Cronachesorprese

16 novembre 2016

E la famiglia? Tutto niente, grazie

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E questo che dice Costanza, con buona pace di chi si scandalizza soltanto a sentir pronunciare il suo nome, è un argomento molto forte che nessuno, a mio parere, è ancora riuscito a demolire. “Se tutto è famiglia, la famiglia è niente”. Mettere tutto sullo stesso piano è nichilismo. E per quanto sembri strano e paradossale, l’unico modo che ha lo Stato di “non entrare in camera da letto”, come si dice, è mettere alla base dell’unione che definisce una famiglia (legalmente, poi affettivamente è un altro conto, ma non è interesse né compito dello Stato occuparsene) l’unico dato oggettivo che nulla dice sul resto, sulla sfera intima, sulla privacy, sull’interesse o il disinteresse, sulla convenienza o sconvenienza: uomo e donna. Criterio esclusivo per formare una famiglia. Il resto si può regolare variamente e prendo atto che la direzione è quella di una forma di riconoscimento pubblico, anche se continuo a pensare che non sia necessario e che la mancanza di una regolamentazione non vada a ledere alcun diritto sostanziale.
Per il resto mi sono molto disamorato della questione, perché mi accorgo che nessuno vuole davvero ragionare sulle direzioni possibili da prendere: basta obiettare anche blandamente e subito arriva l’ostracismo, la ridicolizzazione, la riduzione di una posizione critica alle reazioni più ignoranti e rudimentali, come se non ci fosse nessuna possibilità di avere un’opinione articolata se non si accetta il diktat dello Zeitgeist. L’unica cosa che mi preoccupa, oggi, è che vorrei che un’ opinione come la mia non fosse criminalizzata, in un futuro prossimo.

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15 aprile 2015

Da Cartesio all’indifferentismo sessuale

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Questa breve panoramica storico-filosofica scritta per il sito di Manif pour tous Italia da Simone Pillon, avvocato ed esperto di diritto di famiglia, aiuta a inquadrare abbastanza bene una questione che sta diventando sempre più importante. A mio parere è troppo sommaria nella prima parte (ma l’autore ha l’onestà di “autodenunciarsi”). È anche normale che sia così: più si va indietro e più si parla di fondamenti, di radici di pensiero che hanno avuto questi esiti ma anche molti altri. Ed è anche un po’ troppo allarmista nelle conclusioni. Ma l’ultima parte della disamina storica, quella sulla seconda metà del ventesimo secolo, mi sembra molto precisa e ben documentata.

Le opinioni possono essere varie su cosa sia “bene” e cosa sia “male” di molti dei fatti e delle idee riportate in questo approfondimento. Io stesso non sono d’accordo al cento per cento sulla valutazione di tutto, ci sono passaggi che considero importanti e altri meno, fatti che percepisco come gravi, concordando con l’autore, e altri che mi sembrano neutri e più marginali rispetto all’argomentazione complessiva. Non mi trovo in sintonia sicuramente con la parte catastrofista della conclusione in cui parla di una possibile “guerra” o divisione territoriale mondiale… mi sembra un po’ esagerata. Non sono d’accordo neanche sulla valutazione della cosiddetta liberazione sessuale: un conto è la mercificazione del corpo attraverso i mass media che comporta tra le altre cose la sessualizzazione precoce degli adolescenti, condannabile senza se e senza ma, un altro conto sono la “sdrammatizzazione” del sesso, che può essere una cosa buona, e l’educazione sessuale che può aiutare e guidare i giovani e che, proprio per la pervasività degli stimoli in cui i ragazzi sono immersi, è sempre più necessaria.

Però, fatte le mie obiezioni che potrebbero anche continuare, penso che questo sia il metodo giusto per affrontare le questioni trattate: chiedersi che storia hanno. Perché vengono da lontano. Non sono certo frutto di una “cospirazione” di qualche “lobby”, come viene ripetuto spesso in maniera un po’ semplicistica, ma non sono neanche quelle improcrastinabili battaglie per nuovi diritti che vogliono farci credere. In ogni caso hanno implicazioni di prima grandezza sul modo di pensare e sul modo di intendere la persona umana e la sua irriducibilità a qualsiasi potere. Convidido questo contenuto perché vorrei che si discutesse a questo livello. Dividersi tra pro e contro senza la chiarezza su questi fondamenti lo considero improprio, e per quanto mi riguarda tempo sprecato.

