Seguo con sempre maggiore interesse (e un pizzico di invidia) la protesta francese contro la legge Taubira. Una protesta che dura e che cresce da gennaio e che sta definendo obiettivi e metodo delle future proteste contro provvedimenti analoghi in Europa e nel mondo. Il movimento della Manif pour tous sta dando prova di maturità, creatività, non violenza e sta costringendo il Governo Hollande a risposte da regime. Non se lo aspettava, Monsieur le Président: aveva creduto davvero allo scenario di progressismo dorato e senza conflitti che gli avevano dipinto la stampa e gli intellettuali quando gli tiravano la volata verso l’Eliseo; aveva creduto soprattutto che la maggioranza ottenuta alle elezioni lo mettesse a vento da reazioni apprezzabili. E invece si è ritrovato contro la più grande manifestazione di popolo mai aggregatasi finora su questi temi. Neanche Zapatero in Spagna aveva dovuto fronteggiare un’opposizione cosi compatta, eterogenea e agguerrita.
La prima sconfitta per Hollande è la natura stessa del movimento: solo una censura maldestra può definirlo “bigotto”, come qualcuno ha imprudentemente tentato di fare all’inizio. Nella manif c’è di tutto. I cattolici naturalmente ci sono, ma ci sono anche non credenti di diversa estrazione e, soprattutto, ci sono molti omosessuali che in Francia hanno riconosciute le unioni civili dal 1999 e, se sono liberi da schemi ideologici, sentono il bisogno in questo momento di difendere il diritto (questo sì un vero diritto di tutti) ad avere un padre e una madre.
La legge è stata approvata e va avanti, ma in questi giorni c’è stato un primo ripensamento che si può considerare una piccola vittoria per la Manif: è stato ritirato un emendamento che imponeva alle scuole di primo grado di assicurare “le condizioni di un’educazione all’uguaglianza di genere”. Una questione molto delicata: l’emendamento avrebbe imposto a tutte le scuole, comprese quelle che in Italia chiameremmo paritarie, di conformare i programmi di insegnamento alle assai discutibili acquisizioni della cosiddetta teoria del gender. I comportamenti sessuali non sarebbero un dato di natura derivante dalla differenza sessuale ma sarebbero indotti dalla cultura e dall’educazione. Quindi niente più maschi e femmine nelle parole degli insegnanti e nei libri di testo, niente più riferimenti alla mamma e al papà ma soltanto parole e situazioni neutrali, nessuna allusione possibile alla diversità di ruoli e di comportamenti sulla base della differenza sessuale. Un delirio. Un delirio ideologico che una legge in Francia sta tentando di spacciare come acquisizione pedagogica indiscussa e definitiva.
La rivendicazioni di presunti diritti negati si trasforma presto in sopruso. Per consentire il matrimonio agli omosessuali si nega già a livello lessicale e semantico la differenza tra marito e moglie. In Francia non si può più scrivere in atti ufficiali dell’amministrazione marito e moglie, madre e padre, ma coniuge 1 e coniuge 2, genitore 1 e genitore 2. È evidente che non è possibile estendere il matrimonio agli omosessuali senza scassare l’istituto del matrimonio. L’esperienza francese sta diventando preziosa: stiamo vedendo tutte le contraddizioni e i limiti di un’ideologia che finora non ha trovato molta resistenza. Il vero campo di battaglia è quello dell’educazione: lì si gioca la libertà dell’individuo e delle famiglie contro le pretese di uno stato che ha deciso di tornare ad essere un po’ totalitario.
Caro Corrado, ti scrivo in primo luogo da ammiratore del tuo indiscutibile talento, in secondo luogo da italiano, in ultimo da cattolico.
Da tuo ammiratore (e astraendo, te lo giuro, dalle mie convinzioni religiose) devo dirti che la macchietta di padre Pizzarro, che ho notato da tempo (non solo adesso come è capitato ad alcuni censori improvvidi), è davvero poco divertente: è ben lontana dalla tua media, e non parlo delle imitazioni ma di tutti i personaggi che hai inventato. C’è qualcosa di dissonante dal tuo stile e dalla tua migliore ispirazione in quella caricatura: trovo forzati sia le battute sia il personaggio e penso che tutti possano misurarne la distanza dalla geniale levità di altre tue performance.
