Cronachesorprese

13 gennaio 2014

“Te la rubo!”: il sedicente ladro gentiluomo

Filed under: Weekly Facebook — alessandro @

L’espressione “te la rubo!” usata su facebook ha ormai raggiunto la soglia che mi fa scattare lo sclero. Non so quando precisamente è cominciata questa cattiva abitudine mascherata da formula di cortesia. Forse già prima dell’avvento dei social network, ma ricordo di avere già gentilmente discusso in proposito con alcuni social-amici almeno tre o quattro anni fa.

Spiego prima perché è impropria, poi spiego perché non mi piace, poi rifletto sul perché, a mio parere, viene usata.

La trovo impropria perché in un ambiente come facebook è (in linea di massima) impossibile rubare qualcosa. E non ditemi che l’espressione “rubo” è ironica. Grazie, ci arrivo. Stiamo parlando di un ambiente social che si è affermato in forza di metafore, a cominciare dalla metafora principe dell’”amicizia”. In questo contesto il meccanismo base di facebook è la condivisione. È un servizio web che incrocia rappresentazione personale e contenuti che, nel 90% dei casi, hanno sede altrove e non appartengono a chi li condivide.
I contenuti originali degli utenti (pensieri, foto, video, note e altro) che sono il restante 10% vengono condivisi senza poter nascondere la fonte, a meno che qualcuno non salvi e riposti in proprio il contenuto invece di usare la funzione di share. Ma non ha molto senso farlo. Primo perché è facile essere sgamati, secondo perché non vedo nessun motivo per farlo se non un cazzeggio maniacale strutturato che ascriverei a una vaga e innocua mitomania.

Non mi piace perché è la classica excusatio non petita. Qualcosa di superfluo che mi porta a considerare una cattiva intenzione quando proprio non ci pensavo e nel momento in cui viene negata; mentre io condividendo un contenuto, che sia mio o una segnalazione di qualcosa che mi è piaciuto, avevo già escluso la mia contrarietà a una diffusione non controllata da me. Ho implicitamente dichiarato che voglio che almeno i miei amici vedano. Esprimeranno diversi gradi di apprezzamento: o un semplice “like” o un “like” rafforzato con una condivisione. A meno di esplicite dichiarazioni contrarie (e comunque solo io ho visibilità sulle mie impostazioni di privacy) io sarò contento di questo e di ulteriori rafforzamenti (like più condivisione più commento di approvazione più like degli amici del mio amico che ha condiviso ed eventuali loro like più commenti più condivisioni e così ad libitum).
Ripeto, può piacere o non piacere ma questo è il meccanismo base di facebook, uno dei motivi principali del suo successo. Se non piace non si usa. Ma se si usa non ha senso, è distonico, è leggermente indisponente farlo facendo finta di stare in punta di piedi, segnalando una distanza critica dal metodo, dall’ambiente, un disagio che non si sa da dove viene e non ha motivi apparenti. Come damigelle morigerate al tè delle cinque che cominciano dichiarando che assaggeranno soltanto la più piccola pasterellina secca disponibile. Ma se il padrone di casa ti ha offerto un cabaret intero non devi scusarti, è per te, se ne hai voglia mangia il bigné più grosso straboccante di crema allo zabaione, nessuno ti ha detto che non puoi farlo; ti impasticcerai un poco le dita, cosa vuoi che sia. È vero, non potrai negare di averlo fatto, ma non c’è nessun motivo ragionevole per negarlo.

Le autodenunce degli Arsenio Lupin dei social, sedicenti ladri gentiluomini, abbondano per diversi motivi.

Il primo motivo è una scarsa consapevolezza del mezzo che stanno usando. Molti non distinguono bene la proprietà, l’origine, la fonte del contenuto. Anche quando è dichiarata, anche quando è un link, anche quando è in forma di citazione.

Un altro motivo è che alcuni sono sinceramente ammirati dalla capacità di altri di scovare materiali interessanti da condividere. Con il “rubo!” è come se dicessero: “ma dove l’hai trovata questa roba!” e si preoccupano di non attribuirsi la geniale scoperta. I “rubo” che mi fanno più tenerezza sono quelli che si trovano in calce a contenuti che circolano da anni e che ho visto condivisi già decine di volte.

