Cronachesorprese

8 giugno 2017

La buona strada interrotta

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L’Agesci non è più un movimento cattolico. Occorre prenderne atto, bisogna che i cattolici che sono ancora in quel movimento pongano la questione con forza. Abbiamo bisogno come l’ossigeno di due cose: chiarezza e unità. Ma non possiamo sacrificare la seconda alla prima, perché senza chiarezza non c’è vera unità. Io ho firmato questa petizione (anche se non è scritta benissimo e “scautismo” con la a non si può proprio vedere, ma vabbé).

Se fai l’educatore cattolico devi seguire le regole cattoliche. E non per “salvare le apparenze”. I sacerdoti seguono le regole vivendo il celibato e la castità (che siano omosessuali o no, non ha alcuna rilevanza), se non lo fanno non sono buoni sacerdoti. Allo stesso modo i laici che si prendono la responsabilità di fare gli educatori: se non seguono non stanno svolgendo bene il loro incarico. Naturalmente ognuno fa quello che ritiene in coscienza, io stesso mi sono trovato spesso in conflitto, nella mia condotta di vita, con le “regole” e non escludo di trovarmici ancora. Ma non mi prendo responsabilità educative.

Nel caso in esame, non si sarebbe neanche dovuta porre la questione: non avrebbe dovuto essere il parroco a chiederlo, era l’educatore a dover trarre le conseguenze delle sue scelte. Se non l’ha fatto era perché voleva sollevare il caso: gli articoli che leggiamo in questi giorni sono il risultato di una strategia. Mi spiace ma non ha ragione, ha torto. L’unica cosa che non condivido del ragionamento del parroco è il passaggio sull’ “ostentazione”: non è questo il punto e anche lui, del resto, è da anni che chiede di risolvere il nodo, non l’ha fatto solo dopo l’unione civile.

Quando ero all’università ho fatto il catechista per due anni perché un parroco mio amico mi aveva chiesto aiuto. L’ho fatto volentieri ed è stata un’esperienza che mi è servita molto (e spero di aver lasciato qualcosa di buono ai ragazzi). Ma quando ho deciso di iniziare una convivenza con una donna ho deciso parallelamente che non avrei più accettato incarichi del genere. L’ho deciso io, nessuno ha dovuto chiedermi di fare un passo indietro. In un’appartenenza come quella alla chiesa il punto è a cosa tieni davvero, se all’affermazione di una tua idea o all’affermazione di qualcosa di diverso che va un po’ oltre le tue vicende personali. Questo è il discernimento, non quello di cui parlano certi documenti fumosi.

Sono triste. Sono stato lupetto per quattro anni della mia bella infanzia e per un periodo più breve anche scout. Quella lunga, lunga traccia mi sembra sempre più evanescente.

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22 marzo 2017

Gender is fluid like a fish needs a bicycle

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La Stampa segnala un blog di una madre che vuole far sapere che suo figlio è “gender fluid”.

Leggo uno degli articoli del blog:

Certamente non mi era nemmeno passato per l’anticamera del cervello che tra il maschio e femmina potesse esserci tutta una gamma di esistenze. Poi mi sposo e nasce mio figlio. Bello, sano, buono (non troppo…) E piano piano questa creatura che non può certo aver subito nessuna possibile influenza esterna, mi mostra come l’essere in possesso di un tipo di organo sessuale non lo renda “tipico” del genere rappresentato da quello stesso organo. Anzi mi accorgo che mio figlio ha molte più tipicità femminili che maschili. E ciò nonostante continua a essere bello e sano. Mi domando come sia possibile. Mi stupisco. Aspetto. E inizio a imparare. E credetemi, per me sarebbe stato TANTO più semplice se lui si fosse vestito di blu e avesse giocato a calcio!

Anche nell’intervista alla Stampa la mamma in questione mette insieme un sacco di roba che mi lascia perplesso:

Per le creature genderfluid e transgender è salvifico un protocollo di somministrazione dei bloccanti, gli stessi già regolarmente usati per la pubertà precoce. Si tratta di inibitori ipotalamici che bloccano la produzione degli ormoni e ritardano quindi l’arrivo della pubertà ormai sempre più precoce lasciando il tempo di maturare la decisione riguardo la propria transizione verso il sesso a cui si sente di appartenere senza la pressione psicologica di un corpo che cambia che può inevitabilmente portare a comportamenti disforici. Tale protocollo creato in Olanda e utilizzato in molti paesi del mondo, in Italia, purtroppo, è ammesso solo in caso di pericolo di vita, ovvero se il ragazzo, disperato, ha tentato il suicidio». I bloccanti invece sono reversibili; significa che quando vengono interrotti lasciano fare alla natura il proprio corso nello sviluppo puberale e quindi evitano decisioni affrettate…
…Le bambine sono giustamente libere di esplorare il genere maschile, di indossare pantaloni, costumi di spider e fare skate: questo le arricchisce e le fa crescere più forti e consapevoli. Diamo anche ai maschi questa possibilità. Bisogna capire che la normalità non esiste e che la diversità, intesa come varietà, è la vera ricchezza del genere umano

