Cronachesorprese

1 July 2010

Questo titolo è dedicato ai titoli

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Ho ascoltato (e letto, come è possibile fare all’inizio del Tg serale di La7) l’editoriale di commiato di Antonello Piroso. In questi anni ho scelto spesso e volentieri il suo telegiornale della sera. Non mi ha mai sconvolto con scelte di notizie fuori dagli schemi, ma ho apprezzato una discreta indipendenza di giudizio e la buona volontà nell’innovare il format senza esagerare. Innovazione di linguaggio, di conduzione.

In un passaggio Piroso ha detto stasera che ha tolto importanza ai titoli perché sono vecchi, perché sono troppo legati al giornalismo “prima di internet”. Non ricordo le parole precise, ma il concetto era questo.
Non sono molto d’accordo e non capisco neanche bene il senso preciso di questa affermazione.
Per esperienza dico che non è vero: internet ha valorizzato, forse stressato fino alla nausea la funzione del titolo. In generale tutte le “parti” del “discorso” giornalistico sono state usate e riusate su internet, trovando in un certo senso una nuova “giovinezza”. Un titolo azzeccato su internet è fondamentale. Deve essere pertinente, deve contenere chiavi di ricerca ma deve anche stimolare alla lettura e a superare quella nuova barriera alla lettura che è il clic. Deve servire non solo per la pagina, non solo per il sommario in home page, non solo per gli indici ma anche per i motori di ricerca, anche per i feed. È l’ambasciatore in contesti non preventivabili dal redattore dell’interesse, dell’utilità del contenuto che annuncia.
Ditemi se vi sembra che su internet ci siano meno titoli che sui giornali. O che siano usati meno o abbiano un valore dimidiato. A me sembra il contrario.

Comunque Piroso ha fatto benissimo a levare importanza ai titoli del suo telegiornale, a farli precedere da quell’editoriale che costringe il telespettatore alla lettura o almeno al “tempo interiore” della lettura. È stata una bella intuizione.

Avanti Mentana, facce vede :-)

26 May 2010

Falco di maggio

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joe falchettoSiamo tutti curiosi di sapere come crescerà Nathan Falco Briatore. Tra vent’anni ci sarà un articolo su qualche giornale di gossip che parlerà di lui e dirà in didascalia: eccovelo, codesto fustacchione è il povero infante traumatizzato nei primi giorni di vita dall’esilio dallo yacht.

C’ è fin d’ora qualcosa di leggendario nella sua acquaticità: c’è almeno il segno, la premonizione di un inclito destino equoreo, come una variante da jet set della leggenda del pianista sull’oceano.
L’ironia è d’obbligo e l’unica che pare non capirlo è la dea Thetis del caso, al secolo Elisabetta Gregoraci. La cosa divertente è che ha ragione. Dal suo punto di vista, ovvero dal punto di vista di una che non sa considerare neanche per un momento i punti di vista degli altri, ha ragione da vendere. Si fa presto a ironizzare sul povero Falco che è nato dove c’è un posto al sole, sopra uno yacht che ci si può tuffare. Il trauma è relativo. Se sei nato su uno yacht sarai traumatizzato ad essere portato via improvvisamente dallo yacht. Se sei nato in un pagliaio sarai traumatizzato uguale ad essere portato via improvvisamente dal pagliaio.

La Thetis Gregoraci si lamenta e promette guerra ai giornalisti che hanno riferito frasi che non ha detto. E ha ragione. Sono certo che lei non abbia mai detto che Falco Nathan non può stare lontano dallo Yacht. Basta leggere senza titoli. Ha detto che da quando è stato allontanato dallo Yacht Joe Nathan Falchetto ha manifestato qualche disagio, cosa che è comprensibilissima per un bambino molto piccolo e che non significa “senza yacht non può stare” ma che ha sofferto un po’ di sbattimento per la prima volta nella sua vita.

