Cronachesorprese

13 Maggio 2020

Libertà è (anche) silenzio

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C’è una sola alternativa al silenzio (non per sempre, ma qualche mese almeno ci vorrebbe) sulla vicenda di Silvia Romano: far parlare chi è passato da un’esperienza analoga. Chiunque altro non può evitare di proiettare idee sue e pregiudizi su una ragazza che ha il diritto di riprendersi la sua libertà… e non è facile capire quando questo processo sarà davvero compiuto

12 Maggio 2020

Ad-tendere scientificum est

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L’articolo di Paolo Giordano sugli errori degli scienziati sul Coronavirus mi sembra giusto e condivisibile, a parte ciò che considero uso improprio della categoria di “dubbio”. Sarebbe meglio parlare di capacità di porsi domande, che è più importante della capacità di dubitare. Più precisamente: se il dubbio non è funzionale a una nuova domanda e a una nuova ricerca (e quindi a una nuova comprensione, un pochino meno approssimata anche se mai totale, della verità) non è sano. Insomma va benissimo, ed è molto vero che la scienza, in questo frangente epocale, ci sta insegnando l’attesa (parola capitale e poco apprezzata), ma non avrei messo la parola “dubbio” nel titolo.

27 Aprile 2020

Messe in discussione

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“Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”

Questo è il passaggio che rende la nota Cei opportuna e, direi, necessaria. Per due mesi, e nel momento liturgico più importante dell’anno, tutte le limitazioni sono state accettate di buon grado da tutti o quasi, se si eccettuano i soliti ultras che non sono mai contenti di nulla.
A fronte di questa disponibilità e collaborazione totale, abbiamo visto crescere un giudizio moralistico inaccettabile, più o meno nella forma del “Dio è dappertutto, pregatevelo nella vostra stanzetta e non disturbate il manovratore”. A questo giudizio era necessario reagire perché rischia di compromettere l’essenziale. Un conto è la preghiera personale, un conto la celebrazione dei sacramenti. Se si comincia a dire “vabbé tanto è lo stesso”, e si sostiene questa cosa come posizione culturale, rafforzata peraltro da un’emergenza che ha il tempo e l’attenzione sufficienti per incidere sui comportamenti e sulla definizione dei valori condivisi, si inietta un veleno che attacca il cuore della fede.
Ora a me sta anche bene continuare come abbiamo fatto finora per altri sei mesi se l’emergenza sanitaria lo richiede, ma questa cosa andava chiarita.

8 Aprile 2020

Tagliare i ponti

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Il ponte di Albiano, o di Caprigliola a seconda della sponda dalla quale lo guardi, era da bambino una netta emozione. Dopo chilometri dalla Spezia, prima sui tornanti del Buonviaggio, poi sul rettilineo di Bottagna, sul lungo ponte di Ceparana e sui saliscendi pieni di curve tra Ceparana e Albiano, sfociavamo con la 850 guidata da mio padre su questo che, ora vedo bene, era poco più di un guado rialzato, ma che all’epoca mi sembrava monumentale. Era il preludio all’arrivo in campagna nella casa di mio zio a Isola di Caprigliola, poco distante dal ponte sulle “lame” verso Aulla. Mesi d’estate ho passato li tra gite al fiume, uova e latte freschissimi, le verdure dell’orto, le mucche e i conigli, i “testi” per i panigacci sempre pronti all’uso accanto agli alari del camino, la cucina economica. Un altro mondo a due passi da casa, vicino e lontano, una dimensione da esplorare ma nella sicurezza della famiglia, nella spensieratezza dei giochi con mio fratello e i cugini. Quel ponte per me era la porta verso questa parte così importante della mia esperienza di bambino. Attraversarlo era un respiro, una gioia, e anche un po’ una liberazione perché soffrivo la macchina. Era l’accesso a un paesaggio diverso, era uno dei termini del nostro periodico pendolare dal mare al fiume. Lo ricostruiranno e non sarà difficile come per altri ponti più famosi e anche più importanti per me. Però grava sul cuore, in qualche modo, il pensiero che non c’è più quell’impalcato che così tante volte ci ha fatto attraversare la nostra barriera invisibile tra la vita di tutti i giorni e le vacanze, o anche tra una settimana di scuola e qualche giorno, qualche ora di riposo. Qualcosa è andato. Molto rimane.

16 Marzo 2020

Dagli anni di piombo alla pandemia

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il 16 marzo 1978 io facevo le medie e qualcosa cambiò per sempre nella mia percezione del mondo dei “grandi”. A dispetto del tempo e dell’esperienza passati lo spaesamento di oggi, con questo senso di sospensione delle attività normali, richiama in modo analogico lo spaesamento di 42 anni fa, quando in pochi minuti vedemmo emozioni che non eravamo abituati a vedere sui volti dei nostri professori, e all’uscita dalla scuola c’era uno strano silenzio per strada. La primavera imminente non portò la solita spensieratezza. Esisteva una sola notizia, tutti parlavano solo di una cosa e così fu fino al 9 maggio e oltre. Solo i mondiali in Argentina portarono la prima vera distrazione, e forse non fu un bene. Quest’anno, forse, non ci saranno gli europei e non è detto che sia un male. Non c’era internet e non c’erano le chat, ma le barzellette che circolavano erano tutte forgiate sull’argomento unico di discussione nazionale, proprio come i “meme” che rimbalzano oggi da uno smartphone all’altro. Non era un’emergenza sanitaria ma la paura e l’allarme per le conseguenze possibili portò la gente (esclusi i troppo ideologizzati) a mettere in secondo piano molte divergenze di idee politiche per mettere in primo piano un’idea, seppure confusa, di bene comune minimo al di sotto del quale nessuno era disposto ad andare. E forse (sottolineo forse) anche oggi sta accadendo qualcosa di simile, visto che gli argomenti e i protagonisti che fino a un mese fa erano percepiti come catastroficamente divisivi ora sono là in fondo alla scena come acquerelli scialbi, inoffensivi, incapaci di guadagnare i trending topic e ottengono la stessa attenzione di un cane randagio che abbaia alla luna. “Andrà tutto bene”? Non lo so, ma c’è un bene che non si misura con i numeri dei bollettini medici e forse, in questa emergenza, lo percepiamo meglio di altre volte.

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