Cronachesorprese

7 agosto 2018

Sei punti fermi per le mie conversazioni

Filed under: tutto considerato — alessandro @

1 – Non c’è alcun contrasto o opposizione tra ragione e fede. Sono complementari, hanno oggetti e metodi diversi ma la fede ha premesse razionali e non contraddice mai la ragione.

2 – L’esistenza di Dio non può essere dimostrata in maniera conclusiva, ma gli indizi sono molti, rilevanti e non trascurabili da nessuno. Sono riassumibili in quelle che Tommaso chiama “vie” e non presentano alcuna fallacia logica.

3 – La questione “an Deus sit”, cioé la questione sull’esistenza di Dio, è distinta dalla questione “quid Deus sit” ed è necessario non confonderle mai. La prima delle due questioni è un caso unico per la ragione: a differenza di tutti gli altri casi, non vale la regola (di derivazione giuridica, peraltro) “affirmanti incumbit probatio”. Poiché Dio, se esiste, è l’Essere stesso e non un ente finito e determinato, non rientra in quella regola di verifica che si applica a un esistente particolare. Quindi, per la questione “an Deus sit” e solo per questa, la “probatio” spetta sia all’affermante che al negante, ma entrambi sbaglierebbero se cercassero di applicare a quella realtà il metodo di verifica che si applica agli enti.

4 – L’idea della creazione ex nihilo, tipica della spiritualità giudaico-cristiana, è una soluzione ragionevole al problema dell’esistenza del mondo perché rende ragione della “contingenza”, cioé della indiscutibile gratuità dell’esistente, espressa storicamente per la prima volta dalla “meraviglia” della metafisica aristotelica: “perché c’è l’essere e non il nulla?”. Il mondo esiste, ma potrebbe anche non esistere, non c’è nulla nell’universo fisico osservabile e indagabile scientificamente la cui esistenza si ponga come necessaria. Le idee degli infiniti mondi, dell’eternità del cosmo o della materia o simili non spiegano la contingenza ma censurano la domanda. Per questo non mi piacciono.

5 – Può darsi che queste domande di senso su Dio, sul mondo, sul nostro posto nell’universo siano vane. Non lo escludo categoricamente, però penso che la questione si riduca a un’alternativa secca: o queste domande sono così radicate nella nostra natura perché esiste una risposta (ho sete perché esiste l’acqua, l’acqua è causa finale della mia sete) oppure sono un errore di sistema, uno scherzo della biologia, uno slancio eccessivo dell’evoluzione che quando è arrivata all’intelligenza ha voluto strafare. Tertium non datur. Investire sulla prima opzione non è fideismo e non può essere bollato da nessuno come irragionevole.

6 – Uno dei problemi di noi contemporanei è che veniamo da quattro secoli di dubbio sulla realtà. Il cogito cartesiano ha messo in dubbio l’evidenza. Invece la realtà delle cose è evidente e non si può mettere in discussione. Il punto di partenza del pensiero non è “cogito ergo sum”, ma “cogito, ergo aliquid est”, o ancora meglio “scio aliquid esse”. Il pensiero è sempre pensiero di qualcosa. Non è facile capire come avviene la conoscenza, ma quello che è certo è che è una “adaequatio rei et intellectus”, il prodotto di due fattori irriducibili l’uno all’altro. Non è la ragione che crea la realtà che conosce; d’altra parte la realtà non arriva ad essere conosciuta se non attraverso un processo di astrazione, una “smaterializzazione”, per così dire. Però noi conosciamo “davvero” la realtà. Io posso discutere di tutto, ma non rinuncio a questa evidenza. Sarà un caso, ma tutti i sistemi di pensiero atei e materialisti degli ultimi secoli hanno dovuto mettere in discussione, in un modo o nell’altro, proprio questa evidenza elementare. Il realismo filosofico è presupposto necessario per ragionare in maniera utile e sensata sull’esistenza di Dio così come sui misteri della rivelazione cristiana.