Ma lei come poteva pensare che i giornalisti non avrebbero caricato quelle sue parole di sarcasmo classista? E anche se non l’avessero fatto i giornalisti con i loro titoli e i commenti al vetriolo, non l’avrebbero fatto automaticamente i lettori? C’è qualcuno che ha interesse, intendo genuino interesse, a sapere come si sente lei dopo il sequestro dello Yacht per valutare oggettivamente la questione?

Facciamo a capirci. Certi fatti sono notiziabili soltanto per essere usati come bersaglio.

13 April 2010

Ehi Ringo, don’t make it bad

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“Non era stato il Vaticano a dire che eravamo satanici?”
No, Ringo, non era stato il Vaticano. È una cavolata da bigotti che gira da decenni in ambienti ultraconservatori e non riguarda soltanto e in particolar modo le vostre canzoni. Andava di moda soprattutto negli anni ottanta. Alcuni purtroppo ancora la sostengono e hanno qualche entratura e credito anche come giornalisti in testate cattoliche. Ma questo non basta a dire che “Il Vaticano” vi ha dato dei “satanici”.
“E adesso ci perdonano?”
No, perché nessuno vi ha mai condannato :-) È successo soltanto che l’Osservatore Romano, come tutti i giornali, ha pubblicato alcuni articoli in occasione del quarantesimo anniversario dello scioglimento dei Beatles. I giornalisti che ti hanno dato l’imbeccata sul “perdono” del Vaticano ti hanno provocato per ottenere la battuta ad effetto. Forse non lo ricordi o semplicemente nessuno te l’ha mai fatto notare, ma anche all’epoca della battuta di John Lennon che tanto fece discutere (”Siamo più popolari di Gesù Cristo”) l’Osservatore Romano non rispose con attacchi e condanne alla vostra musica e al vostro valore artistico. Fece una critica misurata, forse non molto simpatica (e neanche scritta molto bene) ma in spirito dialettico. Nessuna “condanna”, nessun “anatema”, solo una libera critica. Il quotidiano dava anche notizia, peraltro, delle spiegazioni dello stesso Lennon, del tutto concilianti.
“Credo che la Santa Sede abbia altre cose di cui parlare”
Indubbiamente ha molte cose di cui parlare e non se ne sta zitta, come molti vorrebbero. Ma l’Osservatore Romano non è la Santa Sede, è un giornale e fa il suo lavoro. Si occupa un po’ di tutto, anche di musica. Io fossi in te chiamerei il giornalista della Cnn e gli chiederei se ha capito la differenza tra un articolo di giornale e “quello che dice il Vaticano”. O è ignorante lui, o ti ha preso in giro per farti reagire. Sai, sono giochini che hanno molto successo ultimamente.

Ma non preoccuparti, tutti i cattolici che conoscono davvero la vostra musica vi amano alla follia. O al limite hanno altri gusti, ma non vi disprezzano. Come potrebbero? Voi avete scritto cose così:

8 April 2010

Ancora sulle menzogne del New York Times

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Altre due cose da leggere. Nelle ricerche di questi giorni avevo trascurato Il Foglio e ho fatto male.

Il primo articolo che propongo è uscito la settimana scorsa. È di George Weigel, biografo americano di Benedetto XVI. Descrive meglio di altri l’impegno di Ratzinger nel combattere la pedofilia. E non è tenero con il New York Times.

Il secondo articolo è di Paolo Rodari (invito a leggere anche il suo blog, dove trovate gli altri articoli usciti sulla vicenda) e tira fuori un altro bel pezzo delle menzogne del NYT: la ricostruzione della grande inchiesta sarebbe basata in parte su una traduzione automatica dall’italiano all’inglese!

No, non mi sono fissato. Può sembrare, forse. Ma occorre ribadire e documentare, finché la questione è viva, il livello di mistificazione a cui può arrivare la grande stampa internazionale quando parla dei cattolici e del Vaticano. E poi questa vicenda dell’inchiesta sul caso di Padre Murphy è esemplare: ci sono diversi casi in tutto il mondo di sacerdoti implicati e anche di coperture di vescovi. Ma a una certa stampa non basta, una certa stampa mira al bersaglio grosso, vuole infangare il Papa. Questi casi interessano e vengono rilanciati con tanta enfasi soltanto per questo.

