Cronachesorprese

29 dicembre 2008

Allevi e maestri

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Uto Ughi dice che in altri tempi Allevi non sarebbe stato neanche ammesso a un conservatorio. Giovanni Allevi ribatte dicendo che ha passato una vita a studiare e ha superato gli esami di composizione con il massimo dei voti. Difesa spuntata, visto che il violinista parla di conservatori di altri tempi. Ma allora il problema sta nei conservatori, e la sparata malevola si ritorce contro i maestri. Nessuno mi toglie dalla testa che una parte non piccola del problema sta in quelli come Uto Ughi. Sta forse nel fatto che la scuola in cui si impara la musica si chiama ancora conservatorio. Non trovate, per dire, che il termine seminario sia molto più progressista? :-)

La musica del ricciolo a me proprio non piace. La trovo giusto un tantino meno irritante di quelle lagne di Ludovico Einaudi. Però il mio è un giudizio, come sempre, da indigente e non da esperto.
Quindi, incuriosito dalle stroncature feroci ricevute dalla direzione d’orchestra del giovane compositore al senato, ho chiesto a un amico violoncellista di darmi un giudizio tecnico.

Qualcuno ha definito i suoi gesti “ridicoli”. Sei d’accordo?

“Si. Ho visto i due primi brani e mi sono bastati.”

Quali sono tecnicamente i difetti più evidenti?

“Uno che batte il quattro con la testa prima di dare l’attacco con la bacchetta fa veramente ridere! E poi di solito un direttore deve anticipare il gesto, ma Allevi sembra battere il tempo dell’orchestra, nel senso che segue l’orchestra. È un po come quando guidi l’auto: con gli occhi devi sempre anticipare il movimento del volante, devi sempre “dire” all’auto dove hai intenzione di mettere le ruote. Se invece dici ohh, c’era una curva… vuol dire che sei già andato fuori”.

In questo caso c’è una supplenza dell’orchestra alle carenze del direttore?

“In questo caso i musicisti, da bravi professionisti, vanno assieme senza guardare il direttore. Che ci sia questa supplenza è evidente anche da come gli archi grattano per scandire il ritmo”.

E questo quanto incide sullo stile dell’esecuzione?

“Incide sulla sonorità… che è come dire la tua voce, come la dizione per l’attore. E nella preparazione di questi brani la sonorità mi sembra davvero poco curata. Non so cosa ne pensi Allevi, ma a me quelle grattate così aggressive fanno schifo. Pensa se vai a vedere un film e l’attore principale ha una voce gracchiante e sempre uguale. In alcuni punti può essere caratteristico, ma scommetto che dopo pochi minuti il tuo interesse scemerebbe, anche se i dialoghi fossero da Oscar”.

Cosa pensi della musica di Allevi? Io non sono un esperto di musica classica, e non ho neanche un’esperienza di ascolto sufficiente per dire che è un pianista mediocre, come dicono molti. Capisco però chi sostiene che la sua musica non ha niente di originale ed è poco interessante.

“Io non lo conosco molto, ma francamente non trovo nulla di geniale nelle composizioni che ha presentato nel concerto al Senato. Musica così può farla un qualsiasi compositore professionista tutti i giorni, quanta ne vuole. Qualcuno dirà: almeno è piacevole… Sì, perché c’è un déja vu o se vuoi un déja entendu che, pur non copiando, emula stili e armonizzazioni già in uso da almeno un secolo. La cultura musicale italiana è altro! E per guardare ad altre opere contemporanee molto meglio Porgy and Bess, o Candide e altre composizioni di Bernstein a cui Allevi sembra volersi ispirare. Ma anche Adams è senz’altro meglio. L’errore di Allevi è quello di volersi presentare come compositore di musica classica. Se invece pensasse a far soldi come compositore di musica leggera nessuno avrebbe niente da dire”.

——

Interessante l’insieme degli interventi sui blog, almeno quelli che ho visto finora segnalati da Blogbabel. Post award per l’argomento a Educazione Cinica.

16 dicembre 2008

Buon capodanno ai suonatori

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Il cantautore Federico Sirianni, che seguo da tempo, chiede ai musicisti non professionisti di non suonare a capodanno per lasciare spazio a chi di musica vive e per la musica rischia.

