutti i cambiamenti epocali di cui siamo stati testimoni negli ultimi cinquanta, un piccolo frammento della storia bimillenaria dell’unica istituzione che ha resistito così tanto tempo in Occidente (e non solo).

Prima il Concilio che rivoluziona tutto: liturgia, rapporti con le altre religioni, ruolo dei laici.

Poi il primo papa polacco (e il primo non italiano dopo oltre quattrocento anni), che dà vita a un pontificato lungo, luminoso, che contribuisce attivamente alla caduta dell’impero sovietico, che cavalca da protagonista anche la crescente importanza e diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. Poi il giubileo del 2000, l’ammissione delle colpe storiche (e il perdono per le offese ricevute).

Poi il papa tedesco che sembra debba essere solo un dimesso teologo e invece si rivela un riformatore fermo e audace, che fa uscire la Chiesa da una serie di scandali arginando una perdita di credibilità che sarebbe stata fatale per qualsiasi altra organizzazione umana. Poi la rinuncia al soglio, l’abdicazione, la chiamata rivolta a tutta la Chiesa e al mondo a una quaresima davvero speciale di conversione e di cambiamento.

E oggi la sorpresa, il frutto della scelta di Benedetto. Il primo papa extraeuropeo (se si eccettuano due “africani”, per modo di dire, nei primi secoli), il primo papa sudamericano, nonché il primo che abbia il coraggio di prendere un nome impegnativo.
Un altro tabù infranto: Francesco, un nome programmatico. Non si parlerà più a vanvera di Chiesa che deve “recuperare una dimensione francescana”. Ora il Papa si è preso personalmente questa responsabilità. Presto potremo archiviare quel giudizio moralistico sulla Chiesa dato in base a parametri di “povertà” e “ricchezza” arbitrari, senza senso. Andiamo al nocciolo, finalmente. Le risorse economiche sono energia, e la povertà non è assenza di energia: la povertà è un saldo, va commisurata a opere, mezzi e fini.

Grazie, Francesco. Sei una delle cronache più sorprese di questo misero blog.

papa francesco

Immagine tratta da catholicmemes.com

Di fumate e sfumature emotive

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La telecamera fissa sul comignolo della Sistina è per un verso inevitabile, per un altro verso appiattisce, banalizza il senso di un’attesa che, con buona pace di chi vorrebbe non considerare la differenza, non è come tutte le altre e non è banale. Ma un comignolo è solo un comignolo. Il fumo bianco o nero, nella sua semplicità pregutemberghiana e prealfabetica, è antico e modernissimo: è muto ma tanto simile all’unità elementare del digitale, uno o zero, acceso o spento. Le telecamere dunque rimbalzano spesso e volentieri sulla gente che affolla e sfolla in corrispondenza degli orari previsti per le fumate.

La differenza tra una posizione di attesa, che antropologicamente è capitale (perché la vita è attesa: attesa operosa, ma attesa) e una curiosità più o meno fine a se stessa non è sottile. Il senso giusto di attesa e di speranza che noi credenti abbiamo in questi giorni non deve essere confuso con altro. Certo, un evento come quello che stiamo attendendo in questi giorni attira l’attenzione globale e non sfugge alle leggi della comunicazione di massa.

Ma perché stanno lì a guardare? Molti esprimono fastidio per questo fatto. Vedo molto di questo fastidio su twitter, ad esempio. Che guardano? Niente, è una forma di meditazione. Avresti qualcosa da ridire a un monaco zen che fissa un muro bianco? Noi fissiamo un comignolo, e allora? La meditazione è stupida vista dall’esterno. Per forza.

Quando non c’è altro da raccontare che un’attesa di qualcosa che in sé non ha niente di spettacolare, come un comignolo che fuma, giornalisticamente si possono percorrere due strade: o si fa parlare chi attende o si fa in modo che ogni minimo particolare diventi una notizia. In queste ore un gabbiano, evidentemente impietosito dalla fame delle centinaia di inviati da tutto il mondo, si è piazzato sul comignolo per far parlare di sé. Un sospiro di sollievo per tutti, tranne che per chi attende davvero.

Meglio così forse, perché quando i giornalisti hanno provato a percorrere la prima strada si sono dati da fare soltanto a cercare l’ovvio. Come lo vuoi tu il Papa, bianco o nero come questa fumata, e perché non giallo? Cosa deve fare, deve essere francescano, eccerto, ci mancherebbe, lo dicono tutti anche se poi l’applicazione del concetto che molti hanno in mente è quanto di più confuso, generico e inappropriato ci possa essere. Il Papa emerito, per dire, per molti aspetti era già abbastanza “francescano”. Viveva “in due stanze” e faceva una vita spartana e non certo di tutto riposo, come ebbe a dire una volta l’oggi papabile Scola ospite di Gad Lerner. E non era, non è tuttora ricco sfondato. Sarà che non riesco a sintonizzarmi con chi chiama “ricchezza” la pomposità cerimoniale: potrei essere d’accordo a sfoltirla un poco, ma non so come si può chiamare “ricchezza” in senso proprio.