Grande confusione sotto il cielo. Se l’auspicio è che i maschi possano sperimentare attività tradizionalmente femminili senza sentirsi presi di mira, perché parlare di fluidità “di genere”? È contraddittorio affermare che non esistono inclinazioni maschili o femminili a un’attività o a un modo di vestire (affermazione a mio parere condivisibile, almeno in parte) e contemporaneamente etichettare un bambino con un comportamento in controtendenza rispetto ai suoi pari come “gender fluid”. La fluidità e solo tra attività che il bambino non vuole associare a uno dei due generi, non propriamente una fluidità di genere.
Come poi si possa associare questo fenomeno al transessualismo e ipotizzare di bloccare lo sviluppo ormonale per “evitare comportamenti disforici” rimane un mistero.

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15 marzo 2017

Antropologia portami via

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Levi Strauss, suo articolo ripreso oggi da Repubblica:

«L’antropologia rivela che quanto consideriamo come “naturale”, fondato sull’ordine delle cose, si riduce a costrizioni e abitudini mentali proprie della nostra cultura. Ci aiuta dunque a sbarazzarsi dei nostri paraocchi. In secondo luogo, i fatti che raccogliamo rappresentano un’esperienza umana molto ampia perché provengono da migliaia di società che si sono succedute nei secoli. Aiutiamo in questo modo a mostrare quelli che si possono considerare come degli “universali” della natura umana».

Questo vezzo intellettualistico del tentare di tappare la bocca agli altri con la presunta superiorità dell’antropologia culturale ha veramente stancato, e non solo perché è infarcito di fallacie di ogni genere. Il fatto è che “naturale” non è “primordiale” (c’è ancora un pregiudizio rousseauiano enorme nella cultura cosiddetta progressista, e davvero non avrei mai pensato che avrei dovuto difendere Kant contro questa impostazione, ma davvero sarebbe già un buon risultato se si arrivasse ai suoi universali etici) ma le potenzialità che di una natura si rivelano anche nel tempo, in prospettiva diacronica. E anche la pretesa che qualsiasi ragionamento sulla natura in ottica prescrittiva sia viziato da una fallacia naturalistica non è, come vorrebbero, pura logica, ma la conseguenza di una impostazione filosofica ben precisa, che si può condividere o no. E io non la condivido :-)

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24 settembre 2012 – Quante famiglie per il bravo scrittore?

16 novembre 2016

E la famiglia? Tutto niente, grazie

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E questo che dice Costanza, con buona pace di chi si scandalizza soltanto a sentir pronunciare il suo nome, è un argomento molto forte che nessuno, a mio parere, è ancora riuscito a demolire. “Se tutto è famiglia, la famiglia è niente”. Mettere tutto sullo stesso piano è nichilismo. E per quanto sembri strano e paradossale, l’unico modo che ha lo Stato di “non entrare in camera da letto”, come si dice, è mettere alla base dell’unione che definisce una famiglia (legalmente, poi affettivamente è un altro conto, ma non è interesse né compito dello Stato occuparsene) l’unico dato oggettivo che nulla dice sul resto, sulla sfera intima, sulla privacy, sull’interesse o il disinteresse, sulla convenienza o sconvenienza: uomo e donna. Criterio esclusivo per formare una famiglia. Il resto si può regolare variamente e prendo atto che la direzione è quella di una forma di riconoscimento pubblico, anche se continuo a pensare che non sia necessario e che la mancanza di una regolamentazione non vada a ledere alcun diritto sostanziale.
Per il resto mi sono molto disamorato della questione, perché mi accorgo che nessuno vuole davvero ragionare sulle direzioni possibili da prendere: basta obiettare anche blandamente e subito arriva l’ostracismo, la ridicolizzazione, la riduzione di una posizione critica alle reazioni più ignoranti e rudimentali, come se non ci fosse nessuna possibilità di avere un’opinione articolata se non si accetta il diktat dello Zeitgeist. L’unica cosa che mi preoccupa, oggi, è che vorrei che un’ opinione come la mia non fosse criminalizzata, in un futuro prossimo.