11 luglio 2018

Chi fa uscire dalle grotte

Filed under: cronache,Il cristiano informale,tutto considerato — alessandro @

“Non siamo sicuri se questo sia un miracolo, sia scienza o che cos’altro: tutti i 13 cinghialotti sono ora fuori dalla grotta”. Questi Navy Seals thailandesi sono stati bravissimi, coraggiosi, hanno anche perso un compagno per salvare quei ragazzi. Non voglio certo criticare loro. Critico la cultura e la mentalità che li fa parlare così. In un momento come questo una delle prime cose che sentono il bisogno di dire esprime una falsa dicotomia tra “scienza” e “miracolo”. Nella testa di molti la parola “scienza” sta diventando un idolo, qualcosa che si contrappone alla ricerca di significato delle vicende umane, mentre in realtà è qualcosa che corrobora, che va nella stessa direzione. Ovvio, ciò che è successo non è miracoloso: è un’impresa straordinaria ma spiegabile entro i limiti delle capacità umane (e questo naturalmente non significa che i miracoli non siano possibili). Però io ringrazio Dio, perché una determinazione così forte a rischiare la propria vita per salvare quella di altri viene da lui. Quando l’umano raggiunge queste vette è sempre perché si attiva quel qualcosa che porta a mobilitare le migliori energie per metterle nelle mani di un Altro, anche se non lo si riconosce, perché con tutta la “scienza” di questo mondo quegli uomini hanno corso un rischio enorme e in ogni caso sono andati contro il loro interesse immediato ed egoistico. Non è il devozionalismo, è la Realtà che chiede ogni giorno un affidamento. Naturalmente hanno pianificato come meglio potevano, hanno lavorato per ridurre l’aleatorietà dell’esito al minimo. Ma io contesto radicalmente che tutto questo sia l’opposto dell’affidamento a Dio: è una mentalità in cui non mi riconosco e che voglio combattere con tutte le mie forze. Non so se quegli uomini siano credenti, se abbiano pregato mentre compivano la loro impresa. Ma “o preghi o pianifichi” è una falsa opposizione, inaccettabile. Pianifica e prega: questo è davvero il massimo che l’uomo può fare. Personalmente anzi sono convinto che più preghi meglio pianifichi. Ma su questo ultimo punto posso anche accettare di essere contestato. Sul resto, no :-)

8 febbraio 2018

Fabiosa la bourgeoise

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Oltre a essere uno dei disegni animati più brutti della storia, questa creazione di “Fabiosa” (che scrive di sé sulla pagina facebook “Mission: Migliora la vita delle persone attraverso contenuti stimolanti, positivi e ricchi di significato”) è una dimostrazione particolarmente efficace di qualcosa che sostengo da una vita: è la morale borghese che non ha nome né ideale né partito a mettere queste istanze nella società, non l’appartenenza religiosa. Una storiella così tragicamente stupida, rappresentata cosi male, può venire soltanto da un’istanza molto profonda, non mediata da cultura, spiritualità di qualsiasi genere, impegno sociale. Siamo di fronte a una paura allo stato puro, a un distillato di ottusità, repressione, assenza totale di empatia. È una forza sotterranea primordiale che tende a in-formare livelli più alti, più accettabili: cerca normalmente mediazioni culturali (e purtroppo anche religiose) per produrre i suoi effetti devastanti. Ogni tanto però, quando incontra molta ignoranza e molto cattivo gusto nello stesso luogo, riesce a venire in superficie da sola, così com’è, e noi possiamo guardarla negli occhi.

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13 settembre 2017

Legge Fiano, prove di deideologizzazione dell’antifascismo

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Ritengo giusta la proposta di legge Fiano contro la propaganda fascista che oggi è passata alla Camera, spero che possa concludere l’iter entro la fine della legislatura senza altri incidenti, magari con qualche precisazione in più che tolga le scuse a chi in queste ore sta facendo osservazioni tra l’ironico e il surreale che non colgono il cuore della questione.
Non era necessaria perché la legge contro l’apologia del fascismo c’è già? Peccato che non venga applicata. Questa focalizzazione sulla propaganda forse servirà a cominciare un lavoro mai fatto. E se non accadrà sarà un’altra occasione perduta, ma le occasioni perdute non devono distogliere da ciò che è giusto. Non siamo mai riusciti a farlo? Non c’è nessun motivo per non riprovarci.

La questione è eminentemente simbolica, e di conseguenza educativa. Spiace dirlo, ma la mia generazione non è stata capace di insegnare a sufficienza e nel modo giusto il rispetto dei valori della Costituzione. E quella prima ha fatto un errore ancora più tragico: ha permesso che il contrasto alla propaganda fascista diventasse nella narrazione pubblica una questione di parte, cosa che non è. Per una latitanza colpevole si è permessa la strumentalizzazione ideologica dell’antifascismo. Si è permesso che molti lo percepissero non come valore fondativo comune ma come lotta di una parte politica su un’altra parte politica. Si è permesso che una parte politica potesse chiamare a proprio piacimento “fascista” tutto ciò che non era in linea con la sua visione del mondo. Si è permesso l’antifascismo del “doppio standard”, insomma. E invece il ripudio del fascismo esplicito, senza distinguo, senza opportunismi ma rigorosamente circoscritto a quella esperienza storica che chiamiamo fascismo dovrebbe essere un patrimonio di tutti, non di una parte. Di tutti quelli che si riconoscono nei valori costituzionali. Se fosse così, la strumentalizzazione dell’antifascismo sarebbe impossibile. Se oggi la legge Fiano appare molto opportuna è in conseguenza di un fallimento educativo di cui tutti siamo responsabili. E allora prendiamoci la responsabilità, come collettività, di provare a cominciare daccapo.