Bene, ora è chiaro, non si può più fare finta di non saperlo: non si fanno nessuno scrupolo. Per raggiungere questo scopo costruiscono false accuse, stravolgono la verità e fanno scempio delle più elementari regole della professione giornalistica. Ricordiamolo bene, ricordiamolo tutti.

7 April 2010

Chi ha perso credibilità?

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Gli scavatori di fango professionisti sanno che il loro maledetto lavoro (che non è di quelli che qualcuno “deve pur fare…” massimo rispetto per i lavori che sporcano e che non sono lavori sporchi) ha due esiti possibili: o infanga senza ritorcersi contro di loro, o si ritorce contro di loro ma intanto fa danni. Sono lavori ad alta entropia.

Per chi non legge istintivamente i titoli e ha voglia di ragionare e di confrontare; per chi ha necessità di fare memoria dei fatti per progredire nella capacità critica; per chi sa resistere alla tentazione di “godere” di uno scandalo gridato sui giornali per il gusto di mettere in minoranza o in soggezione il prossimo; per tutti costoro è chiaro che il New York Times ha fatto una pessima figura (Sandro Magister la spiega sinteticamente), ha buttato fango su chi non lo meritava, ha messo l’urgenza di sollevare un caso davanti alla necessità di presentare i fatti in maniera obiettiva e di fare qualche elementare verifica. Avrebbe potuto, ad esempio, andare a cercare uno dei protagonisti della vicenda Murphy, che ora fa la voce di uno che grida nel deserto da un negletto blog diocesano e dice cose assai scomode per il grande giornale liberal. La Chiesa sarà anche quel covo di serpi che molti dicono, ma vi sembra giusto che un quotidiano di quel calibro non paghi dazio per avere scritto il falso e per aver trascurato le più elementari regole della verifica giornalistica? Se la Chiesa ha perso credibilità (ed è tutto da vedere) per me l’hanno persa anche questi intoccabili pennivendoli che si sentono in diritto di calunniare senza dover rendere conto a nessuno.
Voglio pensare solo che sia cattivo giornalismo e nient’altro, ma è inevitabile che qualche retropensiero su altre cause, su altri mandanti rimanga. Ma non è del retropensiero che mi preoccupo ora.

Non so cosa succederà nei prossimi mesi. Sicuramente ci saranno altre inchieste, sia del NYT sia di altri giornali, sul problema della pedofilia nella Chiesa. Mi auguro che siano vere inchieste e non produzione di fango. Le vere inchieste sicuramente aiuterebbero la Chiesa in questa fase, inchieste che aiutino a non ricadere in un’antica inerzia e ad affondare il bisturi dove va affondato.

Nessuno nega che la pedofilia nella Chiesa esista: non ha l’importanza, l’incidenza che molti pretendono, ma c’è. Nessuno nega che la Chiesa, in un passato anche recente, abbia cercato di nascondere molti casi di abusi gravi: ma questa cattiva consuetudine sta per essere superata e consegnata agli storici per le valutazioni del caso. Non è vero che Ratzinger ha cominciato a fare la voce grossa quando non poteva più nascondere nulla. È certo, invece, che da cardinale prima che da pontefice ha sempre combattuto il fenomeno e non ha lavorato per nasconderlo, ma per farlo emergere avendo cura di evitare danni eccessivi e ingiusti alla Chiesa. Un po’ come una chemioterapia per un tumore non maligno: sarebbe sconsiderato somministrarla senza fare il possibile per non indebolire oltre l’inevitabile le difese dell’organismo.

Invito a leggere oggi le considerazioni di Peggy Noonan, columnist del Wall Street Journal, tra le più equilibrate e interessanti che ho trovato sui giornali americani.

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