Da italiano ti dico invece che non sono d’accordo con il giudizio che dai della presenza della Chiesa Cattolica nella nostra società (e anche in questo caso ti assicuro che sto astraendo dalle mie convinzioni religiose): faccio davvero fatica a vedere il saluto al Papa di un Presidente del Consiglio appena nominato come un atto di vassallaggio. Prendo atto che dà fastidio a te e ad altri, per me è solo il riconoscimento del rapporto particolare che esiste tra due Stati legati in maniera indissolubile dalla storia e dalla continuità territoriale. Io lo vedo come una ricchezza, tu lo vedi come un peso. Questione di punti di vista, e non del punto di vista di un cattolico ma di un italiano che conosce la storia del suo paese.
Ma mi fa specie che tu prenda la peculiarità del rapporto tra i due stati come “casus belli” per giustificare un “accanimento satirico”. Nella tua lettera di ringraziamento ad Articolo 21 e a Change.org scrivi testualmente:
“Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti…”
Davvero curioso come esempio, visto che la Chiesa non si è mai espressa ufficialmente contro l’evoluzionismo come teoria scientifica e non ha mai neanche difeso un “creazionismo scientifico” che non fa alcun buon servizio alla dottrina della creazione. Quindi quel ministro da quale emissario di quale potere teocratico sarebbe stato condizionato? Capisco che chi fa satira non si faccia troppi problemi a fare di tutt’erba un fascio, (anzi forse fa un po’ parte del suo mestiere, entro certi limiti) ma forse dovresti cominciare a pensare che lo schema di uno Stato italiano asservito al Vaticano è un po’ ideologico; e se su alcuni temi etici avresti qualche motivo per discutere (ma sarebbe comunque arduo dimostrare una influenza “teocratica”), non c’è dubbio che l’avversione istintiva (e irrazionale) tua e di altri verso la Chiesa fa prendere tante sviste. Quella sul creazionismo è una delle tante. Anche la genericità delle tue osservazioni sulle “sorprese” che attenderebbero post mortem i credenti è un tantino imbarazzante. Sono chiose non offensive, ma anche inutili e fuori luogo. Fanno tenerezza, come a te fa tenerezza l’Aiart che fa finta che tu abbia chiesto scusa per togliersi dal pasticcio in cui si è cacciata.
Da cattolico, infine, ti assicuro che il tuo Padre Pizzarro non mi offende e che quindi non sono d’accordo con la denuncia presentata (e fortunatamente ritirata) dall’Aiart. Io, come tutti i cristiani per cui Cristo non sia soltanto una questione di idee o valori, ho imparato dalla Chiesa che la libertà è il dono più grande di Dio, ed è ciò che Dio ama specialmente nell’uomo. Nessuno può insegnare ai cattolici il senso della libertà. Anche e soprattutto della libertà di pensiero. Se questa affermazione suona a molti paradossale non mi importa: ne sono profondamente convinto e credo di avere ottimi argomenti in proposito. Comunque no, Padre Pizzarro non mi offende. Mi mette solo un po’ di tristezza, e anche se in questo caso non astraggo dal mio essere cattolico non penso che tu possa considerare un buon risultato non aver fatto ridere uno che si è quasi sempre divertito molto a guardarti. Tu hai due possibilità di successo, far divertire o far indignare. Il resto è un buco nell’acqua. Capita anche ai migliori, e tu sei tra i migliori. Sono sicuro che ti riprenderai senza fatica.
La Società Chestertoniana suggerisce come augurio di natale questo splendido brano del grande GKC. E anche se su Babbo Natale in particolare qualche critica negli anni ho dovuto condividerla (ma indubbiamente il piccolo Gilbert aveva a che fare con un signore in rosso meno consumistico dell’attuale) l’apertura del cuore, la capacità di riconoscere i “regali” che viene testimoniata in queste parole posso dire di averla ancora, grazie a Dio. Ha fatto resistenza a tutti i miei errori e posso ancora viverla e respirarla in questi giorni di grazia.
Facciamolo nascere questo bambino, godiamoci questo grande e assurdo regalo: è meno difficile di quello che sembra.
