Cronachesorprese

10 dicembre 2014

Calaf

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Heroism or addiction to gambling? The first one, in my humble opinion

8 marzo 2014

Il suo nome è Quota Rosa

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Per la festa della donna auguro alle donne di liberarsi dalla truffa delle quote rosa, in tutti gli ambiti, a cominciare dalla politica visto che è di attualità, visto che si sta discutendo una legge elettorale che non mi piace molto. Una truffa che si basa su una menzogna, che discrimina le donne illudendole di promuoverne la presenza nei centri decisionali mentre in realtà le ghettizza. Un ghetto altolocato, per carità. Ma pur sempre un ghetto. Guardate quella poveretta che ora, in ossequio a questa filosofia malata, deve stare nei banchi del governo con il pancione. Stupido io che pensavo che il diritto per le mamme in attesa a non pensare ad altro che ad essere mamme, almeno in un periodo, fosse una conquista sociale. Poi lei sarà contentissima, chi lo nega. Però se la scelta è stata fatta anche con intento simbolico io qualche falla ce la vedo. Andate a dire a una donna delle pulizie che ha il “diritto” di andare al lavoro con il pancione fin quando non ne può più, proprio come il ministro, uguale uguale. E poi a continuare in qualche modo a lavorare anche nelle fasi più critiche della maternità, perché il ministro non puoi farlo staccando davvero. Soprattutto se stai cominciando l’incarico proprio quando si avvicina il parto e hai bisogno di impostare il lavoro per tutto il dicastero. Ma sono solo io a pensare che la discriminazione è verso la maternità, non verso l’incarico?

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La quota rosa avrebbe senso solo se venisse presentata come una emergenza: ci sono poche donne a subire le scelte di molti uomini, bisogna fare qualcosa di fuori dall’ordinario e di fortemente simbolico per rimediare a questo scompenso. Giusto per un po’ di tempo. Come fare un senso unico alternato su una statale molto trafficata. Ma non è proposta così. È proposta come qualcosa di statutario in ogni ambito, di costitutivo, di essenziale per la democrazia. Non me ne capacito. Come se solo le donne potessero rappresentare le donne. Come se non fosse ugualmente (anzi maggiormente) problematico e discriminante dover cercare per forza un rappresentante di un sesso per coprire un determinato ruolo.

È un augurio per le donne il mio perché sono convinto che la filosofia delle quote sarà, alla lunga, un danno più per loro che per gli uomini. Di sicuro sarà un danno: perché ogni volta che si sostituisce alla realtà un criterio astratto, ogni volta che il dover essere (secondo quale ideale? non ha importanza, ma è certo che è imposto dal potere) sgomita per prendere il posto dell’essere si crea un danno. Che forse non è visibile subito, è come la “blessure fine et profonde” della bellissima poesia di Sully Prudhomme. Qualcosa che non si avverte subito, qualcosa che non sembra proprio intaccare il bello, il buono e il giusto.

Così la nostra libertà è minacciata oggi: non (troppo spesso) da una oppressione conclamata ma da qualcosa che pretende di essere buono e giusto, “solo che” si vinca la resistenza di qualcuno che viene costretto, dalla narrazione dominante, alla parte del cocciuto retrogrado. Permettetemi di parafrasare una vecchia canzone: “Il suo nome è Quota Rosa / cara, bella, / sorridente e deliziosa / e vuole me / Sono sincero, confesserò: / Non ce la faccio a dirle di no”
Non ce la facciamo a opporci a questa elegante stortura del buon senso, non ce la facciamo più a dire che la rappresentanza di genere è un’astrazione senza alcuna ragion d’essere. Noi che lo pensiamo siamo indotti a vergognarcene, a tacere.

Io oggi, per la festa della donna, provo a rompere questo accerchiamento e auguro quello che ho scritto.
Non so se passa, se si capisce: il mio è un augurio sincero. Posso solo compatire chi pensa che io non sia diretto, che non sia sincero.

18 gennaio 2014

Sognare la complessità

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Tra le tante “muccinate” che hanno invaso il cinema degli ultimi quindici anni questa scena (e in fondo anche il film) quasi si salvano. La rete l’ha premiata con innumerevoli condivisioni. C’è un poco di verità in questo dialogo, anche se è improbabile e troppo didascalico. Verità psicologica, verità emotiva, verità morale.

