Cronachesorprese

23 luglio 2013

In battere e in Allevare

Filed under: le specie musicali — alessandro @

Ma benedetto figliolo di un Giovanni Allevi, ma proprio Beethoven? Ma se volevi fare la tua sparata periodica per attirare nuovamente l’attenzione (che evidentemente ogni tanto cala, come il ritmo…) non potevi trovarne un altro? Beethoven non ha il senso del ritmo, e tu sei calvo.

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5 giugno 2010

Cerco la chitarra del trentennale

Filed under: il consumatore non consumato,le specie musicali — alessandro @

Questo trentennale dei BB me lo sento proprio addosso e ha agito sottopelle in maniera inaspettata. Per festeggiare ho deciso di comprare una chitarra nuova :-) In realtà lo voglio fare da tempo, ma ora mi sono deciso.

Decisione piacevole e tormentosa allo stesso tempo. Negli ultimi tre giorni ho provato decine di chitarre e ho suonato per ore nei negozi cittadini. Per questo giro non ho voglia di andare a Bra o in altri grandi magazzini: se avessi un budget maggiore lo farei, ma devo andarci piano e quindi sono abbastanza sicuro che posso trovare qui ciò che cerco.
Sono passati sedici anni da quando ho comprato l’ultima chitarra e oggi è davvero difficile scegliere. Voglio una bella acustica con buone possibilità di amplificazione, non da studio ma neanche pazzesca perché non me la posso permettere. Una volta scelta la fascia di prezzo comincia il difficile.

È che non bastano le caratteristiche tecniche. È una questione di feeling, una cosa molto personale.
Se non avessi problemi di budget punterei su una Martin o su una Taylor. È chiaro che a questi livelli l’intesa è più facile. Oggi ho provato una Taylor ed è stato più che un test, è stato un incontro. Lo spirito di Ray Charles si è prontamente manifestato per scongiurare attacchi di cleptomania:

“Ok, prima o poi sarai mia, è solo questione di tempo”. Ora non posso spendere 2800 euro per una chitarra. Magari non potrò farlo mai, “però tu comunque aspettami”, le ho detto riagganciandola al muro del negozio :-)

Per il momento ho ristretto il ballottaggio a due Yamaha della serie CPX. Hanno casse e tastiere molto ben fatte, suoni caldi e corposi e il vantaggio di un doppio microfono: un pickup sotto il ponte e un microfono a condensatore dentro la cassa, sospeso al centro e quindi non a contatto. Si possono miscelare i due microfoni molto agevolmente regolando il volume del secondo microfono: una caratteristica che aumenta molto le possibilità espressive valorizzando il suono naturale della chitarra. Il suono del solo pickup sotto il ponte è sempre troppo metallico, almeno per i miei gusti. Mi viene sempre da compensarlo aumentando i bassi ma così il suono perde in brillantezza, e quando la cassa armonica saprebbe farsi valere è un vero peccato.

Una delle due vorrei prenderla, ma qualche giorno riesco ancora a resistere. Se qualcuno ha dritte o suggerimenti… :-)

Aggiornamento del 12 giugno

No, no, altro che pochi giorni. Ho guardato ancora in giro e c’è tutto un mondo. Tanto per cominciare mi sono reso conto che la mia Ovation non è ancora da buttare via, anzi: dà dei punti a molte chitarre nuove che ho provato e che costano un venti per cento di più di quanto ho speso io sedici anni fa. Devo solo darle una regolatina.
Quindi può darsi che mi orienti su un’elettrica o su una semiacustica, vediamo. Comunque ci vuole ancora tempo. Mi dò come limite la fine dell’anno, perché sia davvero la chitarra dei trent’anni.

31 maggio 2010

Fratelli nel blues

Filed under: le specie musicali,lo spettatore indigente — alessandro @

Il 16 giugno 1980 uscì negli Usa The Blues Brothers. Tre mesi dopo (il 19 settembre) il film di John Landis arrivò anche nelle sale italiane.