“Quello che mi è successo è l’opposto di quello che sembra essere l’esperienza della maggior parte dei miei amici. Invece di rimpicciolire fino ad un puntino, Babbo Natale è divenuto sempre più grande nella mia vita fino a riempire la quasi totalità di essa. E’ successo in questo modo. “Da bambino mi trovai di fronte ad un fenomeno che richiedeva una spiegazione. Avevo appeso alla sponda del mio letto una calza vuota, che al mattino si trasformò in una calza piena. Non avevo fatto nulla per produrre le cose che la riempivano. Non avevo lavorato per loro, né le avevo fatte o aiutato a farle. Non ero nemmeno stato buono – lungi da me!
“E la spiegazione era che un certo essere che tutti chiamavano ‘Santa Claus’ era benevolmente disposto verso di me… Ciò che credevamo era che una determinata agenzia benevola ci avesse davvero dato quei giocattoli per niente. E, come affermo, io ci credo ancora. Ho semplicemente esteso l’idea.
“Allora chiedevo solo chi metteva i giocattoli nella calza, ora mi chiedo Chi mette la calza accanto al letto, e il letto nella stanza, e la stanza della casa, e la casa nel pianeta, e il grande pianeta nel vuoto.
“Una volta mi limitavo a ringraziare Babbo Natale per pochi dollari e qualche biscotto.
Ora, lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare.
Una volta pensavo fosse piacevole e sorprendente trovare un regalo così grande da entrare solo per metà nella calza.
Ora sono felice e stupito ogni mattina di trovare un regalo così grande che ci vogliono due calze per tenerlo, e poi buona parte ne rimane fuori; è il grande e assurdo regalo di me stesso, perché all’origine di esso io non posso offrire alcun suggerimento tranne che Babbo Natale me l’ha dato in un particolare fantastico momento di buona volontà”.
Gilbert Keith Chesterton Lettera a The Tablet of London
Non ho mai capito se erano i bimbiminkia ghignanti a trovare blasfema questa immagine o le loro nonnette rincitrullite (oltre a qualche trombone che protestava e che naturalmente veniva bene come utile idiota per lanciare un film scadente). Forse un po’ tutte queste categorie, comunque confinerei il dilemma al conflitto tra di loro. I bimbi si divertono a provocare le nonnette. Tutto qui.
Scrivo questo perché mi stupisce vedere ancora rimbalzare in rete questa immagine come qualcosa di “mitico”. Davvero ha costituito un passaggio mitico per qualcuno, davvero esistono romanzi di formazione così deludenti? Non so se ho voglia di rifletterci davvero. Clerks era diecimila volte meglio, da tutti i punti di vista.
Per quanto posso pensare io, con la sensibilità di uno che da ragazzo ha capito cos’è la libertà senza mai percepire come liberante la blasfemia, non trovo nulla di realmente “offensivo” nel Buddy Christ. Non solo l’immagine non è blasfema, ma è l’unica trovata decente, di vera critica socioreligiosa, del film di Kevin Smith. Una critica che da cattolico condivido totalmente.
Maurizio Maggiani sul Secolo XIX di ieri ha pagato il suo periodico tributo all’aria che tira con un editorialone su uno dei temi consigliati dallo spirito del tempo per dar prova di aggiornamento: “i gay non sono diversi”. Sconvolgente, eh? Scopo del gioco in questo genere di fervorini domenicali è, come sempre, trovare qualche spunto più o meno arguto per rinfrancare chi vuole sentirsi dalla parte del mondo che avanza, che cambia, che traguarda nuovi orizzonti e marcare la diversità antropologica con “gli altri”. I veri diversi. Cattolici e cattivi in genere, che allitterano così bene tra di loro.
Mi spiace essere così acido, ma mi sono rotto di finire periodicamente dietro la lavagna di Maggiani e di quelli come lui. E l’articolo di ieri da questo punto di vista è straordinariamente irritante. Comincia abbastanza bene, ma il poco zucchero che indora la pillola si squaglia presto. Lo scrittore fa finta di mettersi un momento lui stesso dietro la lavagna, ravvisando in una sua automatica attenzione a certi fatti i sintomi di un pregiudizio culturale:
…sono portato a ritenere naturale non ciò che appartiene alla natura, ma ciò che il mio sguardo è abituato a ritenere tale…
Condivisibile. Io, che sono molto catt(ivo) e vorrei essere più degno di chiamarmi catt(olico) ritengo nella mia indegnità di aver fatto un certo lavoro su di me per distinguere ciò che è naturale da ciò che mi è familiare. Uno work in progress che probabilmente è ben lontano dall’essere concluso, ma che ritengo sia ben avviato e in piena attività. Strano, perché continuando a seguire il Maggiani-pensiero dovrei essere irrimediabilmente fermo al palo:
La gerarchia ecclesiastica cattolica – non i cattolici, i quali andrebbero interpellati uno per uno essendo proprietari ciascuno di una coscienza individuale – la gerarchia dunque e gli ambienti politici ad essa legati, oltre a chi appartiene alla tradizionale cultura fascista, si oppongono al riconoscimento legale delle famiglie omossessuali, e ancor più alla possibilità di una prole, sostenendo che l’unica forma di famiglia che va riconosciuta e sostenuta sia la “famiglia naturale”, citata anche dalla costituzione della repubblica.