Com’è noto facebook ha risolto da tempo una parte dei possibili dilemmi segnalando di default da chi si sta condividendo qualcosa. Volendo in fase di editing e pubblicazione questa informazione si può nascondere. Possono esserci buoni motivi per farlo e nessuno sano di mente si sognerebbe di prenderlo come uno sgarbo. O no? In ogni caso non c’è furto possibile: quell’ambiente social serve proprio per condividere e diffondere.

I personaggi che trovo veramente deleteri sono quelli in cui al “rubo!” si accompagna almeno un altro di questi comportamenti: mandare inviti a eventi a vanvera, senza selezionare tra gli amici quelli che potrebbero essere interessati; mandare inviti a giochi anche a chi te li ha sempre rifiutati; taggare gente in massa in una locandina, in una foto, disconoscendo totalmente l’uso e il significato del tagging (che ormai nell’evoluzione del mezzo è da considerarsi quasi sempre invasivo). Credo che la contraddizione tra la cortesia non richiesta del “rubo!” e l’invasività degli altri comportamenti sia evidente a tutti, senza bisogno di spiegazioni.

20 dicembre 2011

Timeline, timespace

Filed under: Weekly Facebook — alessandro @

Ho attivato oggi la timeline di facebook. Avrò una settimana di tempo per provarla e calibrarla senza farla vedere agli altri. Dovrò soprattutto stare attento alle impostazioni di privacy, per essere sicuro che si veda soltanto quello che voglio io. Però la prima impressione è molto positiva.

Con questa scelta Facebook rafforza molto la sua vocazione alla rappresentazione della persona in rete. Spero che ci vengano risparmiate, almeno a questo giro, le tiritere sul narcisismo digitale eccetera eccetera: chi non capisce oggi quanto è importante che in rete ci siano le persone lo capirà forse tra dieci anni, e in ogni caso sta perdendo tempo.

27 giugno 2011

Facebook e i fondamentali

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Da qualche mese Facebook ha deciso di presentare tutti gli scambi di messaggi privati tra due iscritti come una conversazione in progress, senza titoli. Non solo i messaggi: anche lo storico delle chat, che pensavamo non fosse più recuperabile, va ad alimentare questo particolare stream e così mi sono ritrovato vecchie conversazioni di cui mi ero completamente dimenticato.
Lo ha fatto per spingere il suo nuovo servizio di posta: anche senza volerlo, ora abbiamo tutti un indirizzo nomeutente@facebook.com
L’idea non mi dispiace. Ma incredibilmente, nell’introdurre questa novità, Facebook ha dimenticato uno dei suoi fondamentali, che è poi un fondamentale di internet: le cose più recenti vanno in alto!
Anche se lo stream dei messaggi privati si apre automaticamente sul messaggio più recente è comunque scorretto che sia posizionato in fondo.

16 giugno 2011

Majorbook

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Marta Vincenzi, a meno di un anno dalle elezioni amministrative che potrebbero riconfermarla sindaco di Genova, non ha un profilo facebook (a parte la pagina social costruita da FB con le informazioni di wikipedia). E neanche un sito internet personale. Visto il peso crescente della rete nelle campagne elettorali (ampiamente dimostrato nelle ultime due consultazioni) farà bene ad attrezzarsi in fretta.

Sarà un problema: non è più tanto facile (ammesso che lo sia mai stato) guadagnarsi la fiducia del popolo della rete. Non è che si può irrompere da un giorno all’altro da politico nelle conversazioni online e aspirare alla stessa credibilità di altri che ci sono da più tempo e indipendentemente dalle scadenze elettorali. Il politico deve dimostrare di credere nel mezzo e di saperlo usare. I siti vetrina ormai non solo non servono, ma possono anche essere controproducenti.

