Cronachesorprese

1 aprile 2019

Donna, sei tanto grande e tanto vali

Filed under: parole, non fatti,storia del cristianesimo — alessandro @

C’è una certa insistenza, intorno al significato e all’uso del riferimento al “Medioevo”, a bollare come saccente chi fa notare che usare la parola come sinonimo di retrogrado è da ignoranti. Si sostiene che basta riferire l’uso alla condizione della donna e non ci sono problemi.
La questione non è così semplice, per almeno due motivi.
Il primo è che l’uso spregiativo del termine “medioevale” è nato con la storiografia illuminista, in un clima ideologico particolarmente violento che ha generato una montagna di bufale riferite a quel periodo storico che ancora oggi si fa una fatica enorme a togliere di mezzo, perché sono ormai passate nella chiacchiera comune. Due esempi a proposito delle donne: il famoso Concilio di Macon in cui si sarebbe discusso se la donna avesse un’anima o no (in realtà discutevano di tutt’altra questione che non aveva alcun connotato maschilista, neanche per la mentalità di oggi); Ipazia (a rigore siamo ancora in età tardoantica), una donna di cui in realtà sappiamo ben poco, eretta impropriamente a simbolo di emancipazione femminile e di vittima del patriarcato e dell’intolleranza religiosa secondo categorie del tutto anacronistiche, al punto che recentemente le è stata addirittura dedicata una strada, cosa abbastanza ridicola e degna di regimi ideologici. Per questo, per non confondersi con questo tipo di retorica decisamente odiosa, sarebbe bene non usare mai la parola medioevo in senso spregiativo, in nessun caso. Chi lo fa non può poi lamentarsi se viene associato a tutti i limiti e le magagne di una storiografia ampiamente superata, come quella illuminista.
Il secondo motivo riguarda proprio la condizione della donna in quell’epoca. Non ha senso mettere a paragone un’epoca con un’altra astraendo da tutto. La società medievale è una società nata dalla dissoluzione dell’Impero Romano e incubata in secoli di anarchia e semianarchia, una società per lungo tempo minacciata e assediata che si è data una struttura difensiva, ispirata a criteri e valori di gerarchia militare. Una società maschilista? No, una società in cui c’erano priorità diverse, in cui per forza di cose emergeva, proprio come valore sociale preminente e riconosciuto da tutti, donne comprese, il valore maschile. In questa situazione la condizione della donna era sicuramente in posizione subordinata, ma la sua libertà, negli ambiti in cui poteva esprimersi, era molto più consistente di come viene descritta da molti oggi ed era il risultato di una contrattazione di ruolo non scritta che era molto più sottile e complessa di quanto possiamo capire se ci ostiniamo ad applicare criteri che valgono solo oggi. Diversamente non si spiegherebbero le figure femminili eminenti di quel periodo, poche ma significative, eccellenze e non mosche bianche, che raccontano di una presenza e un’attività femminile tutt’altro che passiva e mettono in imbarazzo tutti i cliché sull’età buia che ancora ci ammorbano. Questa cosa può essere discussa, ma occorrerebbe farlo con un po’ di stile e lasciandosi alle spalle, una volta per tutte, i luoghi comuni più impresentabili: a questo proposito, francamente, sentire Lilli Gruber che in un programma di grande ascolto in prima serata parla di “streghe” come emblema della condizione femminile medievale è davvero sconfortante, non si sa se ridere o piangere o spaccare il televisore.
Ultimo ma non ultimo, sono molto contento di NON vivere in una società maschilista, ma il valore della diversità e complementarità tra i sessi è un valore fondativo e originario, e oggi è minacciato. Continuerò a sostenerlo, a rischio di essere chiamato medievale dagli ignoranti.

25 giugno 2018

Le quattro (o cinque) fasi della secolarizzazione

Filed under: Il cristiano informale,storia del cristianesimo — alessandro @

In questo articolo di una ventina di anni fa Massimo Introvigne faceva una panoramica delle cosiddette “nuove religioni”. Questo schema di allontanamento progressivo dalla tradizione cristiana, in quattro fasi, a mio parere funziona non solo per le nuove religioni ma anche per la secolarizzazione. Le quattro fasi sono:

- Cristo sì, Chiesa no
- Dio sì, Cristo no
- Religione sì, Dio no
- Sacro sì, Religione no.

Sono tappe storiche che partono dalla Riforma, ma sono anche posizioni ormai cristallizzate che si ritrovano oggi nelle posizioni individuali di molti. Se non ricordo male, Introvigne in un’occasione successiva parlò anche di una quinta fase:

- Natura sì, Sacro no

Che è anche la fase conclusiva: scompare ogni sacralità dall’esperienza. Con la difficoltà anche di individuare qualcosa che unisca gli individui in un patto sociale, perché non c’è patto possibile tra gli uomini senza qualcosa di sacro (non necessariamente religioso) che lo fondi.