La retorica del “sogno” non mi ha mai convinto. Ma qui non si tratta del sogno-e-basta, quel contenitore buono per qualsiasi cosa che non ammette discussioni sul contenuto. Intanto è il sogno di un bambino, e va difeso e valorizzato con ogni mezzo, a rischio della vita (dell’adulto). Qui c’è un padre che somministra al figlio una cura omeopatica di frustrazione perché sia in grado di riconoscere ed evitare i cattivi maestri, le persone che stancano e succhiano energia, quelle che sono chiuse alla novità e alle sorprese, quelle che hanno già capito tutto di te (che sono invariabilmente quelle che non hanno capito nulla: non so come è andata a voi, nella mia vita non c’è nessuna eccezione a questa regola), i mediocri che ostacolano la ricerca della felicità altrui.

I sogni dei bambini vanno sempre protetti. I sogni degli adulti vanno messi in discussione, non per stroncarli ma per temprarli. Continuo a usare la parola “sogno” per comodità, ma mi sta stretta. Non rende giustizia al desiderio di realizzazione di una persona. La tollero perché l’immaginazione, motore indispensabile per interagire con gli altri, per incidere sulla realtà, va sempre un poco oltre il realizzabile. Per sovrabbondanza, non per difetto di fabbrica. Direi che è quasi una condizione per qualsiasi vera utilità. Ma va oltre il realizzabile appunto, non oltre la realtà.

Mi piacerebbe che la parola “sogno” fosse depurata dall’individualismo, dall’astrattezza, dal disamore per il qui e ora da cui ogni legittima aspirazione di cambiamento deve partire, dal desiderio di rivalsa. Ma soprattutto il mio sogno non è rifiuto della complessità, della dialettica, del paradosso.

10 luglio 2013

Le faq definitive

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A rischio di sembrare superbo e sprezzante scrivo un post metodologico del genere “una volta per tutte” per chiarire bene a tutti cosa non sono più disposto a spiegare quando ancora mi ostino ad affrontare una discussione su un social network o sul web in generale. Scrivo oggi e poi forse mi prenderò la libertà ogni tanto di aggiungere o modificare qualcosa. Queste sono le mie faq definitive. Io sono così. Non fatemi più perdere tempo, non provate più a intrappolarmi o a farmi passare per l’intollerante che non sono (soprattutto se sapete benissimo come sono davvero) con queste domande/affermazioni o con altre riconducibili a queste.

Sei dogmatico!

Se fossi dogmatico non discuterei e non mi appassionerei nelle discussioni. Pensa a quello che dici e al significato delle parole che usi. Io posso anche credere in un dogma (e probabilmente tu non sai cosa vuol dire, non sai che non significa essere acritici: chiariscitelo!), ma non sono così sprovveduto da mettermi a discutere con qualcuno che non la pensa come me sbattendogli in faccia un dogma. Un conto è “tenere fermo” un dogma, un altro conto è farlo giocare in una discussione come se fosse un argomento. Se vuoi discutere con me getta subito nella spazzatura la stupida equazione “credente = dialetticamente dogmatico”. Nel caso non te ne fossi mai accorto te lo dico io: è un’offesa e prima o poi peserà come tale nella discussione, e quando reagirò male ci rimarrai male.

Stai ignorando i miei spunti di dibattito e le mie riflessioni!