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25 maggio 2015

Gli invisibili legami che stanno più in alto dei “diritti”

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L’unanimismo dei media sulla “storica vittoria” in Irlanda è nauseante. Non ho dubbi che questa disgrazia arriverà anche in italia, ormai sono rassegnato. Vince il sentimentalismo, a danno della ragione e dell’amore: continuo a pensare che il progresso sia un’altra cosa.

Negli ultimi cento anni, proprio dall’inizio della prima guerra mondiale, abbiamo assistito a una lenta erosione di diverse forme di solidarietà: quella interfamiliare della società contadina, quella tra generazioni con la precarizzazione del lavoro che rende problematica la gratuità della trasmissione del “saper fare” dai vecchi ai giovani.
Il passaggio che stiamo vivendo è una guerra feroce, condotta con i colori dell’arcobaleno e una “felicità” tanto ostentata quanto posticcia, che ha come obiettivo la rottura della solidarietà più tenace e resistente di tutte, quella della famiglia nucleare. E si vuole arrivare alla rottura nel modo più subdolo, avanzando la pretesa di estendere quella solidarietà mentre in realtà viene diluita e allentata, operazione preliminare e necessaria al suo dissolvimento.

Il promotore vero di questa azione non è un movimento per i “diritti”, ma è il mercato. Il mercato ci vuole soli perché l’unica nostra identità riconoscibile non sia più un’appartenenza sociale, né un’appartenenza ideale, e neanche, finalmente, l’essere padri madri e figli, l’essere uomini e donne, l’essere maschi e femmine. L’unica nostra identità deve essere quella di consumatori. Anche di mode spirituali e di “nuovi diritti”, perché no.

Il figlio da soggetto d’amore diventa oggetto del desiderio, quindi comprabile come ogni prodotto, e la tecnologia e la legislazione sono solo uno strumento di questo passaggio. Lo vuole la maggioranza, ma quando i desideri della maggioranza sono allineati ai desideri del potere e del mercato a me si accende un campanello di allarme, per questo non riesco a condividere certi entusiasmi. Sarà che intorno ai vent’anni ho avuto la “sfortuna” di imparare qualcosa da Dante, Chesterton e Orwell che oggi mi rende poco adattabile ad alcune mutazioni antropologiche.

Siamo più soli, e lo siamo a un livello molto più profondo di quello che appare. La gaia bandiera e l’effimera esultanza in piazza coprono l’incapacità sempre più radicata di andare a scuola dalla realtà; stemperano e sfogano la rabbia e l’impotenza, il risentimento giuridico-ontologico da cui nascono. Bisogna essere adulti per non pretendere dalla legge ciò che non possiamo avere dalla natura, e noi (come società occidentale) adulti non lo siamo più. Una “medaglia” di famiglia non si nega a nessuno, è un “diritto”, certo, come dire di no? Ma se diventa una medaglia, un timbro, la famiglia cessa di essere ciò che è sempre stata. Questa non è una trasformazione, tantomeno un’evoluzione: è una neutralizzazione, un passaggio a una dimensione astratta e inoffensiva.

La famiglia diventa solo un nome, quello che la legge e il mercato definiscono. Non è più qualcosa di preesistente allo Stato e non può più resistere ai venti capricciosi del marketing valoriale. Non è più una compagnia profonda dell’essere, indipendente da scelte, gusti, esperienze: questa compagnia profonda, con il tempo, i nostri discendenti non l’avranno più. O meglio l’avranno, perché è condizione dell’esistenza, ma in un contesto che non la difenderà più come un diritto inalienabile, non la darà più per scontata. E dovranno fare fatica, fare un lavoro su se stessi per recuperarla. Per questo dico che siamo più soli. Spero che sia chiaro. A voi piace questa novità, questa “conquista”? A me no.

So qual’è una delle obiezioni che molti amici potrebbero farmi. Parlo di quelli che hanno vissuto e vivono la realizzazione di sé al di fuori dei legami e dei condizionamenti della famiglia di origine e hanno formato, o stanno formando, legami di solidarietà e di vita che “sembrano” non aver niente a che fare con quelle definizioni “forti” a cui mi sono richiamato, quando non addirittura generarsi per opposizione ad esse. Non sto parlando solo di omosessuali, parlo di esperienze diverse, solidarietà di affetto e di lavoro che vanno oltre gli schemi, il già visto e il già conosciuto. Vorrei che fosse chiaro: io tengo in grande considerazione tutte queste realtà, tutti questi tentativi, e non ho bisogno di dimostrarlo perché l’ho sempre documentato nei fatti e nel modo di condurre le mie relazioni.