Non c’è simmetria possibile con altri simboli di altre ideologie. Certo, è davvero difficile trovare dei simboli politici che siano stati riferimento a livello di massa nel novecento e che non evochino qualche tragedia. Ma la nostra Repubblica è nata dalla lotta a quel regime, a quella ideologia. Quindi SOLO il richiamo al simbolismo di QUEL regime deve essere sanzionato specificamente come contrario al patto fondativo della nostra comunità nazionale, e come inopportuno e insultante in una dimensione pubblica. Chi pensa che questa sia una considerazione di parte è decisamente fuori strada. Io mi sento di dirlo chiaro perché nessuno può tacciarmi di simpatie per “gli altri”, e vorrei che anche tutti “gli altri” però lo dicessero chiaro, senza ipocrisie. La cosa davvero sconfortante è che nel 2017 queste considerazioni vengano lette come partigianerie. Ed è ancora più sconfortante che non ci sia oggi una sola voce nel centrodestra che non veda la necessità di smarcarsi da certe pastoie. E che questo silenzio sia dovuto alla necessità di preservare patti di non belligeranza non scritti e a calcoli elettoralistici non è solo sconfortante, è anche preoccupante.

In quanto questione fondativa, il ripudio del fascismo non è mai vecchio e inattuale. Lo diventerà forse quando passeremo attraverso un’altra guerra o un altro evento traumatico simile all’ultima guerra, un evento che costringa a riscrivere le regole della convivenza civile. Quindi ovviamente spero che non invecchi mai. Per lo stesso motivo il benaltrismo è fuori luogo. Certamente ci sono cose più urgenti da discutere oggi in parlamento, ma l’educazione ai valori civici è sempre un’urgenza e se aspettiamo che non ci siano questioni più urgenti non la affronteremo mai.

Qualcuno parla di attentato alla libertà di pensiero e di opinione. Non è così. La legge punisce comportamenti molto precisi, molto specifici, che sono a tutti gli effetti vilipendio alla Repubblica e alla Costituzione. Non c’è alcun rischio di estensione arbitraria della norma. Chi fa il saluto romano, chi inneggia a Mussolini e al fascismo in un contesto pubblico come una manifestazione o una cerimonia, o in un luogo aperto al pubblico come una spiaggia demaniale in concessione, chi della propaganda fascista fa un’attività economica attraverso il merchandising, chi mette in atto uno di questi comportamenti o altri simili sputa sulla Costituzione e deve sapere che lo fa a rischio di una sanzione e con la disapprovazione dell’intera comunità nazionale. Naturalmente non sono punibili comportamenti spiccioli e interstiziali, ciò che può avvenire in una tavolata al ristorante, che so. Dovrebbero bastare il buon gusto e la cultura media per non vederli più, ma sembra che il deterioramento della cultura storica sia ormai inoltrato su una brutta china.

Resta inteso (ma dalle obiezioni che leggo in giro sembra di no) che il divieto di propaganda non ha nulla a che fare con le valutazioni storiche, con l’indagine storica su un ventennio di attività di governo e amministrativa italiana. Quello è un altro livello. Non si può fare un bilancio di “pro e contro” mettendo su un piatto della bilancia il manganello e l’olio di ricino e sull’altro piatto ciò che il fascismo ha fatto per garantirsi il consenso sociale. A parte che sono due grandezze disomogenee (per dire, mi rubi la macchina, ” sì, però” la usi per accompagnare le vecchiette a fare la spesa, ma scusa se ti meno lo stesso quando ti becco eh), senza un adeguato preambolo questi ragionamenti non li sto neanche a sentire. PRIMA facciamo fuori dalla piazza politica tutti i simboli fascisti, che influiscono attivamente sulla coscienza dell’appartenenza alla comunità, e POI facciamo tutte le valutazioni storiche su tutto ciò che è stato fatto nel ventennio. Perché se PRIMA non si esclude l’appello al simbolo, la valutazione storica rimane ambigua, pelosa, funzionalizzabile a un revisionismo politico, non storico. E nessun italiano con un minimo di coscienza e di cultura storica dovrebbe essere disponibile a questo tipo di revisionismo.

