Cronachesorprese

27 Settembre 2019

I bivi di Greta

Filed under: cronache — alessandro @

Lo Strike For Climate sarà qualcosa di nuovo e di molto bello se i ragazzi sapranno essere abbastanza accorti da evitare le strumentalizzazioni. Hanno davanti una grande sfida: essere il primo movimento giovanile degli ultimi 50 anni senza connotazioni ideologiche, fatta salva la nobile e tragica eccezione di piazza Tienanmen. La causa che sostengono è straordinariamente adatta: c’è effettivamente il problema, c’è l’urgenza di affrontarlo, è fondata la loro accusa alle generazioni precedenti, nessun governo, nessuno stato, nessuna ideologia può dichiararsi innocente. Hanno questo obiettivo degli “11 anni prima che i cambiamenti diventino irreversibili” che sembra fatto apposta per concentrare le loro migliori energie su qualcosa di grande, che è ciò che un ragazzo di 16-17 anni cerca. Hanno (abbiamo) tempo fino a quando avranno quasi trent’anni.

Poco più di cento anni fa un diciassettenne andava in guerra. Settantacinque anni fa si imboscava per liberare il proprio paese, l’Europa e il mondo dal nazifascismo. Sessant’anni fa Budapest, cinquant’anni fa Praga, la sua primavera e Jan Palach. E infine, come detto, trent’anni fa la tragedia di piazza Tienanmen. In tutti questi casi al cuore del movimento c’erano ragazzi che mettevano tutta la loro vita consapevolmente in mano a un obiettivo da raggiungere, senza resti, senza riserve. Rischiavano tutto perché capivano che se avessero perso non sarebbero morti solo loro, sarebbe morta la libertà. Se è vero ciò che sostengono i manifestanti di oggi, anche la lotta che hanno davanti loro è una lotta per la vita o la morte, per la sopravvivenza di uno dei beni immateriali più preziosi, la speranza. Non è una metafora, è proprio così, letteralmente: o si vince o si muore. Se i ragazzi di Greta lotteranno per la speranza, e aperti a una speranza senza limiti, vinceranno e troveranno qualcosa di più grande di ciò che oggi immaginano come la più grande speranza. I diciassettenni di oggi lottano per il clima, certo, ma in primo luogo lottano per non diventare dei trentenni senza speranza, che equivarrebbe a morire: e chi è stato giovane davvero lo sa che è così, lo sa che non puoi sopportare di pensarti tra vent’anni fermo, servo, omologato. Bene, per loro è ancora di più di così, è più drammatico di come è stato per me e per quelli che oggi sono tra i 40 e i 60: è che se non vincono non rimarrà nulla, neanche una consolazione.

Hanno poco tempo, e nemici agguerriti. Da questo punto di vista l’urgenza che Greta Thunberg vuole imprimere al movimento che, incredibilmente, la sta seguendo (c’è davvero qualcosa di spettacolare nel modo in cui quest’onda è cresciuta), è l’unica possibilità di lasciare il segno e di non collassare in cose già viste troppe volte.
Crescere in numero ogni giorno in virtù dell’evidenza della causa e non per conformismo, non farsi imbrigliare dalla politica ma “usare” la fame di visibilità e di consenso dei politici per ottenere impegni veri; correre, correre, non smettere mai per i prossimi undici anni; non compiacersi negli stereotipi del ribellismo, aprire le porte a tutti quelli che condividono lo stesso obiettivo senza chiedere patenti ideologiche, rifiutare l’apparentamento con altre cause di qualsiasi genere (in primo luogo quelle che si basano sulla retorica individualista dei “diritti”, perché la causa per il clima è per sua natura comunitarista, non può essere individualista, anarcoinsurrezionalista e neanche blandamente anarchica), sbattere fuori tempestivamente chi vuole radicalizzare; formarsi in fretta gli anticorpi per espellere come agenti patogeni tutti quelli che suggeriscono la violenza in qualsiasi forma.
Poi c’è un altro fattore. Guardarsi dal nichilismo ambientalista, quello che mette la “Natura” sopra l’uomo e vede l’umanità come un cancro, e di conseguenza vede anche la spiritualità, in tutti suoi significati, come qualcosa di superfluo e anzi dannoso di cui liberarsi.

Se riescono a creare questo modello potremo finalmente lasciarci alle spalle, e archiviare come anticaglia inservibile, il modello dell’alternativo sinistrorso che ha ammorbato almeno due generazioni, se non tre, e comincia ad ammorbare anche la loro. Prima o poi dovrà ben succedere. Spero che sia la volta buona. E spero naturalmente che questo movimento impetuoso non perda la bella energia che ha mostrato oggi a tutto il mondo, fino a quando non avrà ottenuto ciò che vuole.

