Cronachesorprese

8 gennaio 2017

Captain Fantastic

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Captain Fantastic Ottimo film. Costruito, girato e interpretato bene. E non è un film di propaganda. Non bisogna fare l’errore di valutarlo in base all’utopia che racconta, come ho visto fare nei post di alcuni amici. Io non potrei mai immaginare (e neanche desiderare) un progetto di vita cosi, né per me né tantomeno per dei figli, ma penso ugualmente che la storia tocchi in profondità una nevralgia crescente nella società americana e occidentale in genere.

La famiglia Cash è come un compendio di tutti gli “alternativismi” che abbiamo visto dagli hippy in poi. C’è la critica radicale alla tradizione vista come un tutt’uno con un “sistema” da rigettare, o da decostruire attraverso la dialettica marxista, o da far scorrere via nello spirito della compassione buddista, o da mettere al centro di una guerriglia quotidiana che non scende in piazza ma si nutre di ribellione esistenziale e concreta, quella dei piccoli gesti e delle grandi scelte individuali. C’è l’allontanamento, il ritiro dalla società come rito di iniziazione al confronto con la società, che non potrà essere altro che conflittuale. C’è infine la mitizzazione dell’uomo “naturale” contrapposto all’uomo “tecnologico”, ovvero la madre di tutte le utopie, la più irrazionale e la più ingannevole, che si ripresenta ciclicamente da almeno duecento anni come reazione a una industrializzazione (e a una secolarizzazione) che ogni generazione percepisce come troppo accelerata, come un vettore di alienazione, ma che nessuno sa come e quanto rallentare se non immaginando uno stile di vita alternativo che alla prova dei fatti non funziona mai.

Eppure sono abbastanza sicuro che tutti gli spettatori (anche quelli che nella realtà si troverebbero in conflitto con la famiglia Cash e lo sanno, anche quelli che come me non approvano quasi nulla di quello che fanno e che dicono) abbiano provato simpatia per loro. Padre e figli sono dentro una narrazione ideologica che non può che causare fraintendimenti e conflitti, però ci sono dentro davvero, e questo porta a stare dalla loro parte, come se fossero i protagonisti della Storia infinita (grande intuizione narrativa) contro il Nulla che avanza.

Il Nulla: ciascuno gli dà il volto del nemico che crede, perché non ha volto. Quindi ogni famiglia potrebbe essere la famiglia Cash anche se molto diversa, secondo stili e obiettivi da determinare. Anch’io potrei dare un volto al Nulla che voglio combattere, e un pezzo di quel Nulla sarebbe ben rappresentato da alcuni aspetti della famiglia Cash. Potete immaginare come reagirei a qualcuno che provasse a rifilarmi una panzana come quella contenuta nell’affermazione “Gesù è un elfo magico”: questo tipo di miticismo è proprio una delle forme più pericolose di nichilismo, e vorrei che fosse solo una mia opinione ma è molto di più. Però la famiglia Cash lotta contro la più grande paura dell’occidente, che non è, come si dice spesso in modo un po’ superficiale, la “perdita dei nostri valori”, ma la frammentazione dell’esperienza, l’atomizzazione degli atti, degli obiettivi, l’impossibilità o l’estrema difficoltà di trovare obiettivi comuni, solidarietà almeno interindividuali se non comunitarie. Se “potere al popolo” significa lottare contro questo, in quel popolo ci sono anch’io: è una questione di priorità. Poi sulle questioni singole c’è sempre tempo per una bella scazzottata tra amici.

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24 gennaio 2014

Il capitale umano

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il capitale umano

L’immagine che ho scelto è forse l’unica immagine di speranza del film. Un raggio di sole quasi inaspettato in una storia cupa. Tetra come le storie di Virzì non sono mai state. Un’ottima storia, narrata in maniera magistrale. Ma l’ho scelta perché la speranza è davvero dentro a questo abisso. Soltanto dieci anni fa il pubblico italiano non avrebbe sopportato una storia così.

Dopo aver visto il film le polemiche provinciali seguite all’uscita nelle sale mi sembrano surreali, lunari. Davvero qualche brianzolo s’è offeso? Non riesco a capire come sia possibile. Vuol dire non andare al di là del proprio naso. E confermare indirettamente la battuta iconica dell’ottima Valeria Bruni Tedeschi (pronunciata in una scena verso la fine) sul destino dell’Italia. Amara, ma vera: “Avete scommessa sulla rovina di questo paese e ci siete riusciti”. Nel sofferto, progressivo disincanto del suo personaggio c’è un risveglio doloroso che, hai visto mai, potrebbe diventare collettivo.

Altrettanto fuori luogo le letture sociologiche. Vero, nel film si parte da medie sociologiche. Ma i personaggi e la vicenda vanno presto ben oltre. Grazie anche alla bravura di tutti gli interpreti, proprio tutti, i più collaudati come i più giovani. La meschinità, il cinismo ritratti a tinte forti ed espressioniste non sono questioni di classe né generazionali, né tantomeno sociopolitiche. Se qualcuno vuole raccontarvi questo film così non credetegli, guardatelo con sospetto. Come guardereste qualcuno che sta tentando di tirarsi fuori dalle sabbie mobili giurando, nello stesso istante, di essere pulito.