Non è una difesa corporativa, è una richiesta garbata di ossigeno, di spazio vitale. Sono pienamente solidale, anche se confesso che un po’ di anni fa anch’io ho suonato a capodanno. Ma ho almeno due attenuanti: non lavoravo ancora; accompagnavo indegnamente ma con il massimo impegno di cui ero capace un vero professionista, o meglio uno che lo sarebbe diventato e che all’epoca cominciava a cercare, appunto, quello spazio vitale necessario per esprimersi.

È un mondo a parte quello dei musicisti e degli artisti che girano come trottole per accumulare abbastanza serate e scritture per vivere. Sappiamo che in Francia hanno tutele che qui anche i più bravi si sognano. In Italia (ma non solo, a essere onesti) c’è questa idea malata di ritenere la musica un passatempo o una roba per geni. Che sia un lavoro normale che dà il pane a un esercito di sconosciuti è un concetto che non entra facilmente in testa, eppure è la realtà.

L’appello di Federico è una di quelle questioni che mi piacerebbe vedere discutere e propagarsi di blog in blog. È il contesto adatto. Oltre che ai musicisti dilettanti l’appello è rivolto ai clienti – spettatori che possono orientare la loro scelta sui locali che scritturano veri musicisti. Che gli imprenditori facciano un po’ anche gli impresari, come quelli di una volta che magari spremevano i loro artisti ma li sapevano riconoscere e scegliere. Lo facciano almeno in una delle poche notti dell’anno in cui se lo possono permettere, visti i conti che presentano per cenoni che spesso hanno ben poco di diverso da una qualsiasi altra serata al ristorante.

Che ne pensate? Siete d’accordo?

aggiornamento del 17 dicembre

questo è il testo dell’appello:

cari dopolavoristi, musicisti dilettanti (e lo dico con l’accezione più positiva e serena del termine),
scrivo per invitarvi a NON suonare a capodanno, anzi a disdire i vostri accordi con qualsivoglia locale, ristorante, enoteca, club.
a torino e in tutta italia ci sono centinaia di musicisti professionisti, gente che ha studiato anni, che ha alle spalle una gavetta e una trafila mostruosa che quest’anno (soprattutto quest’anno) si trova a piedi in uno dei pochi momenti in cui c’è la possibilità di avere un cachet decente che permetta qualche mese di sopravvivenza in un periodo estremamente critico.
lo dico tra l’altro – giusto per non equivocare – dalla mia posizione privilegiata perchè, per quel che mi riguarda, un ingaggio l’ho trovato, e quindi non sono coinvolto personalmente.
ma moltissimi amici musicisti si sono visti scavalcare da gruppi di dilettanti che contribuiscono a distruggere ulteriormente il mercato, proponendosi a cifre irrisorie, se non addirittura gratuitamente o in cambio della cena o dello spumante.
ora, cari dopolavoristi, visto che bene o male – avendo un lavoro – il vostro stipendio vi viene bonificato mensilmente in banca e i più fortunati s’intascheranno anche la tredicesima, già che durante tutto l’anno solare prendete a colpi di mannaja l’asfittico mercato della musica dal vivo suonando quasi a gratis, almeno a capodanno statevene a casa con le vostre famiglie, i vostri figli, festeggiate con gli amici, sbronzatevi, ma lasciate lavorare chi questo lavoro lo fa sul serio e vive di questo.
cordialmente vostro
federico sirianni

19 luglio 2008

Alex Britti, un pop di blues

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“il blues non è una musica, è un pensiero”. Oddio Alex, non lo so. Certo è apprezzabile che tu voglia dire una cosa che, se non costringe, almeno invita a pensare.
Che il blues non sia solo una musica è evidente a chiunque abbia passato un momento nella vita in cui l’ha incontrato e l’ha amato. A me è capitato a quattordici anni con le scalpellate di Roberto Ciotti in Super Gasoline blues.