Ma con tutta la simpatia (e, oso dire, l’amore) che provo per chi mette tutto l’impegno possibile per rompere degli schemi (cosa che anch’io nel mio piccolo, nella mia realtà cerco di fare) sono convinto che la famiglia non è uno schema. Può essere vissuta e interpretata come schema, e allora si possono anche fare dei danni, ma nel profondo non lo è. Mai.

Sono convinto che nessuna nuova esperienza può porsi come vera alternativa e allo stesso livello di quella particolare forma di società che è la famiglia e in cui ognuno di noi si trova per il semplice fatto di esistere. È un dato e non è un artificio, e nessuna ideologia potrà mai convincermi del contrario. Le cose possono anche andare male in quella “strana società”. Ma è connaturale a noi e alla nostra identità come lo è l’avere due braccia e due gambe.

Sembra retorica perché è troppo vero e incontrovertibile, non facciamoci il torto di appiattire questo discorso in uno slogan pro-family. Scrivo questa nota lottando contro definizioni preconfezionate, un po’ ci riesco, un po’ no. Per me lo stato deve essere abbastanza realista e umile da riconoscere questo dato e da accettare che la famiglia, intesa come società naturale formata da un uomo, una donna ed eventuali figli, è una realtà indisponibile a qualsiasi manipolazione, medica sociologica o legislativa che sia. Penso che se non c’è questo riconoscimento avviene che l’idea stessa di Stato e la definizione stessa di diritto cambiano nei fatti, senza che ce ne accorgiamo. Si cambia perché “altri” lo decidono. Non siamo noi a guidare questa transizione, anche quando votiamo a un referendum, anche se facciamo i militanti per l’affermazione dei nuovi diritti. Che diritti, a mio modesto e impopolare parere, non sono.
Siamo tutti dentro a un cambiamento di cui non siamo protagonisti, in ogni caso, perché è un cambiamento contro di noi, contro la nostra umanità profonda.

Non sono un apocalittico catastrofista, non penso che si apriranno voragini per strada o pioverà fuoco sulle città. Penso che saremo “soltanto” un po’ meno umani, ma ormai ci siamo abituati da poco più di duecento anni, no? Ditemi, vedete davvero qualcosa di diverso in questa nuova astrazione alla quale dobbiamo sottostare, come se non ne avessimo abbastanza? Io vedo il seguito di una disumanizzazione che ha ormai una lunga storia. “Così siamo finalmente liberi. Ci hanno tagliato le braccia e le gambe, e poi ci hanno lasciato liberi di camminare”. L’ha scritto Saint-Exupery, sì, proprio l’autore del Piccolo Principe, quello ordinariamente sminuzzato in tante sdolcinate e rassicuranti frasette da cioccolatino, proprio lui. L’ha scritto non molto tempo prima di morire, nel pieno della seconda guerra mondiale, in una lettera visionaria e profetica in cui spiegava, con la lucidità di scrittore e intellettuale non organico a nessun potere, che la guerra che anche lui stava combattendo era solo una fase più cruda e clamorosa di una guerra ben più profonda che si stava combattendo da molto tempo. “Mi è completamente indifferente essere ucciso in guerra. Di quello che ho tanto amato, che cosa resterà? Così come degli esseri, voglio dire dei costumi, delle intonazioni insostituibili, di una certa luce spirituale. Del pranzo in una fattoria provenzale sotto gli olivi, ma anche di Haendel. Me ne infischio delle cose che sopravviveranno. Quello che vale è un certo ordinamento delle cose. La civiltà è un bene invisibile perché si fonda non sulle cose, ma sugli invisibili legami che le uniscono l’una all’altra, in un dato modo e non altrimenti. Noi avremo dei perfetti strumenti musicali distribuiti in grande serie, ma dove sarà la musica? Se io vengo ucciso in guerra me ne infischio”.

Finora ho parlato a livello di puro buon senso, senza implicare le mie convinzioni “di parte”, diciamo. Poi c’è qualcosa di cui parla questo articolo, che è soltanto una conseguenza di tutto ciò che ho detto: i cristiani, i guastafeste, non hanno più diritto di cittadinanza. A sud le stragi, a nord la negazione degli spazi pubblici e della libertà di espressione. È tornato l’imperatore, siamo minacciati e siamo minoranza. La storia del cristianesimo insegna che sono questi i momenti in cui si separa il grano dal loglio. Tutto può ricominciare.

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