Accidenti. Maurizio, vieni qui a interpellare la mia coscienza individuale. Sono catt(olico). Non faccio parte della gerarchia. Non sono un politico, e quindi non faccio parte di un ambiente politico ad essa legato. Eppure mi oppongo, sono contrario… non al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, ma alla loro equiparazione alle famiglie fondate su un’unione eterosessuale.
Sorvoliamo (anzi no) sull’offensivo accostamento tra cattolici e altri che vengono dalla “tradizione fascista” che condividerebbero questa posizione. Prima diversità passata gentilmente allo schiacciasassi dal fine scrittore che, forse per certi automatismi dovuti al suo imprinting (poverino) non se ne avvede. Certo un po’ questo passaggio mi irrita, e se parliamo di tradizione si potrebbe ribattere facilmente ricordando come certa “tradizione di sinistra” abbia trattato, storicamente, gli omosessuali (fare il nome di Pasolini è scontato, ma per ribattere a un luogo comune basta e avanza). Si sono ravveduti? Mah, tutto da dimostrare. Soprattutto se l’analisi parte non dalle posizioni dichiarate ma dal peso concreto dei pregiudizi nei comportamenti individuali.
Rimane il tentativo, per quel che mi riguarda fallito, di separare la gerarchia dal popolo. Non perché lo dice la gerarchia ma perché lo dice la mia coscienza, Maggiani: io quell’equiparazione non la voglio. Rispetterò eventuali nuove leggi che vadano in senso contrario, ma non per questo cambierò idea. E non solo: non la potrei mai ritenere, in coscienza, un’acquisizione definitiva e irreversibile. Ti è chiaro? Andiamo avanti.
Cosa significa “famiglia naturale”? Quella formata da un maschio, una femmina e dalla loro prole? E chi lo dice?
Lo dice un’evidenza che un potere ostile al popolo vuole educarci a dimenticare; un potere di cui tu, Maggiani, ti fai propagandista compiacente, anche se non so quanto consapevole. Prova a considerare un attimo questo aspetto, mettiti nei panni di altri visto che chiedi di fare lo stesso: da decenni mi ripetono cose contrarie all’evidenza e vogliono che mi stiano bene per forza. Mi ripetono che l’embrione e il feto fino a tre o quattro mesi non sono vita umana mentre è evidente che lo sono. Mi ripetono che una persona in stato vegetativo, che respira da sola senza aiuto di macchinari, è “morta”, in totale spregio non solo all’evidenza empirica ma anche alla coerenza logica. Mi ripetono anche che una coppia formata da un uomo e da una donna è uguale a una coppia formata da due uomini o da due donne. E che non c’è un rapporto originario tra la società umana e la famiglia eterosessuale, cioé la famiglia nella quale naturalmente e in via ordinaria in tutte le culture del mondo i figli nascono, crescono e vengono educati. Vedi Maggiani, forse non ti è chiaro questo: io posso discutere di tutto, e storicamente ho sempre messo tutto in discussione, modulando la mia opinione sulla opportunità di regolare per legge materie eticamente sensibili come queste, e non sempre in sintonia con la gerarchia. Ma se per cominciare la discussione vuoi costringermi ad andare contro l’evidenza io non ti seguo. Neanche morto. Neanche vegetale. E forse non ti è chiaro che non è per ignoranza o per retaggio culturale che molti (non tutti, eh. ma molti di più di quelli che pensi, ti assicuro) non saranno mai d’accordo con i tuoi paternalistici editoriali, ma proprio perché vorresti che per amore del tuo bello stile abbandonassero la bella evidenza. Cosa c’entra l’essere italiani o svizzeri, l’essere cattolici o taoisti, l’essere fascisti o comunisti con la naturale ripugnanza a tradire l’evidenza? Niente, assolutamente niente. Andiamo avanti.