Non per notare distanze o difetti, ma solo per tracciare delle coordinate, potrei dire anche che certe atmosfere sono più vicine ad American beauty e a Dogville che a certi drammi borghesi del cinema nostrano o francese. Si vola alti senza quasi rendersi conto di cosa si sta costruendo.

19 luglio 2013

The way

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Finalmente sono riuscito a vedere il film del 2010 di Estevez dedicato al Cammino di Santiago. Mi aspettavo di più, ma è naturale essere molto esigenti verso un soggetto così dopo aver fatto il cammino. L’idea è interessante e soprattutto in sintonia con lo spirito del pellegrinaggio, ma lo sviluppo è un po’ fiacco. Si appoggia quasi esclusivamente alle immagini e un poco anche alle interazioni tra i personaggi che però sono un po’ troppo prevedibili. Il difetto peggiore è l’eccesso di passaggi didascalici. Non mi piace inoltre la citazione di una poesia di Machado, ripresa da una canzone che attualmente viene accostata per moda al cammino ma che invece a mio parere non c’entra nulla con la sua cifra più profonda: perché non è proprio vero che “no hay camino”: il cammino c’è eccome, è una traccia storica definita, con un significato preciso con il quale sarebbe bene entrare in dialogo, qualunque sia il motivo che fa andare in Galizia.
A parte questo sono molto contento se vedendo il film a qualcuno viene voglia di prendere lo zaino e partire, come sembra che accada.

27 dicembre 2012

Vita di Pi

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vita di pi

Un film “dantesco”, e mi dispiace non poter spiegare perché: sarei costretto a spoiler eccessivi. L’ho visto due giorni fa, ce l’ho ancora addosso e l’ho consigliato a tutti, ma in particolare ad amici cari che amano gli animali. Perché questo è il più convincente e affascinante di tutti i film che ho visto incentrati sul rapporto uomo – animale, e anche il meno scontato.

Eppure non è la storia di un’amicizia tra un uomo e un animale: è piuttosto la storia di un conflitto collaborativo, di una sfida ravvicinata e rispettosa tra due creature costrette a convivere in uno spazio ristretto. Che è, indubbiamente, metafora di un ambiente che sta diventando sempre più stretto e che costringe uomini e animali a confrontarsi sempre più da vicino. “Occuparmi di lui, delle sue necessità – dice a un certo momento il protagonista – mi costringeva a tenermi sveglio, a tenermi in vita”. Occuparmi di lui per occuparmi di me. L’unico modo possibile per occuparmi di me.

Non è dunque metafora banalmente animalista o ambientalista, tutt’altro. E non c’è una composizione finale del conflitto, c’è un esito spiazzante, che è come un’apertura. Dal punto di vista narrativo tutte le scelte sono convincenti. Nell’improbabilità estrema delle vicende narrate la storia si sviluppa con una tale coerenza che alla fine il narratore si prende anche il lusso di suggerirne una chiave di lettura radicalmente diversa, che la risignifica senza disintegrarla.

Venendo ai pregi più tecnici: fotografia e riprese spettacolari, scene che non riesco a capire come siano state girate; un’immersione totale nell’avventura come non mi capitava da tempo al cinema; facile “crederci”, facile essere dentro al film, anche senza il 3D (che probabilmente è consigliabile, anche se io me lo sono goduto pienamente in versione normale).

Bravo Ang Lee. Ogni nuovo film è sempre meglio.

29 novembre 2012

A proposito del Buddy Christ

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buddy christNon ho mai capito se erano i bimbiminkia ghignanti a trovare blasfema questa immagine o le loro nonnette rincitrullite (oltre a qualche trombone che protestava e che naturalmente veniva bene come utile idiota per lanciare un film scadente). Forse un po’ tutte queste categorie, comunque confinerei il dilemma al conflitto tra di loro. I bimbi si divertono a provocare le nonnette. Tutto qui.

Scrivo questo perché mi stupisce vedere ancora rimbalzare in rete questa immagine come qualcosa di “mitico”. Davvero ha costituito un passaggio mitico per qualcuno, davvero esistono romanzi di formazione così deludenti? Non so se ho voglia di rifletterci davvero. Clerks era diecimila volte meglio, da tutti i punti di vista.

Per quanto posso pensare io, con la sensibilità di uno che da ragazzo ha capito cos’è la libertà senza mai percepire come liberante la blasfemia, non trovo nulla di realmente “offensivo” nel Buddy Christ. Non solo l’immagine non è blasfema, ma è l’unica trovata decente, di vera critica socioreligiosa, del film di Kevin Smith. Una critica che da cattolico condivido totalmente.

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