“Quello che abbiamo di fronte è dunque uno scontro antropologico tra chi pensa che l’essere umano sia unità nella diversità e chi vuole annullare ogni alterità, tra chi pensa che vi sia un’unità intrinseca di corpo e di anima e che la dualità umano-divino sia una insopprimibile chiamata alla trascendenza, e chi invece pensa che l’uomo sia solo una mente razionale che ha come appendice un corpo fatto di materia liberamente plasmabile, inutile retaggio di una evoluzione meccanica che dai procarioti ha portato all’Homo sapiens sapiens. Prestiamo bene attenzione perché tra queste due antropologie c’è una totale irriducibilità, ovvero non sono compatibili, non è possibile trovare un accordo, un compromesso. Sono due modi inconciliabili di concepire la persona umana”.

15 marzo 2015

Ruoli di genere: il paradosso norvegese

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La nazione con la più alta parità di genere, la Norvegia, sta mostrando agli studiosi un paradosso: più aumentano le pari opportunità più i generi mostrano una tendenza a rientrare nei ruoli tradizionali. Al contrario, più un paese è arretrato nelle pari opportunità (come l’India ad esempio) e più le donne aspirano a ruoli tradizionalmente maschili e, se dispongono della libertà sufficiente per farlo, competono validamente e li ottengono.
Questo documentario norvegese mostra le opinioni di studiosi norvegesi e di altri paesi che danno interpretazioni diametralmente opposte del paradosso. Dura quaranta minuti ma per chi è interessato a capire un po’ meglio la questione sono ben spesi. Guardatelo e ricordatevene quando qualcuno parla di studi “definitivi” sull’argomento.

Guardate bene, dal minuto 34 in poi, come rispondono la Egeland e Lorentzen (due promotori dei cosiddetti “gender studies” che negano il fattore biologico nella differenza di ruoli) alla domanda cruciale posta dall’intervistatore. Ammettono che la loro posizione è “teoretica” e non “sperimentale”. L’unico argomento scientifico che possono avanzare è che il fattore genetico non è (ancora) stato provato, e questo è vero, ma contemporaneamente:
1 – sminuiscono arbitrariamente le conclusioni di altri studiosi
2 – non considerano che forse la prova genetica non è necessaria e bastano le differenze biologiche evidenti
3 – non spiegano perché la loro ipotesi (escludere il fattore biologico) dovrebbe essere più ragionevole e più coerente con i dati a disposizione dell’altra (non escludere a priori il fattore biologico ammettendo contemporaneamente quello culturale).

Considerate bene questa discordia tra studiosi perché è la stessa che ritroviamo nella politica e nella società. C’è chi parte dalla realtà e poi formula l’ipotesi. E se la realtà smentisce o ridimensiona l’ipotesi abbandona o modifica l’ipotesi. C’è chi parte dalla teoria e formula l’ipotesi senza guardare la realtà. E se la realtà smentisce o ridimensiona l’ipotesi tanto peggio per la realtà.

6 ottobre 2014

Chi difende libertà e democrazia

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Giudicate voi: Bologna, Torino, Napoli, Rovereto, Pisa… (l’elenco è in aggiornamento continuo).

I contestatori che hanno interferito con le manifestazioni pacifiche delle sentinelle in piedi confondono (o di proposito, o per ignoranza) gli studi sull’omosessualità con la teoria del gender. Bisogna distinguere, anche per riconoscere alle sentinelle manifestanti il minimo che spetta loro: non essere chiamati omofobi, perché NON LO SONO, e nessuna pretesa scienza può chiamarli così. I violenti che sono andati a contestarli hanno le idee molto, molto confuse. Proiettano sulle sentinelle il loro dissenso verso l’omofobia, ma sbagliano clamorosamente bersaglio. Sta alle persone responsabili e consapevoli interrompere questo corto circuito. Sarebbe bello non vedere più queste scene alle prossime manifestazioni delle sentinelle.