Intanto cosa significa naturale? Forse qualcosa che si perde nella notte dei tempi e che precede ogni forma di sovrastruttura culturale?
E con questo passaggio l’opinionista dallo stile accattivante è già caduto in una fallacia rudimentale, che indubbiamente impressiona ancora qualcuno ma che è di una debolezza e di una genericità imbarazzanti. Certo che no Maggiani, certo che no. Deve dirtelo il più negletto dei blogger che naturale non vuol dire primordiale? Sei impelagato nel mito del buon selvaggio e vuoi far credere che siano gli altri a fare questo errore. Andiamo, non ci credo che tu creda a ragionamenti così approssimativi. Naturale per l’uomo è tutto ciò che la natura umana esprime come sua caratteristica essenziale, e tra queste caratteristiche c’è l’essere maschio e femmina capaci di generare figli. Il legame tra questo e la nascita di qualunque società umana (in qualsiasi modo decida poi di organizzarsi, in forma tribale patriarcale matriarcale o chissà cos’altro, non ha alcuna importanza) è necessario. Necessario. E posso discuterne quanto vuoi, ma voglio, pretendo che la mia posizione (cioé la posizione di chi ritiene che oggi come in qualsiasi tempo riconoscere questo legame originario sia linfa vitale per una società e per uno stato) sia riconosciuta come posizione ragionevole, non da superare come un relitto della storia. Accade, naturalmente (e nessuno lo mette in discussione, non io almeno), che si formino coppie e convivenze che non si basano sulla essenziale (cioé propria necessariamente della natura umana) differenza sessuale? Bene. Ma non voglio che siano equiparate alle coppie eterosessuali per la ragione sopra esposta. Ora cosa c’entra che
quella famiglia, quella dei nostri progenitori, uomini lupi per gli uomini, per quel che se ne sa era formata da un maschio dominante, alcuni maschi gregari, regolarmente brutalizzati dal dominante, un numero variabile di femmine in età fertile e la prole che non soccombeva al dominio aggressivo del capofamiglia
? Ancora una volta niente, assolutamente niente. Un esempio che serve soltanto ad associare la mia ragionevole e civile posizione all’immagine del cavernicolo tanto “nature” ma anche un po’ tonto, che non capisce le finezze della società liquida. No. La mia posizione è la stessa dei nostri padri costituenti, che non erano distratti come dici tu, ed è stata distillata nel tempo tra civiltà e culture diverse e messa alla prova dalla storia; ha tutte le carte in regola per ispirare da qui all’eternità impegno sociale, civile e politico; in ogni caso pretende dignità dialettica, ora e sempre. Non ve ne libererete mai. Ma andiamo avanti.
Ma se vogliamo introdurre un po’ di civiltà nella naturalità, è forse quella del saggio Salomone la famiglia tipica, un maschio, settecento mogli e trecento concubine? E se consideriamo, come dobbiamo, altre società oltre la nostra, cosa c’è di innaturale nella famiglia matrilineare assai diffusa nelle antiche civiltà asiatiche, generalmente composta da una matriarca, le giovani madri sue discendenti, la prole finché non verrà separata per sesso in età pubere, e nessun maschio adulto residente?
Altra fallacia. Qui il bravo scrittore confonde il nucleo essenziale e originario della società (quel passaggio che non può mancare) con la sua organizzazione, con la sua manifestazione “macrosociale”, per così dire. Ma volendo seguirlo nel suo ragionamento gli chiederei: ma dunque, Maurizio, tu vuoi dire che il matrimonio omosessuale è solo la prima battaglia di una grande guerra? Una volta vinta questa prima piccola battaglia ti batterai per i diritti delle discendenze matrilineari, per le unioni poligamiche, per le comuni “senza padri e senza madri” (cit. Gaber), per qualsiasi forma di convivenza voglia trovare cittadinanza nell’occidente aperto e plurale passando per qualsiasi tradizione di qualsiasi popolo o (difficile a quel punto mettere dei semafori) per la fantasia di qualsiasi geniale nuovo Salomone? Pensaci, e fammi sapere una di queste domeniche, ci conto.