Non concordo invece con la “damnatio memoriae” dei monumenti, non concordo con la proposta dello stesso Fiano di abradere la scritta “Dux” dall’obelisco del Foro Italico o cose simili. Questo sarebbe davvero fuori tempo massimo: quei monumenti non sono propaganda attiva, sono testimonianza di un periodo storico. In quanto tali, anzi, servono alla coscienza collettiva a misurare la distanza, il cammino percorso. Possono servire insomma proprio contro la propaganda. Da un punto di vista strettamente artistico, se quel monumento è vincolato dalla Soprintendenza lo è integralmente. Un conto sono le aggiunte posticce di simboli su manufatti preesistenti (e quelle sono state tolte, generalmente), un altro conto i monumenti progettati e costruiti in base a un programma concettuale e iconografico. Però Fiano ha detto anche che è contrario all’abbattimento dei monumenti, quindi le liste sui social di edifici di epoca fascista che sarebbero da demolire, che molti spiattellano polemicamente sui social, valgono solo come boutade.

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25 maggio 2017

Al di là delle amache

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L’amaca di Michele Serra di oggi (anzi di ieri ormai) mi ha aiutato a mettere a fuoco un pensiero che covava da un po’, un certo disagio che forse ho superato con una domanda semplice semplice: perché molti atei contemporanei parlano così spesso dell’aldilà, dell’inferno e del paradiso? Sembra che questo sia un problema più per loro che per i credenti. E così è in effetti, ma mi riesce sempre più difficile spiegarlo: non posso parlare delle altre fedi, ma un cristiano non pensa *mai* all’aldilà. Perché sa benissimo che tutto ciò che può pensare è un’immagine insufficiente. Poi le immagini servono, si usano: aiutano a far memoria delle cose importanti. Ma si sa che sono immagini, non si ipostatizzano.

Il cristiano non agisce mai in funzione del “dopo”, anche quando fa dottrina sul dopo. Il “dopo” è semplicemente un orizzonte più ampio rispetto al presente. Tutto qui. Quasi banale anche senza aderire a una fede positiva: ciò che vedo, ciò che sento, ciò che sperimento, ciò che capisco è solo una parte infinitesima della realtà. Puoi sentirti schiacciato, o immerso, o sperso, o cullato, ma è una certezza: l’universo “spacca”. Spacca il mio orizzonte da ogni lato, a ogni istante, in ogni circostanza. Basta un po’ di realismo. La differenza tra un credente e un non credente in buona parte è questa: c’è un “Chi” che spacca, o c’è solo un “Cosa”. Ma se tutti mettessero almeno la Maiuscola ci ritroveremmo nel riconoscimento di una Grandezza di fronte alla quale siamo ben piccoli, e vivremmo tutti meglio, in maggiore armonia.

Da anni sono stupito della superficialità e dello schematismo dei ragionamenti di molti non credenti ( non tutti, eh: anzi ho trovato molta più franchezza, autentica ricerca spirituale, disponibilità all’ascolto e stimoli a rendere ragione della mia fede in alcuni atei che in molti credenti) attorno ai fondamentali della fede, come se davvero fossero convinti che sia sufficiente quel livello per liquidare la questione. La ravviso ogni giorno questa convinzione rudimentale nelle battute, nelle imprecazioni, nelle generalizzazioni, in tutte quelle piccole allusioni che sono ormai una nevrosi specifica. E a pensarci in questi ragionamenti si avverte proprio un’urgenza di liquidare la questione. Dover proiettare quella superficialità su tutti i credenti per far tacere qualcosa. Una gigantesca straw man fallacy per togliersi il pensiero. Certo, l’attentatore di Manchester è un’occasione ghiotta per rinforzare lo schema. E figurati se Michele Serra se la faceva scappare. Fervorini quotidiani, insomma. Potremmo farci un bel libretto di preghiere: è una sorta di devozionalismo, in fondo.

Peccato che l’attentatore di Manchester non sia un credente. È solo un nichilista che dà una forma religiosa al suo “cupio dissolvi”. Usa quella forma ma potrebbe usarne altre, la sostanza non cambia. No Michele, la “promessa dell’aldilà” non c’entra nulla. Sei fuori strada, e forse sai anche di esserlo. Hai solo bisogno di questo schema per razionalizzare ciò che non è facilmente razionalizzabile, perché quello che sta succedendo è molto più assurdo e spaventoso.

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