Per facebook la questione è ancora più delicata. Oggi è davvero strano che il sindaco di una grande città non faccia nulla per presidiare il suo nome e la sua reputazione sul social network più importante. Che ne abbia bisogno è sicuro: lei non avrà un profilo né una pagina, ma in compenso ci sono delle pagine che si occupano di lei. Alcune la sostengono, altre la avversano. Ma, come è prevedibile, le seconde prevalgono sulle prime. Per limitarsi a una scarna contabilità della situazione in questo momento:

Pagine e gruppi pro

Marta Vincenzi pagina social da wikipedia, 125 like
Sostengo Marta Vincenzi, 47 membri
Lunga vita a Marta Vincenzi
, 5 membri
I love Marta Vincenzi, sindaco di Genova, 287 membri
God save Marta!, 10 membri

Pagine e gruppi contro

Marta Vincenzi non è il mio sindaco, 312 like
Gruppo apolitico contro Marta Vincenzi, 653 mmbri
Mandiamo a casa Marta Vincenzi: 2267 membri
Altri che non mi piace referenziare perché insultano: totale tra membri e like 1900

Una volta si diceva: un cittadino può anche non occuparsi di politica, ma la politica si occuperà di lui. Senza invalidare questa sacrosanta verità, oggi si può aggiungere: un politico può anche non occuparsi della rete, ma la rete si occuperà di lui.

11 aprile 2011

Il prodotto che produce

Filed under: il viandante digitale,Weekly Facebook — alessandro @

Davvero niente di sconvolgente la puntata di Report dedicata a internet e ai social network. Ma neanche niente di disprezzabile. Chi oggi in rete critica la Gabanelli, come se avesse “tradito” una vocazione all’inchiesta e alle verità scomode, dovrebbe interrogarsi piuttosto sulla sintassi di questi format che forse a volte giocano un po’ troppo sul credito che hanno tra i telespettatori e presentano come approfondimenti cose che non lo sono.

Ma complessivamente non dò un giudizio negativo su quello che ho visto ieri. Probabilmente è ancora necessario in Italia (ma non solo) spiegare che i dati con cui costruisci qualsiasi tuo profilo in rete verranno usati per fare marketing. L’importante è saperlo bene, senza ambiguità, esserne coscienti. L’ho scritto altre volte e questa è una delle occasioni in cui viene bene ripeterlo: il marketing non è il diavolo. Anzi: a mio parere più il marketing accelera sulla profilazione e più si libera dei suoi aspetti più dannosi. A meno che non si pensi che “vendere” sia in sé qualcosa di demoniaco.

Comunque, le reazioni tra lo sdegnato e lo snobistico alla puntata di ieri non le capisco. Sì, posso capire che alcuni passaggi non siano piaciuti. Le parole scelte a volte hanno dato fastidio anche a me. Però la domanda a cui Report ha tentato di rispondere, dicendo in parte banalità e in parte riuscendo a spiegare con parole semplici cose che tanto semplici non sono, è una di quelle domande che è bene non cadano nel cono d’ombra (pericoloso) del “sì, questo già lo so”. “Come si fa a fare tanti soldi sul web 2.0, quello in cui il contenuto è generato dall’utente”?

Gli aumenti di fatturato di Facebook negli ultimi mesi sono impressionanti. Come è impressionante pensare a quante persone sono connesse contemporaneamente in Italia al social network più popolare: 12 milioni al giorno, su un totale di 17 milioni di iscritti. A una platea così vasta è giusto parlare come ha scelto di parlare Report: con parole semplici, mettendo in guardia dai rischi maggiori in primo luogo, ma facendo anche intendere che questo giochino ormai c’è, e che piaccia o no rimane. Nella storia della rete possiamo ormai distinguere un’era prima e un’era dopo Facebook. “Il prodotto sei tu”. Il titolo, perfettamente ambivalente, è costruito perché si svelino i pensieri di tanti cuori. Come l’abbiamo inteso? “Attento, ormai sei un prodotto tra gli altri”? Oppure: “Il mercato ti ha sempre trattato come un numero ma ora, per continuare a contarti proficuamente, ha bisogno di restituirti, almeno in parte, una voce da persona. Sta a te, come in ogni sfida della vita e dei tempi, usare bene questa circostanza”.

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