Ora lo so che dire a un chitarrista che scalpella potrebbe non sembrare un complimento. Ma chi conosce Super Gasoline Blues sa che lo è, perché quel blues dà l’impressione di essere scolpito in una materia sonora dura, grezza e preziosa.
Per cui il blues per me prima che un pensiero è stato un pugno, materia pesante. Un colpo che era forse necessario per schiudermi, però, la porta di quella che dicono essere l’età della ragione. E quindi forse tutti i torti non li hai: il blues è anche pensiero. Materia pesante e pensante. Di sicuro non è solo musica.

Ora lo so, poi, che sembra un modo strano di cominciare a parlare di un concerto di Alex Britti. Lui che in una canzone, citata anche nell’ intro del suo sito, dice di fare pop italiano. Lui con le sue note rotonde, i motivi facili accompagnati da testi per lo più spensierati, la voce calda ma non cupa né seriosa che piace alle ragazzine. Lui che le donne sa come prenderle, con quella canzone così ruffiana che dice che non vuole provarci solo per portarle a letto e sa aspettare. E niente ti fa pensare che stia mentendo, capiscimi.

E però intanto quella cosa sul blues l’ha detta lui, non me la sono inventata io. È stato lui a infilare il bottleneck, a tirare fuori la chitarra dobro e a far risuonare la sua voce scabra e metallica in faccia ai ragazzini accorsi a sentirlo. E per cosa? Per introdurre un pezzo liscio come Milano. Bisogna sentirlo suonare, possibilimente dal vivo, per capire che bel regalo è Alex Britti per la musica italiana. Fanno dieci anni in questi giorni, ci fa sapere, che ha deciso di fare il cantautore uscendo dalle seconde file che ha molto degnamente occupato come chitarrista. E se ne sentissi parlare senza ascoltarlo diresti che è un presuntuoso o uno che si è fatto furbo e ha trovato una nicchia furbesca di mercato, perché il carisma del cantautore uno non se lo inventa da un giorno all’altro ed é improbabile che lo scopra a trent’anni o giù di lì.

Certo, che avrebbe potuto vendere l’avrà capito. Ma non è tutto qui. Sempre per parafrasare quella sua canzone ruffiana, ci crederei se mi dicesse: “sarebbe squallido provarci, a fare il cantautore, solo per vendere”. Ci crederei perché la sua musica e il suo modo di suonarla e interpretarla sono gradevoli e insieme credibili. Provate a pensare al motivo più facile e commerciale del mondo suonato dal più grande genio musicale di tutti tempi. Che so, pensate a Tanti auguri a te suonata da Mozart. Non pensate che sarebbe ugualmente interessante, anzi che potrebbe essere molto più interessante che sentirlo suonare altre cose più difficili e impegnate? Britti non è Mozart, ma è un signor chitarrista. E quando canta e suona una stronzatina come La vasca hai l’impressione di ascoltare qualcosa di bello e perfetto. Di scolpito, a modo suo. Quando hai addosso il blues, non te lo togli facilmente. E lo passi agli altri. Tutta la gente canta con te, Alex, tutti sono contenti di ascoltarti e si sentono a loro agio. Il modo in cui metti insieme la loro voglia di cantare e il tuo modo di essere musicista fin nelle ossa è qualcosa che fa stare bene. Unire il difficile al familiare, armonizzarli come se fossero un vestito confezionato da una pezza unica senza cuciture non riesce a tutti. Eppure quando attacchi L’isola che non c’è, ovvero la più dylaniana (difficile, difficilissima da cantare, nonostante le apparenze) ma anche la più popolare delle canzoni di Bennato, e tutti pensano di seguirti, la ciambella ti riesce di nuovo con il buco.

Poi può darsi che tu abbia in sostanza una fortuna sfacciata. C’era la luna, c’erano le stelle: facile cantarlo qui a Rapallo, in una delle sere più belle di quest’estate non proprio generosa finora. Anche qui può arrivare l’odore del mare a prendermi. Anche qui? Andiamo Alex: dove, se no?

Rapallo, 15 luglio 2008

Alex britti ha suonato nell’ambito della rassegna Palco sul Mare Festival.

