Cronachesorprese

21 marzo 2009

Giornali di partito secondo GKC

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…è nei resoconti dei discorsi che la stampa regala le migliori manifestazioni della sua strana inettitudine.
In questo caso, non è che i giornali di partito non dicano la verità, ma è che la parte di verità che scelgono di dire è tale da farci capire che dicono delle bugie.
Uno degli errori più grossolani che i giornali compiono è quella sorta di sconcertante discesa dal sublime al ridicolo.
Esordiscono con l’informare che qualche statista ha detto qualcosa di particolarmente brillante nello stile o mordace nell’arguzia, che ha fatto fremere di terrore la platea o l’ha fatta tuonare di applausi.
Poi vi dicono cos’ha detto.
Sciocchi somari!

Gilbert Keith Chesterton, L’utopia degli usurai

29 gennaio 2009

Odissea nel negozio

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…tu sai cosa vuol dire entrare in una libreria. per me è sempre un tormento. come ulisse con le sirene: prima devo legarmi in qualche modo, ad esempio entrando con non troppi soldi in tasca e senza carta di credito. ma quanto a entrare, entro. vorrei comprare tutto, so di dover scegliere, c’è un mare di roba da leggere. la vita è sempre troppo breve per un lettore. quindi ci si affida più di quanto sarebbe opportuno al titolo, alla grafica della copertina, alla retrocopertina, e anche a elementi subliminali (ma non per i veri feticisti) come l’odore della stampa e la consistenza della carta.

13 ottobre 2008

Sconcerto senza stupore

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Sentendo parlare sempre a sproposito di virtuale (l’ultima occasione in ordine di tempo il raduno di Facebook a Roma: ma benedetti figlioli con l’inchiostro ancora sulle mani, se c’è un raduno vuol dire che ci sono atomi, non bit in gioco. No?) mi è venuto in mente il modo in cui Garcia Marquez in Cent’anni di solitudine descrive lo sconcerto degli abitanti di Macondo all’arrivo simultaneo di treno, grammofono, telefono e altro. Non so se funziona, ma mi sono immaginato che di fronte alle nuove dinamiche di socializzazione mediate dalla rete molti hanno lo stesso sconcerto, ma senza stupore. Che è, a naso, una cosa molto brutta.

Abbagliata da tali e tante meravigliose invenzioni, la gente di Macondo non sapeva da dove cominciare a sbalordirsi… Era come se Dio avesse deciso di mettere alla prova ogni loro capacità di stupore, e tenesse gli abitanti di Macondo in un perenne andirivieni tra l’entusiasmo e la delusione, tra il dubbio e la rivelazione, al punto che ormai nessuno poteva sapere con cognizione di causa dove erano i limiti della realtà. Era un intricato guazzabuglio di verità e di miraggi…

15 giugno 2008

Scelte di campo

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Vorrei leggere L’orizzonte verticale, il libro di Stefano Bartezzaghi sulla storia dei cruciverba, per molti motivi. Ma basterebbe anche soltanto la curiosità di capire perché ha scelto quel titolo e non, per dire, Il vertice orizzontale.

5 aprile 2008

Il pubblico ministero è un Caro Figlio

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l'arte del dubbio, gianrico carofiglioUn libro che parla di processi e tecniche di interrogatorio può essere appassionante come una raccolta di racconti? Può. È il caso di un manualetto dello scrittore e magistrato pugliese Gianrico Carofiglio, L’arte del dubbio, che ho portato nella tasca del giaccone per una decina di giorni sfuttando ogni ritaglio di tempo per leggerlo. Devo ancora capire perché mi ha preso così tanto: forse perché la tecnica della cross examination ha molti punti di contatto con la tecnica dell’intervista giornalistica al massimo delle sue possibilità. O forse perché questi stralci di interrogatorio sono scelti talmente bene da diventare spunti narrativi interessanti. Scelti bene e commentati con competenza professionale ma anche con la forza persuasiva del buon senso. Poiché il paradosso è uno degli strumenti ermeneutici più efficaci per capire la realtà (e non parlo solo della realtà dei fatterelli umani ma della Realtà, della totalità dei fenomeni), è affascinante vedere quanto possa essere paradossale l’esposizione lineare di fatti da parte di un testimone, quanto possa essere rovesciata con un niente una ricostruzione che sembra logica e rigorosa fino a un momento prima, fino a quella domanda sbagliata dell’interrogante o a quel particolare che tradisce la malafede o la parzialità del punto di vista del testimone.
Si riflette anche sulla natura particolare, per così dire, della verità processuale: prendere spunto dalla cronaca giudiziaria degli ultimi vent’anni sarebbe fin troppo facile e non voglio fare polemica antigiustizialista. Ma un magistrato o un pubblico ministero sostengono una versione dei fatti, quella che in coscienza e con i dovuti accertamenti hanno ricostruito. E una volta che hanno definito una ricostruzione la difenderanno fino alla fine, cercando le strategie processuali migliori per mettere in evidenza gli elementi che avvalorano la loro tesi e mettendo in ombra quelli che la possono far sembrare più debole. Penso che sia giusto così. Ma penso anche che dovremmo abituarci a distinguere la verità dei fatti da quella delle sentenze, che sono spesso delle approssimazioni e dei compromessi.

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