Cronachesorprese

5 settembre 2018

La brevità alla conquista della complessità

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Adriano Virgili – Tommaso D’Aquino spiegato a mio cugino – Edizioni CroceVia

L’esposizione “elementare” del pensiero di Tommaso D’Aquino, sia filosofico sia teologico, è da secoli una sfida per molti. È una materia semplice e complessa allo stesso tempo: a tratti sembra di possederla da sempre, salvo poi un momento dopo accorgersi di non ricordarne nulla; a tratti sembra che le affermazioni di Tommaso sfiorino l’ovvietà ingenua, salvo poi constatare che con quelle che sembrano zattere si può attraversare l’oceano senza naufragare. Inoltre, a differenza di altri pensatori che come l’Aquinate hanno segnato la loro epoca, è difficile riassumere Tommaso in un motto o in una tesi che faccia da guida nella comprensione del suo pensiero: non viene ricordato per qualcosa di simile all’ “idea” di Platone, alla “sostanza” di Aristotele o al “noumeno” di Kant, e non viene neanche associato facilmente a un motto come il “panta rei” di Eraclito o il “cogito ergo sum” di Cartesio.

Anche per questi motivi un autore che dichiara di poter spiegare il Dottore Angelico “a mio cugino” lancia una bella sfida. Ma soprattutto perché “mio cugino” è nell’immaginario quello che: non ha tempo; non si è mai occupato di filosofia, anche se magari l’ha studiata al liceo facendo le battute sulla distrazione di Kant o sull’apeiron che sembra il nome di un bitter analcolico; pensa che la filosofia è “quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”; ammesso che si sia appassionato qualche volta a qualche disputa tra filosofi al bar, pensa che il medioevo sia quello dei secoli bui e che “filosofo cristiano” sia quasi una contraddizione in termini. Chiedo scusa per l’eccesso di luoghi comuni, ma è colpa di “mio cugino”. E comunque Adriano Virgili quella sfida l’ha vinta, perché riesce a spiegare in termini comprensibili non solo a “suo” cugino, ma anche a tutti gli altri “cugini” di cui sopra.

Tutti i concetti fondamentali della filosofia di Tommaso (non della teologia) sono spiegati in capitoli brevi e molto chiari. Ne consiglio la lettura sia a chi ha studiato l’argomento da tanto tempo e ha bisogno di rinfrescare le nozioni di base, sia a chi non lo conosce per un primo approccio. La brevità della trattazione permette di concatenare bene le diverse parti di questa filosofia, di capire quanto sia stata importante per il pensiero successivo (anche per quei pensatori che sono partiti da Tommaso per contestarlo: guardiamo ad esempio quanto i concetti di legge naturale e legge positiva come definiti da lui abbiano costituito un termine dialettico imprescindibile per tutta la filosofia moderna) e, ultimo ma non ultimo, di ipotizzare in maniera sensata come Tommaso avrebbe affrontato questioni attuali come l’evoluzionismo e lo scientismo.

30 luglio 2018

Adriano Virgili – Incontro a Gesù

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Sono tanti i pregi di questo “saggio di apologetica cristiana”, ma a doverne scegliere uno su tutti direi la centralità di Cristo nel rigore di una trattazione che, pur abbracciando tante discipline, dalla filosofia alla teologia, dalla filologia biblica alla critica storica, dall’antropologia culturale alla storia delle religioni, non perde mai di vista l’obiettivo finale, ovvero la risposta a una domanda capitale: è ragionevole credere in quell’uomo vissuto duemila anni fa? Cosa sappiamo di lui, che strumenti di verifica abbiamo sull’eccezionalità della sua esistenza così come è tramandata dalla tradizione cristiana? Dopo una premessa filosofica che in tre capitoli evidenzia i limiti dello scientismo e la ragionevolezza dell’ipotesi dell’esistenza di Dio, il saggio passa in rassegna tutti i nodi fondamentali della ricerca sul Gesù storico, offrendo un’ampia panoramica sulle tendenze attuali della critica più autorevole. Parallelamente dedica uno spazio adeguato alla confutazione delle “fake news” più diffuse, a cominciare dal film Zeitgeist, senza trascurare i residui di un miticismo che, seppure al tramonto dal punto di vista scientifico, è ancora capace di impressionare il pubblico meno preparato. Ma non è il sensazionalismo il peggior nemico della verità storica sull’origine del cristianesimo: seguendo il ragionamento dell’autore appaiono evidenti i limiti di interpretazioni che hanno fatto il loro tempo ma che agiscono ancora a un livello profondo e sono quasi passate nel senso comune, come il “pregiudizio bultmanniano” che viene chiamato in causa più volte. Molto apprezzabile, a questo proposito, il rilievo dato alle ultime ricerche sulla tradizione orale, che sta fornendo nuovi paradigmi interpretativi in grado di ricontestualizzare e ridimensionare molte delle critiche classiche del razionalismo. E alla fine del libro, quando si arriva a raccontare la storia di Gesù dopo aver rimosso tanti elementi di disturbo, si ha l’impressione che sia proprio lui il migliore apologeta: basta farlo parlare davvero.