Lo faccio per te. Non sto ignorando i tuoi spunti, sto cercando di evitarti imbarazzi eccessivi. Anche se il più delle volte non te ne rendi conto, ti commenti da solo. Più esponi il tuo imperdibile punto di vista più chi ti ascolta si convince che sia discretamente perdibile. Non sto svicolando, ti sto facendo un favore. Sto cercando di portarti su questioni sulle quali puoi dire qualcosa di sensato. Preferisci che risponda ad argute provocazioni del tipo “Se foste nati 1000 km più a sud stareste tutti a urlare Viva Allah, eccola qui la verità della vostra religione!”? Ho in mente almeno quattro modi diversi per risponderti. Credi davvero che mi manchino gli argomenti? Sei un poveraccio. E sei anche disonesto, perché sai benissimo che ho gli argomenti per risponderti ma preferisci far finta di niente, cosicché quelle quattro risposte non avrai la soddisfazione di vederle spiattellate qui, dovrai venire a chiedermele di persona, per favore e con il dovuto rispetto, significando implicitamente di essere stato insolente.
Ma soprattutto non rispondo (e ti lascio il destro per farti dire vigliaccamente che glisso, che faccio il furbetto) perché a me piace seguire un metodo nelle discussioni. I non credenti che hanno poco rispetto dei credenti e per questo non si sentono in dovere di ascoltarne le ragioni (che, hanno già deciso, non possono esistere) sono soliti passare da un argomento all’altro senza alcun preavviso, e pensano anche così facendo di essere stringenti e rigorosi. È una fallacia ormai ben attestata, il mio amico Massimo l’ha battezzata efficacemente in un titolo memorabile la fallacia del “e allora le Crociate?”. Se si parla di storia è chiaro, ma potrebbe anche essere chiamata “e allora i preservativi in Africa?” se si parla di morale sessuale, e così via. Consiste appunto nel non andare a fondo su una questione ma nell’attaccare su diversi punti, fingendo che siano collegati (ma a volte anche senza cercare collegamenti pretestuosi), per impedire al credente di svolgere un ragionamento fino alla conclusione. Quindi prenditi pure la vigliacca soddisfazione di dire che glisso, ma devo difendermi da questa cattiva abitudine ampiamente documentata in tutti i forum, in tutti i newsgroup per non parlare della cosiddetta “real life”. In realtà quello che glissa sei tu.

Sei solo capace di darmi dell’ignorante!

Partiamo da una realtà di fatto: la cultura religiosa, e in particolare la cultura cristiana, è sempre meno conosciuta, è sempre più snobbata per presunzione e insipienza. Certo anche la cultura scientifica non se la passa bene, ma non lo ritengo un caso: la cultura cristiana e il realismo filosofico cristiano sono alla base della scienza moderna, sono le condizioni storiche grazie alle quali è potuto nascere il metodo sperimentale della scienza che ha cambiato il mondo (prego astenersi quelli che “e allora Galileo”). E non sono certo io a sostenerlo. Ma torniamo al dunque. Sono più di trent’anni che discuto con chiunque su temi e problemi che riguardano la religione e il cristianesimo e devo registrare una flessione paurosa della conoscenza dei fondamenti del Cristianesimo e delle linee essenziali della sua storia. Ogni tanto però me ne dimentico, mi spazientisco e al novantaduesimo tizio in tre giorni che si rivolge a me tutto tronfio e, incurante dell’argomento di cui stiamo parlando, magari presumendo anche di non andare fuori tema mi dice: “ora mi spiace ma ti devo mettere in difficoltà, l’inquisizione è stata proprio un brutto affare, sai fratello?” mi scappa di dare dell’ignorante. Cercate di capirmi, un attimo prima della botta di ignorante c’è stata una pura, straniante, estatica incredulità. Come è possibile che si debba sempre partire da un livello così basso, basso, infimo, mortificante per me e imbarazzante per l’interlocutore? Ma ci casco sempre, tutte le volte comincio una discussione sperando di poter dare per scontati dei livelli minimi di conoscenza, di aver a che fare con gente giusta e normale che sappia distinguere un fatto storico da una questione storica complessa, che non confonda l’immacolata concezione con la verginità di Maria, che abbia una minima cognizione dei “quattro modi di intendere le sacre scritture”. Che è come dire gente del popolo che a catechismo non ha solo scaldato i banchi, mica chiarissimi dottori in storia o in teologia. No, tutte le volte bisogna rifare tutto il percorso daccapo e perdersi in mille rivoli, tutte le volte bisogna rassegnarsi a dimenticare presto uno spunto che era sembrato interessante, che ci aveva fatto sperare di intraprendere una discussione civile e di reciproco arricchimento. Mi dispiace, ma gli ignoranti sono troppi. Niente di personale, ma se sei ignorante te lo devo dire. E tu devi chinare il capo e te ne devi stare, e rimediare per quello che è possibile, e avere l’umiltà di non ripresentarmi la tua splendida ignoranza come un vanto all’occasione successiva. “Sai, qui siamo bassi, siamo semplici, siamo ignoranti, non abbiamo studiato però..” Però un corno! Rimediate prima di discutere di cose di cui non sapete nulla, beline presuntuose! Oppure tacete e ascoltate, perché esiste anche questa vertiginosa opzione.

