Cronachesorprese

10 luglio 2007

Quel che resta della notte

Filed under: reading — alessandro @

mario calabresi spingendo la notte più in làNon so quanti abbiano letto La verità di piombo di Leonardo Marino, pubblicato da Ares nel 1992 e riedito qualche anno dopo con un altro titolo più esplicito. Non credo moltissimi. Sicuramente meno di quelli che si dicono assolutamente certi della totale estraneità dei vertici di Lotta continua al delitto Calabresi. Su quali basi, ho sempre chiesto quando mi è capitato di parlarne, se la versione di Marino non la conoscono? Non ne conoscono, almeno, la puntualità e la coerenza, perché i giornali di tutti gli orientamenti l’hanno quasi sempre snobbata. Hanno dato conto di ogni passo, di ogni respiro del personaggio Sofri, e hanno cercato di ricacciare il suo antagonista nel girone dei cattivi senza diritto di parola.
Io l’ho letto quando è uscito, e quando la campagna denigratoria nei confronti di uno dei pochi veri pentiti dell’eversione anni 70 aveva ormai sortito i suoi effetti: una campagna insopportabilmente ideologica con in testa galantuomini come Dario Fo, evidentemente non contento del contributo dato, all’epoca, al linciaggio mediatico che fu la premessa del delitto Calabresi. Ho anche parlato con Marino a Bocca di Magra, quando collaboravo con una televisione locale, chiedendogli invano di rispondere a qualche domanda: era molto diffidente, visto che lo stavano attaccando tutti i giornali; in quel momento, in particolare, temeva che gli togliessero lo spazio in cui tuttora vende le crêpes per vivere.
Ho letto anche la Memoria di Sofri, e ho seguito con grande interesse, come molti italiani, le vicende processuali. Sono abbastanza convinto della fondatezza dell’accusa. Leggendo Marino risulta evidente almeno un elemento, che viene sempre passato sotto silenzio: il pentito ha dimostrato di essere attendibile perché si sono trovati i riscontri a quasi tutte le affermazioni riguardanti il suo ruolo nel movimento e l’esistenza del tanto discusso livello illegale. La difesa, per screditare Marino a tutto campo, ha negato non solo la sua versione sul delitto ma anche il resto. E lì si è giocata gran parte della sua credibilità.

Spingendo la notte più in là è invece la storia di Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso, della sua famiglia e dell’ incontro con altri parenti di altre vittime del terrorismo. Una specie di cognizione del dolore che ha cominciato a prendere forma dopo i tardivi riconoscimenti dello Stato, le medaglie al valor civile concesse da Ciampi nel 2004 a Calabresi e ad altri. Non la cognizione privata del dolore, che è cominciata ben prima. Mario parte dalla cognizione condivisa con chi ha avuto una sorte simile alla sua e la offre come spunto per farla diventare collettiva, perché è convinto che sia un passaggio fondamentale per lasciarsi definitivamente alle spalle quel passato che ancora divide e ferisce, come avviene quando si legge su un muro una scritta calabresi assassino (graffito fresco, non d’epoca), e come è avvenuto ad altre famiglie e a tutti quando è toccato a Tarantelli, Ruffilli e poi a D’Antona cadere improvvisamente, senza che nessuno potesse prevederlo (discorso a parte per Biagi: in quell’occasione, come per Calabresi, le avvisaglie c’erano e si poteva fare qualcosa per evitarlo). Troppo sappiamo delle vicissitudini degli ex terroristi, sappiamo che sono diventati operatori sociali, scrittori e addirittura onorevoli. Sappiamo tutto del modo in cui hanno superato o sublimato la follia eversiva, sappiamo che in pochi si sono pentiti e che non sono poi tanti quelli ancora in carcere. Ora sarebbe il momento di sapere qualcosa di più di quelli che non possono uscire dalla condanna che hanno subito trent’anni fa a una vita senza marito, senza padre, senza figlio. E questo libro è un’ottima occasione per cominciare, perché è scritto con la serenità e la pacatezza di chi ha sofferto, elaborato la sofferenza e trovato una via d’uscita. Scritto senza sconti e con la chiara coscienza della violenza subita, ma senza ombra di rancore. Una bella testimonianza, nello stile della famiglia Calabresi che ha sempre chiesto giustizia senza alzare mai i toni, neanche di fronte a calunnie abnormi.