14 gennaio 2018

Pasolini su Marx

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“…Ma io sono un marxista eretico. Che spinge la sua, diciamo così, fortunata situazione di non aver niente da perdere fino ad affermare che Marx ha detto delle cose tremende. Per esempio in materia religiosa. Tutto quello che Marx ha detto della religione è da prendere e da buttare via, è frutto di una colossale ignoranza. E la critica alla religione è una grossa fetta del marxismo. In compenso tutto il resto, anche se è sempre rozzo e retorico (perché Marx è molto rozzo e retorico) è straordinariamente attuale. Tutto il mondo d’oggi è previsto in Marx fin nei minimi particolari, fino al consumismo, fino ai giovani d’oggi, questi giovani che la pagheranno carissima e che mi fan pena…”

(P.P.Pasolini, interviste)

6 luglio 2015

“Non dirlo”: il Vangelo (di Marco) secondo Veronesi

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Sandro Veronesi, noto scrittore e sceneggiatore, si è preso la briga di analizzare il vangelo di Marco dal punto di vista della tecnica narrativa. L’ha fatto inizialmente per la scuola Holden dove ha tenuto delle lezioni sull’argomento e poi ne ha tratto un piccolo libro (che nel formato riprende astutamente quello dei vangelini tascabili). Non ha snobbato l’aspetto storico ed esegetico e nelle note molto estese e leggibili dà informazioni precise e utili che dimostrano una buona preparazione e che corroborano la sua idea di una forte impronta autoriale sul testo del primo vangelo.
Veronesi, non credente, non nasconde l’ammirazione per le capacità narrative dell’autore sacro. Definisce il vangelo una “macchina da conversione” rivolta esclusivamente ai romani. Le scelte contenutistiche del vangelo più antico e più breve sono spiegate incrociando le esigenze narrative con la destinazione. Ad esempio, perché Marco omette il discorso della montagna? Perché il lettore romano non capirebbe, soprattutto all’inizio della narrazione: è troppo presto e non serve a convertire i romani, che non sono proprio abituati a vedersi “ultimi”. A loro viene dunque offerto un vangelo “di potenza”, tutto azione, del tutto epurato dalle controversie sulla tradizione che solo gli ebrei potevano capire.
Non sono in grado di valutare quanto il Marco di Veronesi sia debitore di studi specifici e di quali, ma sicuramente le sue notazioni sulla tecnica narrativa sono di una finezza singolare, e forse più che l’occhio di un esegeta o di un esperto di generi letterari della bibbia ci vuole proprio l’occhio di uno scrittore per mettere a fuoco una sapienza compositiva che non siamo abituati a considerare abbastanza.

11 febbraio 2015

Il lato pulp del risorgimento

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La mia recensione su Amazon del libro di Giovanni Giaccone.

Una bella storia, inquadrata efficacemente nel periodo storico scelto per un’ambientazione non troppo dettagliata ma rigorosa. Si legge d’un fiato e si torna indietro volentieri alle pagine già andate per fissare meglio antecedenti e conseguenti lungo i quadri brevi e ricchi di azione, nell’intreccio delle tre vicende che sono tre fasi diverse della stessa timeline. Il ritmo intenso della narrazione prende coraggiosamente (rispetto agli standard italiani) la strada della letteratura di genere un po’ esasperata, alla Tarantino: ma è un rischio calcolato e giocato con destrezza. E al “pulp” primigenio, cioé ai “pulp magazine” americani stampati su carta grezza, si ispirano lo stile della scrittura e la violenza macabra che invade le pagine con studiata serialità. I personaggi stanno in un sottobosco umano inquieto che macina e impasta grandi e piccoli protagonisti, uomini d’affari e delinquenti, poliziotti borderline e prostitute, briganti e soldati, garibaldini e bersaglieri. Magmatico, come è stata magmatica e in continua, insostenibile accelerazione la seconda metà dell’ottocento. Satan’s Circus proietta le ombre di quel periodo in un noir che è metafora di una reazione di forze oscure e irrazionali a un salto in avanti imposto a una società arretrata: quella dell’Italia borbonica, ma non solo. Viene voglia di saperne di più di tutto: del lato oscuro del risorgimento italiano, dei briganti, del “Satan’s circus” reale di New York, del teatro e dell’immaginario di quel tempo.

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