Non voglio studiare! A me non interessa quello che insegna un’associazione a delinquere!

Ma questo non ti esime dall’essere informato o, in alternativa, dal considerare con la dovuta attenzione e senza disprezzo preventivo le quote di informazione che ti passo io, se vuoi discutere con me di argomenti che riguardano la mia fede. Vediamo di risolvere questa asimmetria una volta per tutte, perché non è accettabile che si pretenda da me di conoscere a menadito per qualsiasi cosa le ragioni di un non credente, e di considerare il suo punto di vista e di immedesimarmici con tutto me stesso da bravo cittadino in ogni momento della vita associata perché la “laicità” di qua, la tolleranza di là, la non ingerenza di su e il rispetto delle altre culture di giù, e poi si entri sempre a gamba tesa tutte le volte che si accenna a qualcosa che riguarda lo specifico della fede e della cultura cattoliche.
Tu vuoi considerare la Chiesa solo come un’”associazione”? Liberissimo, ma non lo è. Neanche per lo Stato, e per uno stato laico come “dovrebbe” piacere a te. Questo si evince facilmente dalla nostra Costituzione che parla di rapporti con le confessioni religiose in un titolo e di associazioni in un altro titolo. Vuoi cambiarla? Dovrai passare sul mio laicissimo corpo e su quello di molti altri. In ogni caso io rispetto il tuo punto di vista, accetto che per te, come privato cittadino, la Chiesa sia assimilabile per quanto riguarda la tua vita e le tue scelte a una “associazione” o a un “fan club di Dio”, come dici quando vuoi essere proprio simpatico e dare un saggio pratico della tua idea di tolleranza universale e di rispetto del diverso. Però pretendo che tu faccia lo stesso e accetti che io consideri la Chiesa per quello che è davvero. E che quindi tu non pretenda che io mi “dissoci” dalla Chiesa soltanto perché alcuni credenti sbagliano. Io posso criticare loro, dissociarmi da quello che fanno (ma accettando, per converso, che altri critichino me, perché come credente sono tutt’altro che irreprensibile). Ma non posso per questo dissociarmi dalla Chiesa perché la Chiesa è ben altro dalla somma delle azioni dei credenti. Io appartengo alla Chiesa, anch’io sono Chiesa: non posso dissociarmi da me stesso. Essere Chiesa è qualcosa che riguarda la parte più profonda e libera di me stesso, e capirai dunque che non mi basta leggere qualche titolo scandalistico sui giornali per rinnegare me stesso. Non sono così ricattabile insomma, mi dispiace. E non sono schizofrenico come i cattolici che si vergognano di esserlo perché cedono a questa formidabile pressione sociale di cui anche tu sei uno strumento inconsapevole quando ti rivolgi a me in questo modo. Tu puoi anche fare dei bilanci e calcolare il saldo positivo o negativo tra “buone” e “cattive” azioni, tra “buoni” e “cattivi” cattolici. Trascurando il fatto che i tuoi bilanci sono sempre sbagliati e ingenerosi, io non posso e non voglio fare lo stesso. La mia appartenenza non dipende da un bilancio tra benfatto e malfatto. E tra l’altro: lo decidi tu chi è buono e chi è cattivo? Lo decidi tu quale è il comportamento corretto che i cattolici devono tenere? Se conoscessi la storia un po’ meglio sapresti che questa è da sempre la pretesa dell’”imperatore”: il moralismo che mi proponi oggi come criterio dirimente non è che una forma moderna e attualizzata di quella pretesa.

Per il momento può bastare :-)

20 gennaio 2013

Lettera aperta a Corrado Guzzanti

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Caro Corrado, ti scrivo in primo luogo da ammiratore del tuo indiscutibile talento, in secondo luogo da italiano, in ultimo da cattolico.