Ma il capolavoro dell’appiattimento dell’attesa della fede in una barzelletta folcloristica da raccontare in venti secondi al tiggì è il filone della delusione. Ieri c’è stata la prima fumata. Nonostante tutti abbiano ripetuto per giorni che una fumata bianca alla prima occasione non si è mai verificata e sarebbe quindi ancora più eccezionale delle dimissioni del Papa in carica, nonostante tutti sappiano che questa volta non c’è un candidato chiaramente più forte degli altri come nel 2005, nonostante tutto questo la fumata nera deve essere per forza “deludente”. Quindi i microfoni vanno diligentemente a dar voce ai delusi. Sei deluso? Essì, sono deluso, speravo…

Ma che speravi? Ma che cosa significa per te venire in pazza San Pietro in questa circostanza?

Ok, interruzione forzata. Mentre scrivevo hanno eletto il nuovo Papa. Devo interrompere il ragionamento: ubi maior… Pubblico mentre attendo di conoscere il nome. Questo rimane un post di attesa.

28 febbraio 2013

Pellegrin che vien da Roma

Filed under: ratzie stories — alessandro @

“Da stasera non sono più Pontefice, ma solo un semplice pellegrino”. Ha detto così Ratzie oggi appena arrivato a Castelgandolfo. “Dalle otto di questa sera inizia l’ultima tappa del mio pellegrinaggio sulla terra”.

L’elicottero bianco che sorvolava Roma era nostalgico e gioioso insieme. Benedetto XVI crea un vuoto che è immediatamente attesa, senza passare attraverso la desolazione. Nel saluto ai cardinali, poche ore prima, c’era già il pieno. Qualcuno diceva che il dolore è come il vuoto della cassa armonica di una chitarra, scavato per far risuonare la musica: “Tra di voi c’è anche il futuro Papa a cui prometto la mia incondizionata riverenza e obbedienza. Il collegio dei cardinali sia come un’orchestra in cui le diversità possano portare a una concorde armonia”.
Chi dice che questo grande uomo sta scappando è un poveraccio. Detto con simpatia, perché siamo tutti dei poveracci per un verso o per un altro. Non capisce che grande regalo è questo. Non ha le antenne per avvertire l’invasione di fede e speranza nel campo del mondo.

Io sono nato dieci giorni esatti dopo la fine del Concilio Vaticano II e oggi mi sento rinascere. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Il pellegrino arriva a Santiago e compie il voto, trova il senso. Lì si arriva con le proprie forze e l’aiuto di Dio. Da Santiago si riparte per Finisterre solo di slancio, per pura grazia. Ed è l’ultima tappa, quella verso la fine del mondo. L’esperienza singolare di camminare non “verso” un’altra dimensione, ma “in” un’altra dimensione mentre si è ancora nel mondo di tutti, con tutti. E così si cammina sempre per tutti, non solo per se stessi. “Più in me non vivo”, l’egoismo è impossibile.

Buen camino, pelegrino.

26 febbraio 2013

Comincia la vera campagna elettorale

Filed under: cronache,dichiarazioni di voto — alessandro @

Non scherziamo, dai. Qualcuno sta pensando davvero di stare più di sei, nove mesi con un Parlamento siffatto? Io mi deprimo al solo pensiero. Non c’è una maggioranza e non c’è la possibilità di formare un’alleanza programmatica. Niente di niente.
Io vedo una sola via di uscita decente e mi auguro di sentirla enunciare con sufficiente chiarezza e vigore da Bersani nell’imminente conferenza stampa. Un governo PD – M5S -Monti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e cambiare la legge elettorale. Il tutto con cortese sollecitudine e potremmo tornare alle urne anche a giugno. A settembre sarebbe già tempo perso.

I cinquestelle dicono che non vogliono fare “inciuci”? A parte che chi fa tanto il nuovo dovrebbe abolire questa parola orribile dalla faccia della terra, un accordo così non ha nulla di ambiguo e riprovevole. Non è vecchia politica, è un nuovissimo dribbling all’ennesima palude politico – istituzionale che si profila davanti ai nostri occhi. Potrebbero (forse) storcere il naso se si chiedesse loro di trovare un accordo sulla riforma del lavoro o della giustizia. Potrebbero sentirsi tirati per la giacca ed essere legittimamente sospettosi, perché nessuno di loro ha esperienza parlamentare. No, non si chiede niente di tutto questo. Si chiede di cambiare la legge elettorale.

Questa, direi loro, è un’offerta che non potete rifiutare. Perché dovreste essere oltremodo attratti dall’idea di cambiare in pochi mesi una legge che per anni tutti, anche quelli che l’hanno fatta, hanno criticato ma cedendo sempre ai veti incrociati parlamentari. Dareste uno schiaffo morale a tutte le altre forze politiche e forse aumentereste ancora il consenso oltre l’incredibile risultato ottenuto ieri. L’alternativa? Rassegnarvi a una lenta (forse neanche) e inevitabile erosione del consenso. Non raggiungerete mai più queste percentuali. Paghereste in primo luogo l’aver rifiutato un’offerta così: la possibilità di cambiare subito qualcosa di fondamentale per la democrazia secondo le vostre priorità e non volerlo fare. Preferire stare a osservare le difficoltà degli altri, che però si tramutano fatalmente in difficoltà per tutti per la mancanza di un governo che decida. E le decisioni da prendere sono tante, urgenti e drammatiche.

Non ho molto altro da dire e da analizzare finché qualcuno non riesce a convincermi che esiste un’alternativa che non faccia pagare all’Italia un prezzo esagerato, ancora più alto di quello che ha già pagato e sta pagando da almeno tre anni.

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