Impedire l’esercizio di diritti è sicuramente sbagliato. Manifestare un dissenso verso una cultura che vuole chiamare diritti cose che non lo sono, o la cui definizione è discutibile e di fatto discussa da molti, non è negazione di diritti ma è solo dibattito e pratica democratica. Per quello che mi riguarda questo tentativo di appiattimento delle posizioni delle sentinelle sull’etichetta di “omofobia” non è riuscito. E così dovrebbe essere per tutte le persone che ragionano. I contestatori vogliono solo etichettare, forzare il dibattito. Sono per questo i violenti, in questa circostanza. Altra etichetta comoda: appiattire le posizioni delle sentinelle su quelle di Forza nuova e Casapound (la Rai è stata vergognosa). Sanno benissimo che non c’è alcuna identificazione e che il movimento è del tutto apolitico e apartitico, e anche aconfessionale.

Del resto ci sono i fatti documentati dai video, le chiacchiere stanno a zero: in questi giorni si è visto chi ha fatto violenza, chi ha provocato e chi no. Fatevi qualche domanda. Anzi, fate di più: fermate i violenti. Fate in modo che le prossime veglie delle sentinelle non siano contornate da questi intolleranti che vogliono impedire la libera manifestazione del pensiero.

13 aprile 2014

Un’amaca troppo comoda

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Michele Serra nell’amaca dell’11 aprile si rilassa un po’ troppo. Sospeso sul suo lettuccio tra un albero e un altro si lascia sorprendere piacevolmente dalle endorfine, buon per lui, ma farebbe meglio a dormire. O se proprio vuole scrivere dovrebbe farlo su argomenti meno impegnativi.

La scienziata cattolica Morresi rimpiange “la pienezza del rapporto tra madre e figlio”. Ci si guarda attorno, nel mondo, tra i viventi. Niente o quasi, nel campo della trasmissione della vita, rimanda a quella “pienezza” invocata, e a quel “diritto” certo. Perfino nella sedicente “famiglia naturale” è tutto un faticoso e approssimato inseguimento all’amore, al reciproco riconoscersi.

Quella pienezza, caro Michele, non dipende dal successo dell’azione educativa e del rapporto tra genitori e figli o tra marito e moglie. Fare questo tipo di bilanci (le famiglie vanno bene, vanno male… e vai con gli esempi e i casi pietosi) quando si parla di questioni di diritto è sempre fuorviante. Io voglio difendere per quanto è possibile il diritto del figlio a sapere chi sono i suoi genitori. “Ah ma poi tanto quella certezza molte volte è ballerina” E allora? Intanto difendiamo quel diritto come possiamo. Che le cose vadano bene o male è un altro problema: è improprio farli collassare l’uno sull’altro. La fallacia è chiara. Ma è detta tanto bene, è suadente. Eh lo so. Ci vuole un bell’esercizio per sviluppare gli anticorpi al giornalismo da amaca.

Facile, comodo far credere che la pienezza a cui la Morresi e altri cattolici fanno riferimento sia quella delle fiabe o di un mondo immaginario. Eppure il mondo della solidarietà concreta, della vicinanza ai più deboli dimostra prima di tutto che le fiabe e le leggende stanno da un’altra parte, come le utopie che ispirano sperimentazioni educative senza riguardo ai più deboli; e poi che chi tiene a riferimento quella “pienezza” ha ben presente l’urgenza dei bisogni, il dramma degli insuccessi e tutti i modi in cui la responsabilità umana dei genitori fallisce, e da sempre cerca di dare una sua risposta di presenza e di impegno. Riesce anche a farlo meglio di molti altri, e forse (è un suggerimento per il sonnacchioso Michele) è proprio perché parte dalla contemplazione di un pieno, e non da un vuoto.

La risposta è sufficiente così, per chi si applica a intenderla. Chi non vuole applicarsi si attardi pure sull’amaca a contare tutte le brutte faccende delle famiglie “nel campo della trasmissione della vita”. Funziona, è come contare le pecore.

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