Ringrazio WordPress perché ha la saggezza di non correggere automaticamente il titolo di questo post. Ringrazio Galliolus per aver ricostruito bene la disputa che quarant’anni fa verteva sulla parola allunare e oggi si è spostata ovviamente su ammartare. Giocando un po’ (e sapendo di dire una castroneria etimologica) dico che se uno spavento terrestre può farmi rimanere atterrito, uno spavento marziano non può che farmi rimanere ammartìto.
Questo per dire che sono moderatamente in disaccordo con Galliolus e con i sostenitori della variazione galattica della parola atterrare. Diciamo che è un gioco che può reggere per un po’, per i prossimi due o tre secoli, finché la conquista di nuovi corpi celesti rimarrà un fatto relativamente episodico. Quando riempiremo di impronte umane o meccaniche l’intero sistema solare sarà una babele stellare. La sonda che arriva su Io cosa fa, “àia”? “aiàtta”? Esegue un “aiàggio”?E quella che arriva su Ganimede? Si tratta a mio parere di un errore di prospettiva: si pensa cioé che per un fatto nuovo e senza precedenti sia necessario, o molto opportuno, inventare nuove parole. Anche per dimostrare che una lingua è ricca e viva. Ma la ricchezza di una lingua non consiste soltanto nell’inventare nuove parole ma anche nel dare a una parola nuovi significati (o un campo di significato più vasto) attraverso quella grande risorsa (non solo linguistica) che è la metafora. Io me ne starei della primogenitura della parola atterrare e guarderei con poetica soddisfazione (e non con burocratica severità) la sua estensione metaforica a tutti gli atterraggi cosmici. Potrebbe ricordare un giorno agli immemori viaggiatori di un’Enterprise da dove sono partiti.
Ma va bene, non mi fa tanto problema l’ammartare. Mi suona solo un po’ male, una questione estetica. Allunare mi dà meno fastidio, sarà perché la sento da quando ero bambino ma il suono mi piace di più . Non ne farei comunque una questione di precisione scientifica come accade nell’ultimo post del buon Attivissimo che infierisce su un articolo pubblicato sul Secolo XIX. Il disinformatico in questi giorni è infervorato come poche altre volte, un entusiasmo più che comprensibile per un appassionato di esplorazione extraterrestre come lui, e calca un po’ la mano. Nella foga non si accorge (glie lo fa notare un lettore in un commento) che “ammaraggio” probabilmente non è una bestialità voluta ma un colpo basso di un correttore automatico: lo sventurato Ventura (l’autore dell’articolo preso di mira da attivissimo) voleva scrivere *semplicemente* ammarTaggio.
Io l’ho sempre detto: Word e il suo infernale correttore possono anche andare bene finché si scrive per fare raccomandate o bolle di accompagnamento. Ma per un redattore il correttore automatico è il primo nemico. Perché pretende di automatizzare una cura, un’attenzione che è una delle prerogative del lavoro redazionale umano. E perché mette una media di occorrenze che solo i miopi chiamano “correttezza” davanti all’opportunità magica e vertiginosa (eppure anche necessaria, a volte) di *sbagliare apposta* una parola.