6 febbraio 2018

La vergine di Norimberga è immacolata

Filed under: spider report,storia del cristianesimo — alessandro @

Ottimo articolo, preciso e documentato. Mi chiedo se questi baracconi, che si trovano un po’ in tutta Europa, ricevano contributi pubblici dalla Comunità Europea. Spero di no. Però intanto molti usurpano il nome di “musei”, come il “Museo de la Inquisicion” di Santillana del Mar che ho visitato 17 anni fa.

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7 settembre 2017

Lo schiaffo di Anagni

Filed under: storia del cristianesimo — alessandro @

“Eccovi il capo, eccovi il collo: per la fede del SIgnor mio Gesù Cristo io voglio morire”

Lo “schiaffo” materialmente non ci fu, con tutta probabilità. Ma l’oltraggio sì. L’episodio del 7 settembre 1303 segna la fine di Bonifacio VIII, nonostante il parziale rimedio del ripensamento del popolo di Anagni che, dopo aver fatto finta di niente di fronte a un’azione clamorosa ai danni del pontefice, decise di liberarlo dopo qualche giorno. Questo ripensamento non poteva certo compensare, per un papa orgoglioso come Bonifacio, lo sfregio di essere stato sequestrato e messo sotto scacco nel cuore del suo “fortino”, la sua città natale al centro di un piano di acquisizioni orchestrato da lui e messo in atto dalla sua famiglia. Bonifacio stava costruendo un vero e proprio feudo dei Caetani, un’isola in cui il papa, oltre a essere il Papa, era anche il Dominus. Almeno lì, in quella sua proprietà, poteva decidere a chi affidare il potere temporale e a quali condizioni, poteva dare a chi voleva una delle due “spade” di cui si sentiva titolare, ciò che teorizzava anche su scala universale senza grande speranza di essere ascoltato. La contraddizione principale della sua attività politica sta nel non aver saputo mettere insieme l’indiscussa abilità e competenza giuridica con una adeguata capacità diplomatica.

Bonifacio morì il mese dopo, e quindi non ebbe tempo di organizzare una reazione e una risposta all’altezza della sua fama. Ma se l’idea espressa nella Unam Sanctam e in molti altri documenti della sua incessante e instancabile attività di governo si infrange sullo scoglio della coalizione tra i suoi più temibili nemici interni (i Colonna) ed esterni (Filippo il Bello e la nascente egemonia francese che condizionerà per più di un secolo il potere papale), la scena di Anagni in prospettiva è più un arrocco che uno scacco matto. Bonifacio getta l’universalismo della chiesa oltre una barriera di tempo, di mentalità e di condizioni avverse che non era in grado di misurare ma che probabilmente aveva previsto. Era l’universalismo del papato il vero valore in pericolo nei tempi nuovi, non semplicemente il suo potere di interdizione sui sovrani, che a conti fatti non è mai stato pacifico, è stato messo sempre in discussione per tutto il medioevo. Alla frammentazione del potere imperiale nelle potenze nazionali che stava cominciando in quel tempo *doveva*, almeno nei disegni dei francesi, corrispondere una simmetrica frammentazione del potere spirituale. Ma questo non avvenne, se non parzialmente e più di due secoli dopo quella “folle” ostinazione di Bonifacio che forse fu qualcosa di più complesso di un delirio di onnipotenza sostenuto dalla (innegabile) brama di ricchezza e di potere.

31 agosto 2017

Ignazio on the road

Filed under: storia del cristianesimo — alessandro @

Ignazio di Loyola fa pensare più all’ordine che ha fondato, e allo stile che è venuto da lui, che alla sua vicenda umana e spirituale. L’autobiografia che ha dettato non molto tempo prima di morire è una lettura sorprendente. Racconta gli anni dal 1521 (il ferimento a Pamplona) al 1538 (il processo romano al termine del quale la Compagnia di Gesù prende la sua direzione definitiva di offerta e obbedienza totale alla Chiesa). Un percorso avventuroso, accidentato, lineare soltanto nella ferma intenzione di Ignazio di affidarsi a Dio attraverso la povertà, la preghiera e le circostanze, gli incontri che si presentano. Ignazio medita già molto, prefigura il metodo di discernimento che poi sistemerà negli Esercizi, ma non programma, non progetta quasi nulla. Si tratta soltanto di una fase della sua vita, ma è molto lunga e lo porta in giro per la Spagna, l’Italia, la Terra Santa. Nel racconto Ignazio si qualifica in terza persona come “il pellegrino”.

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