1 – Gelido
2 – Da piccolo
3 – Una su un milione
4 – La vita sognata
5 – Le cose che ci uniscono
6 – Prendere o lasciare
7 – Se il feelin’ non c’è
8 – Milano
9 – Come chiedi scusa
10 – Sembrano lacrime
11 – Settemila caffé
12 – Dendedendendenden
13 – Solo con te
14- Jazz
15 – Oggi sono io
16 – L’isola che non c’è
17 – Solo una volta
18 – Zingaro felice
19 – La vasca

8 giugno 2008

La profondità culturale dei cori da stadio

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La curiosità mi è venuta da questo post del genovese a Londra. Anch’io vivevo nella semplicistica convinzione che fosse tutta farina del sacco delle Bananarama. Invece la storia di Na na hey hey è ben più lunga, complessa e affascinante. Dalla musica allo sport e ritorno. Fossati direbbe alzati che sta passando la canzone popolare. Fazio avrebbe un orgasmo in diretta. Veltroni inviterebbe quel che resta delle Bananarama ma anche figli e nipoti degli Steam a fare da testimonial per la prossima campagna elettorale. Nick Hornby sta già lavorando da anni a un romanzo epico sulla vicenda, ma ancora non ce l’ha detto.
Io non farò niente di tutto questo, ma confesso di essere affascinato. Ho sentito ripetere il motivetto centinaia di volte allo stadio. Ma non ero minimamente consapevole della precisione rituale con cui viene usato negli stadi inglesi e americani, dal calcio al baseball.

30 aprile 2008

La bbbanda

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Quest’anno abbiamo, finalmente, il bassista. Così, dopo un anno e mezzo di troppe chitarre e troppi acuti che bisticciano, il nostro piccolo gruppo, che ancora cerca un batterista analogico e non digitale, sta cominciando a macinare qualcosa di umano.
Facciamo roba un po’ datata, diciamo. Io non avrei problemi o remore a fare cose anche più recenti. Ma lo “zoccolo duro”, formato da Enrico detto Bruce e Stephen detto Stiven, non ammette nessun pezzo che sia uscito oltre il 31 dicembre 1979. È un marchio di fabbrica, conosciuto da decenni in tutta la Riviera di Levante. E siccome vale la pena ascoltarli e suonare con loro, e trovo i pezzi che propongono comunque divertenti da suonare e cantare, io, Claudia detta Claudia e Carlo detto Carlo (per ora, ma il soprannome per il nuovo bassista è imminente) ci adattiamo di buon grado.
Vado così con la musica e la chitarra, a periodi. In periodi come questo sarei capace di suonare per una notte intera, vagare e divagare con la chitarra a tracolla a provare riff e sequenze di accordi. Poi passerà, ma finché dura ne parlerò anche qui.

E insomma dopo un anno di Neil Young e poco più questa primavera abbiamo fatto spazio a Eagles, Beatles e a George Harrison. Stasera abbiamo provato:

While my guitar gently weeps – George Harrison
Tre voci nel refrain e due chitarre soliste che dialogano niente male nel pezzo finale. Molto, molto emozionante.

Try and love again – Eagles
Potente, ma ancora non mi convince. Abbassata di un tono rispetto all’originale, dal re al do. Già così mi viene il mal di testa a cantarla, come facciano loro per me è un mistero. Dobbiamo dividerci bene le voci e le chitarre sono ancora troppo simili, bisogna differenziarle di più.

If I needed someone – Beatles
Semplice e potente. Mi dà molta soddisfazione, soprattutto nel crescendo finale. Qui voci e chitarre sono già ben definite, e bisogna soltanto provare ancora tante volte perché gli attacchi delle voci non sono proprio banali. Ho trovato una bella frasetta da mettere nell’inciso, se riesco a suonarla mentre canto mi farò i complimenti da solo :-)

One of these nights – Eagles
Il giro di basso è spettacolare ma la stiamo facendo ancora troppo lenta. Quando saremo tutti più sicuri delle rispettive parti potremo accelerarla. Le due chitarre di accompagnamento, acustica ed elettrica, rischiano di entrare in conflitto, bisogna armonizzarle un po’. Ma viene bene e potrebbe essere un pezzo di grande effetto.

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