Nello stesso anno avevo cominciato a suonare. Un inizio in blues, seguendo gli accordi e le semplici note di un esercizio del maestro di chitarra di mio fratello. Avevo quattordici anni. Il ritmo del blues era il ritmo del cambiamento, della novità. Anche se non era di moda: ma io non sono mai stato alla moda. Il blues mi piaceva perché era un classico sempre nuovo; perchè sapeva essere dirompente senza orpelli. Mi piaceva ascoltare il blues rurale, le chitarre nelle incisioni d’epoca che si trovavano a buon mercato nei negozi di dischi: Leadbelly, Gary Davis (quello di Cocaine), Blind Lemon Jefferson, Big Bill Broonzy. Poi c’era l’italiano Roberto Ciotti che mi faceva impazzire con il suono metallico della sua Dobro, uno sferragliare che incrociava magnificamente con l’armonica e il piede battuto amplificato usato come strumento.

I Blues Brothers mi introdussero alle meraviglie del blues elettrico e del rhytm’n blues. Ma c’era qualcosa d’altro che mi conquistava in quel film. C’era questa idea che i musicisti blues, soul, insomma quelli che avevano quella “marcia” inconfondibile (e il film si diverte molto a esemplificare le differenze tra chi aveva il dono del blues e chi no) formassero una comunità trasversale, gente che si prendeva e si perdeva, si ritrovava e suonava. Non conoscevo Ray Charles, Aretha Franklin, Cab Calloway; James Brown lo conoscevo appena; ma dal film capii subito che erano grandi e la loro musica gloriosa, seppure confezionata in una storia e in scene quasi dimesse. Penso al magnifico, ironico understatement dei Blues Brothers e penso che anche Elvis quando faceva il ragazzo del popolo nei suoi filmetti non fu mai così convincente come Aretha nel suo fast food o Ray nel suo negozio di strumenti musicali. E John Lee Hooker per strada? Brividi. Con tutto il rispetto: i film di Elvis erano dei pretesti per far sentire un po’ di canzoni dell’idolo del rock nascente. The blues brothers è stato un capolavoro miracoloso che ha fuso attori e musicisti in un tutt’uno. È qualcosa che è accaduto e che non si potrà ripetere.

La mia bluesrevolution fu improvvisa e felicemente irreversibile. Non molto tempo prima i Bee Gees di Spirits having flown mi avevano abbastanza scosso e facevo fatica ad ammetterlo a me stesso e agli altri. Alle medie ero un “classicista” e melomane convinto che riproduceva con esiti neanche stupidi arie di opera con il flauto dolce, attirando i lazzi seminascosti dei compagni e lasciando didatticamente contenta ma tutto sommato perplessa quella povera donna della mia insegnante di musica. Per un ragazzo tra i 12 e i 14 era dura spiegare agli amici che mi piacevano allo stesso modo Verdi, Puccini, i Bee Gees e Roberto Ciotti. Non ci provai che qualche volta, mi limitai per lo più a pensarlo. Oggi non saprei dire perché mi sono imposto questa autoeducazione musicale, ma qualche risultato penso di averlo ottenuto. Ho sempre ascoltato la musica per la musica e non per un’esigenza di “rappresentanza” o di identificazione in una tribù.

