Cronachesorprese

17 aprile 2018

Perugia, il giornalismo tra presente e futuro

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Qualcuno ancora mi chiede se è davvero così imperdibile questo Festival di Perugia e “cosa ho imparato”. Penso che le parole di Arianna siano sufficienti, e se a qualcuno non bastano provi a scorrere su youtube un po’ dei video degli incontri. Io aggiungo che non si smette mai di imparare a guardare e ad ascoltare, e un giornalista che pensa di saperlo già fare e di aver acquisito queste abilità ormai stabilmente… forse farebbe bene ad andare a Perugia. Non tutti i temi ricorrenti mi appassionano, ma non mi sono mai pentito di aver dedicato a questo evento un po’ di giorni di ferie dal 2009 a oggi. In un programma sempre più vasto e multiforme è difficile non trovare occasioni di interesse e di coinvolgimento. Oltre ai seminari della google news initiative e di facebook che ho seguito fin dove è stato possibile, oltre ai dibattiti con Jay Rosen e Jeff Jarvis (che hanno il dono di porgere con semplicità e leggerezza la loro esperienza giornalistica insieme allo “stato dell’arte” della loro riflessione), due immagini, due istantanee degli incontri serali sono rimaste al di sopra delle altre nei miei pensieri. La prima è la sorpresa e la commozione di Marco Damilano che alla fine del suo racconto su Aldo Moro esita un attimo e dice ancora “grazie, vi voglio bene” a un pubblico che, in media, all’epoca dei fatti non era ancora nato. La seconda è il volto di Daphne Caruana Galizia che viene mostrato alla fine del documentario sulla sua morte, un volto bellissimo, sereno e determinato che dice da solo “perché” è stata ammazzata in un’isola che non è per niente lontana dall’Italia, in tutti i sensi.
Un’altra cosa “piccola” (ma non per me): da cattolico sono contento del messaggio di benvenuto del vescovo volantinato un po’ ovunque nelle location, e anche della tavola rotonda su “fake news e giornalismo di pace” nella sala San Francesco, che è stata di ottimo livello.
In questi anni di crisi epocale dell’editoria, di ridefinizione totale della professione, di “cambio di paradigma” eccetera, forse nel festival manca (è una critica non mia, che ho raccolto da altri e che condivido solo in parte) un po’ di attenzione ai temi più squisitamente “sindacali”, diciamo. Ma un festival deve puntare in alto, deve dare stimoli per aiutare a ricontestualizzare i problemi in una cornice più ampia, deve immettere nel sistema aria fresca, aria pura: a Perugia ho visto il coraggio e l’entusiasmo di immaginare il futuro partendo dalle esperienze più rilevanti del presente, senza arretrare rispetto all’esigenza primaria di racconto e testimonianza. Si è parlato di tecnologia al servizio del giornalismo, non di giornalismo bonsai in salsa telematica, o di web marketing travestito da breaking news. Si è parlato di social per quello che sono, per chiarire ancora una volta, al di là del rumore e dei giudizi sommari, che sono arrivati e non se ne andranno più, che c’è un giornalismo “prima” e un giornalismo “dopo” (e insieme a) i social, e indietro non si torna perché non è possibile e non è neanche auspicabile. Si è dato spazio alla riflessione su nuovi modelli economici che solo chi vuole mettere la testa sotto la sabbia può pensare che siano solo sperimentazioni accademiche o di ricchi annoiati, e non ricerca di alternative sempre più urgenti. Con gli anni #IJF ha acquisito una complessità e un’autorevolezza che onestamente sono difficili da trovare in eventi analoghi nel nostro paese. Per trovare qualcosa che regga il confronto devo andare all’estero o, se voglio rimanere in Italia, devo andare oltre la tematizzazione sul giornalismo. Se usciremo da questi anni in cui è sempre più difficile definire la professione, se dopo questo grande rimescolamento vedremo nuove forme di giornalismo più o meno stabili e una tecnologia ormai matura al suo servizio senza possibilità di sbornie o equivoci; se avremo questa fortuna e questa grazia dovremo riconoscere che Perugia è stato uno dei luoghi della “resistenza”. Spero con tutto il cuore che continui a crescere come ha fatto finora, e che diventi sempre più aperto e plurale. Sazietà, disincanto, cinismo e rancore, che per il giornalismo sono bestemmie e malattie mortali, non abiteranno mai a Perugia.

7 febbraio 2018

Cattocinefobia

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Per ora questa domanda fatta in un’intervista a Pupi Avati vince il concorso come domanda più stupida del 2018:

“Lei si è arrabbiato anche perché l’abbiamo definita cattolico. Ma questa sua appartenenza religiosa non preclude una visione più aperta e generale nel giudicare un film?”

E poi insiste e fa un esempio (banale) che dovrebbe dimostrare un oggettivo impedimento, come se un regista come Pupi Avati non avesse dimostrato sufficiente libertà creativa in tutta la sua carriera. Qualcuno pensa che il giornalismo del Fatto quotidiano sia nuovo e non ideologico? Beh, si sbaglia.

