Odifreddi commenta l’uscita del secondo volume che Ratzinger ha dedicato a Gesù.
Comincio a capire la funzione di conforto spirituale, direi religioso, di un personaggio come Odifreddi. È un matematico, uno scienziato, che ripete le sciocchezze più popolari tra i detrattori della Chiesa. Non è neanche molto elegante o preciso nel farlo. Ma siccome le dice lui (“se le dice lui”, tanto per parafrasarlo un po’), proprio lui che è un matematico, allora chi è affezionato a quelle sciocchezze si sente confortato. È un grande consolatore. Potrebbe aspirare a diiventare il fondatore di una religione, e forse sotto sotto non gli dispiacerebbe.
Proviamo ad analizzare il seguente argomento odifreddiano.
“Il Signore è veramente risorto. Egli è il vivente”. Firmato, Benedetto XVI. Cosa voglia dire “veramente”, il papa l’ha spiegato con precisione nella prefazione all’intera opera, in cui dichiarava di voler “presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio”. Dunque, per Benedetto XVI “veramente” significa non ciò che sta scritto nei libri di storia, ma ciò che sta scritto nei Vangeli.
Riducendo alla forma di un sillogismo provo a schematizzare così (accetto eventuali correzioni):
- Ratzie afferma che la Risurrezione è un fatto realmente accaduto e che il Gesù dei vangeli è il Gesù storico.
- Ma il contenuto dei vangeli non è della stessa natura di ciò che possiamo trovare in una narrazione o in un documento storico.
- Quindi Ratzie identifica impropriamente “vero” e “narrato dai vangeli”.
La premessa maggiore è vera (cioé è una affermazione che Ratzie ha veramente fatto).
La premessa minore è falsa: i vangeli innanzitutto espongono fatti che “pretendono” di essere storici. Non sono provati, ma non sono neanche confutati. I vangeli costituiscono a pieno titolo quello che la storiografia chiama “fonte”.
La conclusione dunque è falsa. Ratzie non dice che “siccome è scritto nei Vangeli è vero”, dice che il Vangelo racconta dei fatti, in forma di cronaca. Non si presenta come una mitologia ma come una narrazione di fatti avvenuti in un tempo e in un luogo ben definiti. Il Vangelo si offre, per così dire, alla critica storiografica. Non si fa scudo di un oltre indefinibile. Racconta la vita di un uomo che ha incontrato altri uomini, e dà le coordinate di tempo e di spazio perché ci sia almeno la possibilità teorica della verifica. Non per niente una delle prime cose che dice Gesù ai suoi primi discepoli è “venite e vedete”. Si può non credere a una parola di ciò che dicono i vangeli, ma i vangeli raccontano la vita di un uomo. E di un uomo che ha scelto di farsi conoscere e ricordare attraverso altri uomini. Rientra nell’ambito della storia e di ciò che la ricerca storiografica può indagare e discutere? Direi proprio di sì.
Odifreddi prosegue spiegando che Ratzie avrebbe rigettato il metodo storiografico perché andrebbe contro le affermazioni contenute nei vangeli. In realtà Ratzie non fa altro che ricapitolare le contraddizioni del metodo storico critico che ha preteso, senza successo (cioé senza giungere ad alcuna certezza scientifica) di ridurre le narrazioni evangeliche a un complesso di miti. Ratzie non rigetta “i frutti della storiografia”, ma rileva quello che già altri storici hanno detto, e cioé che il metodo storico-critico applicato ai vangeli ha fatto un bel buco nell’acqua. Proprio dal punto di vista storiografico, non dal punto di vista religioso.
Di conseguenza anche ciò che Odifreddi individua come “debolezza” del ragionamento di Ratzie è in realtà la vera forza e il vero argomento che Odifreddi non comprende. E dimostra di non comprenderlo quando vuole criticare l’invito di Ratzinger a considerare la rilevanza della fede nel Cristo storico come fattore per capire la verità e la novità che il Cristianesimo porta nel mondo (è un fattore importante, secondo Ratzinger, ha ispirato e guidato le vite di tanti uomini prima di noi: perché escluderlo? Non è irragionevole, non è antistorico escluderlo?):
La debolezza di questi argomenti sta nel fatto che essi si potrebbero applicare, nello stesso identico modo, per rivendicare la verità storica e teologica di qualunque altra religione che abbia avuto altrettanta efficacia, e la cui fede abbia resistito altrettanti secoli. In primis, l’induismo e il buddhismo, che possono vantare una storia altrettanto veneranda e un insegnamento altrettanto sapienziale del cristianesimo. Anzi, molto di più.
Qui invece sta proprio la differenza. Che sia vera o falsa, la storia di Gesù si propone come storia, non come narrazione sapienziale. L’ “insegnamento sapienziale” non è il nucleo del Cristianesimo, ma ne è una conseguenza. Per le altre religioni, che (a differenza del Cristianesimo) sono davvero nient’altro che (con tutto il rispetto) religioni, il nucleo di verità “morali” è tutto. Per il Cristianesimo il nucleo, e l’unica cosa veramente importante, è la persona di Cristo. “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”, dice San Paolo nella prima lettera ai Corinzi. L’unica cosa che importava ai primi cristiani è l’unica cosa che Ratzie ripete ancora oggi: guardate quell’uomo. E Ratzie la ripete con la sua forza, la sua autorevolezza e una semplicità che sembra affinarsi sempre di più a ogni tentativo di discredito e di ridicolizzazione.
Il resto dell’articolo è folklore. Talmente poco originale e poco interessante che non so neanche se valga la pena analizzarlo. Potrei quasi dubitare dell’esistenza di Odifreddi. Così, tanto per mettere un po’ di sale alle discussioni storiografiche sull’Odifreddismo dei prossimi millenni.