Mario è un giornalista, scrive e racconta da giornalista. Ma è diventato a modo suo giornalista molto presto, quando a quattordici anni saltava la scuola, racconta, per andare in biblioteca e passare in rassegna tutti i giornali dalla strage di piazza Fontana alla morte di suo padre. Non tutti i figli che erano appena nati o molto piccoli quando i loro padri morivano per il piombo di destra o di sinistra hanno avuto la stessa lucida e precoce voglia di capire. Mario incontra la figlia di Antonio Custra, il giovane poliziotto morto a Milano durante gli scontri in via De Amicis del 1977 (era il giorno della famosa foto simbolo del ragazzo con la P38): lei lo spiazza chiedendo a lui come erano andate le cose, e che ne era dell’assassino di suo padre. Fino a oltre vent’anni dopo sarebbe stato troppo doloroso, per lei ma soprattutto per sua madre, cercare e chiedere per conoscere, per capire.

Di assoluto interesse il racconto del colloquio con Gerardo D’Ambrosio. In poche parole l’ex magistrato spiega come arrivò a scartare le ipotesi di omicidio e di suicidio per la morte di Pinelli: lo fa in maniera convincente e si capisce che il buon senso è stato esiliato dalla mente di tanti per troppo tempo, se ancora c’è chi ritiene Calabresi responsabile. D’Ambrosio è lo stesso magistrato, occorre notare, che smontò la pista anarchica per la strage di piazza Fontana.

5 commenti »

  1. Visto che ci sei- e senza polemica alcuna- perchè non ti leggi anche Il giudice e lo storico, Considerazioni in margine al processo Sofri, di Carlo Ginzburg, uscito per Einaudi? E’ un’analisi degli atti del processo, fatta da uno storico quale è Ginzburg, uscita nel 1991, ma ancora in commercio.

    Comment by pessimesempio — 11 luglio 2007 @

  2. senza polemica alcuna, conosco le tesi di ginzburg e a mio parere non reggono. tra l’altro nel libro di mario calabresi si parla di un ulteriore riscontro alle dichiarazioni di marino sul giorno e l’ora dell’attentato. non mi risulta che ginzburg abbia confutato anche questo.

    Comment by alessandro — 11 luglio 2007 @

  3. Grazie, bellissimo post!

    Ho letto il libro di Marino perché me lo passasti tu, all’epoca: una delle letture più sconvolgenti della mia vita. Lo cercai per un po’ nelle librerie, senza successo; ora rimedierò grazie all’Internet.

    Mia moglie sta leggendo il libro di Calabresi, io sono in coda.

    Sia benvenuto qualunque contributo per onorare la memoria di un sant’uomo, e per sanare le ferite di quegli anni. Anche se sono pessimista: questo è un Paese in cui Risorgimento e Resistenza sono ancora problemi di cronaca politica, un Paese che è uscito dagli anni di piombo attraverso il GiocaJouer…

    Comment by searcher — 12 luglio 2007 @

  4. Letto. Veramente intelligente. E commovente, anche. E una cosa che non prevedevo: è un libro che parla anche – o, forse, soprattutto – del difficile ed entusiasmante lavoro di padre.

    Comment by searcher — 13 agosto 2007 @

  5. anche il lavoro di figlio, così come viene fuori dal libro, non pare cosa da poco :-)
    inseguendo qualche referrer ho trovato la bella lettera aperta di nando dalla chiesa a gemma calabresi, ne consiglio la lettura.

    Comment by alessandro — 21 agosto 2007 @

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un commento


Powered by WordPress. Theme by H P Nadig