Da tuo ammiratore (e astraendo, te lo giuro, dalle mie convinzioni religiose) devo dirti che la macchietta di padre Pizzarro, che ho notato da tempo (non solo adesso come è capitato ad alcuni censori improvvidi), è davvero poco divertente: è ben lontana dalla tua media, e non parlo delle imitazioni ma di tutti i personaggi che hai inventato. C’è qualcosa di dissonante dal tuo stile e dalla tua migliore ispirazione in quella caricatura: trovo forzati sia le battute sia il personaggio e penso che tutti possano misurarne la distanza dalla geniale levità di altre tue performance.

Da italiano ti dico invece che non sono d’accordo con il giudizio che dai della presenza della Chiesa Cattolica nella nostra società (e anche in questo caso ti assicuro che sto astraendo dalle mie convinzioni religiose): faccio davvero fatica a vedere il saluto al Papa di un Presidente del Consiglio appena nominato come un atto di vassallaggio. Prendo atto che dà fastidio a te e ad altri, per me è solo il riconoscimento del rapporto particolare che esiste tra due Stati legati in maniera indissolubile dalla storia e dalla continuità territoriale. Io lo vedo come una ricchezza, tu lo vedi come un peso. Questione di punti di vista, e non del punto di vista di un cattolico ma di un italiano che conosce la storia del suo paese.

Ma mi fa specie che tu prenda la peculiarità del rapporto tra i due stati come “casus belli” per giustificare un “accanimento satirico”. Nella tua lettera di ringraziamento ad Articolo 21 e a Change.org scrivi testualmente:

“Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti…”

Davvero curioso come esempio, visto che la Chiesa non si è mai espressa ufficialmente contro l’evoluzionismo come teoria scientifica e non ha mai neanche difeso un “creazionismo scientifico” che non fa alcun buon servizio alla dottrina della creazione. Quindi quel ministro da quale emissario di quale potere teocratico sarebbe stato condizionato? Capisco che chi fa satira non si faccia troppi problemi a fare di tutt’erba un fascio, (anzi forse fa un po’ parte del suo mestiere, entro certi limiti) ma forse dovresti cominciare a pensare che lo schema di uno Stato italiano asservito al Vaticano è un po’ ideologico; e se su alcuni temi etici avresti qualche motivo per discutere (ma sarebbe comunque arduo dimostrare una influenza “teocratica”), non c’è dubbio che l’avversione istintiva (e irrazionale) tua e di altri verso la Chiesa fa prendere tante sviste. Quella sul creazionismo è una delle tante. Anche la genericità delle tue osservazioni sulle “sorprese” che attenderebbero post mortem i credenti è un tantino imbarazzante. Sono chiose non offensive, ma anche inutili e fuori luogo. Fanno tenerezza, come a te fa tenerezza l’Aiart che fa finta che tu abbia chiesto scusa per togliersi dal pasticcio in cui si è cacciata.

Da cattolico, infine, ti assicuro che il tuo Padre Pizzarro non mi offende e che quindi non sono d’accordo con la denuncia presentata (e fortunatamente ritirata) dall’Aiart. Io, come tutti i cristiani per cui Cristo non sia soltanto una questione di idee o valori, ho imparato dalla Chiesa che la libertà è il dono più grande di Dio, ed è ciò che Dio ama specialmente nell’uomo. Nessuno può insegnare ai cattolici il senso della libertà. Anche e soprattutto della libertà di pensiero. Se questa affermazione suona a molti paradossale non mi importa: ne sono profondamente convinto e credo di avere ottimi argomenti in proposito. Comunque no, Padre Pizzarro non mi offende. Mi mette solo un po’ di tristezza, e anche se in questo caso non astraggo dal mio essere cattolico non penso che tu possa considerare un buon risultato non aver fatto ridere uno che si è quasi sempre divertito molto a guardarti. Tu hai due possibilità di successo, far divertire o far indignare. Il resto è un buco nell’acqua. Capita anche ai migliori, e tu sei tra i migliori. Sono sicuro che ti riprenderai senza fatica.

Aggiornamento

L’ottimo Marco Beccaria sul sul blog, a proposito della posizione dell’Aiart, parla di criptodonatismo. Una definizione perfetta.

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