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27 dicembre 2016

Sinossi giornalistiche

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Sergio Romano e le religioni del libro

E dopo i “quattro sinottici” di Scalfari ecco a voi la “religione del libro revisited” di Sergio Romano. Dev’essere un virus di ignoranza biblica che attacca i giornalisti di una certa età. O forse è solo, per l’appunto, l’età che avanza.
Lo dico con tutta la simpatia e la comprensione possibile per ‘sti grandi vecchi: non è obbligatorio per un giornalista arrivato a una certa età parlare di robe così se non l’ha mai fatto da giovane. Evidentemente ormai non vi è più possibile ammettere di non saperne nulla, ma davvero, potete continuare a occuparvi di altro, ce ne faremo una ragione.

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13 gennaio 2015

La Croce, Emma Bonino e il valore infinito della persona

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Oggi è un bel giorno per il giornalismo italiano: è nato un nuovo quotidiano, La Croce, e io sono fiero di essere nel gruppo dei primi abbonati. Dopo mesi di partecipazione attiva alle discussioni sui profili facebook di Mario Adinolfi e dello stesso quotidiano, nato prima sui social network ma ora approdato alla carta con una baldanza e una determinazione invidiabili, non l’ho fatto come atto dovuto, ma per passione. Un abbonamento semestrale, per vedere un po’ come va: mi auguro di avere ragioni sufficienti per rinnovarlo a luglio.
Formato broadsheet, il più grande esistente. Almeno il primo numero dovevo averlo anche su carta, non mi bastava il pdf da abbonato. Dice Adinolfi che la lettura dev’essere “scomoda, com’è scomodo il giornale”. Insomma si deve vedere. E stamattina in autobus, in effetti, era davvero impossibile sfogliare quelle otto paginone senza brandirle, senza ostentarle in faccia al mondo, senza mettersi in qualche modo “in croce”.

Ieri invece non è stato un bel giorno per gli amici, gli estimatori, i compagni politici di Emma Bonino, che ha annunciato ai microfoni di Radio Radicale di avere un tumore ai polmoni e di avere già cominciato il trattamento chemioterapico. Quella donna forte, che ha sempre comunicato positività e assertività, non si è smentita neanche in questa circostanza dolorosa, anche se aveva la voce rotta dal pianto. Un mondo di scelte e di convinzioni mi separa da lei e dal suo impegno politico. Però ascolto e mi accorgo che questo momento di sofferenza è anche momento di verità. Mi sono commosso quando ha detto, rivolgendosi a chi combatte battaglie simili alla sua: “Io non sono il mio tumore. E neanche voi siete la vostra malattia. Dobbiamo sforzarci di essere persone, di voler vivere liberi fino alla fine… dobbiamo pensare assolutamente di essere persone che affrontano una sfida”.

Essere persone, avverte Emma in questo momento, significa anche non essere la propria malattia. Ma se un malato è di più della sua malattia anche un uomo sano è di più del suo essere sano. E forse anche un embrione e un feto sono di più del loro essere embrione e feto. Come è vicina in definitiva la verità al cuore, e che disdetta, che peccato (peccato originale, si chiama) dover passare attraverso la sofferenza per sentirla e per dirla con il cuore oltre che con la testa. C’è nella croce una compiutezza, una pienezza di senso che da uomini non possiamo raggiungere se non passandoci attraverso. Emma, che è così distante da me, nel momento in cui tocca il valore infinito dell’essere persona attraverso la “sua” croce annulla quella distanza. Nella persona c’è un Infinito che va guardato e rispettato per come si pone. Non c’è bisogno di una fede o di una morale per guardalo e rispettarlo, per dargli quell’attributo di “sacro” che deve essere alla base della convivenza civile, pena la dissoluzione di qualcosa di fondamentale e di vitale. Si fa sempre così fatica a spiegarlo, però è davvero di tutti e c’è almeno un momento nella vita in cui è evidente a tutti.

Doppio augurio, dunque. A Emma perché esca vittoriosa dalla sua battaglia, e più determinata e consapevole di prima. Alla Croce perché trovi la sapienza e la grazia per raccontare ogni giorno quel valore infinito, con i testimoni e le parole giuste, senza sottrarsi allo scontro quando sarà inevitabile ma senza fare della polemica un fine. Perché ogni giorno c’è una Emma a cui tendere la mano. E se un giornale non è capace di farlo non serve a nulla.

4 novembre 2014

All’ultima piuma

Filed under: cronache,news factory — alessandro @

Ecco un altro mostro sacro del giornalismo italiano che mi convince sempre meno. Milena Gabanelli con il servizio su Moncler e i maltrattamenti alle oche mandato in onda domenica sera ha fatto nuovamente il botto. Tutti ne parlano, tutti discutono, molti litigano. La Moncler, dopo quasi 24 ore di silenzio, ha risposto con una smentita e annunciando naturalmente di ricorrere alle vie legali.

Non so quali saranno gli sviluppi, ma mi chiedo: è più probabile che l’azienda, (che ha subito un crollo del titolo alla riapertura di Piazza Affari) stia mentendo per tentare di arginare nell’immediato le perdite o che Report abbia indebitamente associato il filmato delle oche spiumate all’azienda? In ogni caso, è così difficile per una redazione giornalistica del livello di Report costruire i servizi in modo da evitare contestazioni elementari da parte dei potenziali danneggiati? A me sembra che, come altre volte, il desiderio di sollevare un caso prevalga su ogni altra considerazione. Cosa c’è dunque di davvero diverso, in definitiva, tra Report e un qualsiasi talk show costruito per far litigare qualcuno?

Aggiornamento del 5 novembre

El Mariachi offre un’analisi approfondita dal punto di vista del marketing, che mette bene in evidenza la finta ingenuità di Report.

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