26 Settembre 2019

A chi piace pensare che la sofferenza piaccia a qualcuno

Filed under: Il cristiano informale — alessandro @

Non ho per niente le idee chiare sul fine vita, l’ho sempre ammesso da Eluana in poi. Penso che sia molto, molto difficile fare considerazioni generali, ogni storia è un caso a sé. Mi sono però molto chiare alcune cose.
– Oggi il fattore “sofferenze indicibili” è cambiato molto perché la terapia del dolore ha fatto progressi notevoli, quindi sarebbe il caso di non ripetere mantra ormai datati
– Per contro, le tecniche di rianimazione creano situazioni che fino a mezzo secolo fa erano quasi inesistenti, quindi bisogna andare molto cauti nel definire il confine tra cura e accanimento terapeutico
– La questione della qualità della vita è un ginepraio e demandare al solo individuo ogni valutazione, decisione e responsabilità non credo che sia la soluzione
– Chi sostiene il suicidio assistito in nome della libertà di scelta, e poi vorrebbe negare ai medici la libertà di rifiutarsi di collaborare a un progetto di morte, è in contraddizione, e prima di parlare dovrebbe far pace con se stesso
– Chi sceglie di reiterare luoghi comuni idioti del tipo “alla chiesa piace la sofferenza” forse non è ipso facto un idiota, ma si prenda la responsabilità delle idiozie che vuole ostinatamente ripetere.

21 Giugno 2019

De-modé

Filed under: semiminime — alessandro @

In un campo di nudisti: “Comincia l’estate e non so cosa togliermi”

13 Giugno 2019

Riparazioni entropiche

Filed under: Il cristiano informale,Il postulante de-genere — alessandro @

Un Cardinale, abbiamo un cardinale ❤️ La Curia di Genova ha chiesto agli organizzatori delle veglie di preghiera di “riparazione” al Liguria Pride di annullare le iniziative. Molto bene.
Questi fanno una confusione enorme, strumentalizzano la preghiera. Se dovessimo fare momenti di preghiera per riparare tutte le bestemmie fatte in luogo pubblico non faremmo altro nella vita. Tutte le volte che facciamo adorazione del Santissimo Sacramento “ripariamo”, non c’è bisogno di altro. Queste iniziative in realtà sono manifestazioni di dissenso travestite da preghiera. Mi stupisco peraltro che tra gli aderenti ci siano le sentinelle in piedi, che hanno sempre distinto, correttamente, le loro manifestazioni pubbliche da questioni di fede. Se non si capisce che il dissenso a certe posizioni deve rivolgersi a tutti, perché sono questioni di ragione e non di fede (come ha sottolineato recentemente il Papa a proposito dell’aborto) si fanno solo danni. Si fa danno alla fede, perché viene identificata impropriamente con una causa politica che è invisa a molti; si fa danno alla causa che si vuole sostenere, perché si indebolisce dandole una connotazione confessionale che non dovrebbe avere.

22 Aprile 2019

Che siano una cosa sola

Filed under: Il cristiano informale — alessandro @

C’è anche una cingalese che viveva a Catania da più di 25 anni tra le vittime. Questa è una notizia che ha passato la selezione nei lanci di agenzia italiani sulla tragedia degli attentati in Sri Lanka. Logica giornalistica comprensibile, perché chi fa informazione per lavoro sa benissimo che funziona così, più una cosa è vicina e più ci interessa. E se non è vicina nello spazio dev’esserlo almeno per qualche appartenenza comune, come la nazionalità o i pochi gradi di separazione. Di vicinanza ideale perché gli attentati sono stati fatti contro cristiani non si può parlare, perché guai a fare l’equazione italiano uguale cattolico, cosa anche questa comprensibile, anche se insomma, ciò che accade a cattolici e cristiani nel mondo dovrebbe interessare a un italiano, che sia credente o no. Però queste sono appunto le logiche dell’informazione alle quali non mi va di conformarmi troppo, non oltre lo stretto necessario. Noto invece con dispiacere che molti cattolici non si sentono toccati da quanto avvenuto ieri in un posto che evidentemente sentono troppo lontano.
Allora invito a pensare a quanto sia devastante la storia di questa donna cingalese, che vive e lavora in Italia da una vita, che torna a Ceylon per le feste e va a messa a Pasqua con i suoi parenti, i suoi amici d’infanzia o gioventù, nel cuore della sua comunità di origine. E muore. Per essere andata a messa. Abbiamo mai dovuto temere per la nostra vita quando siamo andati a messa? No, al massimo temiamo una lungaggine eccessiva del rito, una liturgia sciatta o poco coinvolgente che non riesca a bucare neanche per qualche minuto la nostra distrazione cronica. Io da ieri mattina penso che noi, che non dobbiamo temere per la nostra vita quando andiamo in chiesa, abbiamo una responsabilità più grande. Abbiamo una fortuna e un’opportunità che molti in diverse parti del mondo non hanno. E vivono (e muoiono) con noi, uniti a noi nel mistero eucaristico.

« Pagina precedentePagina successiva »

Powered by WordPress. Theme by H P Nadig