Fu facile, cionondimeno, identificarmi nei Fratelli Blues. Due corvacci del tutto fuori moda come me. Che andavano alla funzione domenicale e vedevano la luce ma imprecavano contro la suora pinguina. Imprecavano ma poi si dannavano per salvare la loro vecchia scuola orfanotrofio, l’unico luogo concreto a cui potevano appartenere, anche da ladruncoli senza arte né parte. Che uscivano di prigione ma erano in missione per conto di Dio. E per quella missione senza nessuna velleità rivoluzionaria andavano controcorrente. Mi fece riflettere su questo qualche anno dopo un amico, RG, con una recensione improvvisata che non dimenticherò mai (“I Blues Brothers? È un film religioso!”). Oggi ne sono convinto ancora di più: l’essenza della religiosità sono i BB che vanno contro il fascino dell’aggregazione che offre stereotipi in cambio della scomoda individualità; contro le nicchie limitate ma potenti dei nazisti dell’Illinois e dei terribili seguaci del “Country & Western” style. Che corrono verso il destino, nonostante la polizia. Una polizia strana, non malvagia. O meglio malvagia quanto può essere malvagio un globulo bianco che si getta all’inseguimento del batterio in libera circolazione nei vasi sanguigni. Per tutto il film la polizia è solo una funzione automatica. È una rappresentazione perfetta, geniale dell’ottusità tecnocratica, dell’eclissi del libero arbitrio. Quelle auto che inseguono e che alla fine si ammonticchiano una sull’altra senza senso. Elicotteri. Polizia a cavallo. Squadre speciali. Per inseguire… una vecchia auto della polizia. Perché Elwood, il giorno in cui suo fratello Jake esce di galera, lo va a prendere con un’auto della polizia. Perché la vecchia Cady (“dov’è la caaady…“) l’ha data via per un microfono. Non saprei dire se è più anticapitalista o antimarxista: questo annichilimento del valore di scambio della merce mi sembra letale per qualsiasi teoria economica. I Blues Brothers erano una vera calamità per l’America che si stava arrendendo all’arrivo dei conformisti anni ottanta.

Il mio compagno di banco era il figlio del proprietario di un cinema. Quando Blues Brothers uscì cominciò a magnificarmelo, a raccontarmene ampi stralci. Mi raccontava spesso dei film nuovi che vedeva, ma capii subito che Blues Brothers era diverso. Era un film per noi. Lui rideva e rideva a raccontarmi le stesse scene. Mi disse che l’aveva visto quattro, cinque, sei volte, continuando a ridere e a raccontare. Prima del film fu la sua risata a convincermi. Ero già un fratello blues prima di vedere che razza di fenomeni erano Jake & Elwood. A molti in Italia non piacquero subito quell’ironia e quella comicità. A noi sì, la adottammo subito e ci accompagnò per tutta l’adolescenza. Ci alleggeriva un po’ e faceva capire che la vita, con tutte le sue difficoltà, è soltanto una strada che ci separa dalla prossima occasione per suonare insieme. Qualsiasi cosa vogliate mettere al posto della parola “suonare”. E che sia in un Palasport o in un carcere, in fondo, non fa poi tanta differenza.

13 aprile 2010

Ehi Ringo, don’t make it bad

Filed under: le specie musicali,news factory — alessandro @

“Non era stato il Vaticano a dire che eravamo satanici?”
No, Ringo, non era stato il Vaticano. È una cavolata da bigotti che gira da decenni in ambienti ultraconservatori e non riguarda soltanto e in particolar modo le vostre canzoni. Andava di moda soprattutto negli anni ottanta. Alcuni purtroppo ancora la sostengono e hanno qualche entratura e credito anche come giornalisti in testate cattoliche. Ma questo non basta a dire che “Il Vaticano” vi ha dato dei “satanici”.
“E adesso ci perdonano?”
No, perché nessuno vi ha mai condannato :-) È successo soltanto che l’Osservatore Romano, come tutti i giornali, ha pubblicato alcuni articoli in occasione del quarantesimo anniversario dello scioglimento dei Beatles. I giornalisti che ti hanno dato l’imbeccata sul “perdono” del Vaticano ti hanno provocato per ottenere la battuta ad effetto. Forse non lo ricordi o semplicemente nessuno te l’ha mai fatto notare, ma anche all’epoca della battuta di John Lennon che tanto fece discutere (“Siamo più popolari di Gesù Cristo”) l’Osservatore Romano non rispose con attacchi e condanne alla vostra musica e al vostro valore artistico. Fece una critica misurata, forse non molto simpatica (e neanche scritta molto bene) ma in spirito dialettico. Nessuna “condanna”, nessun “anatema”, solo una libera critica. Il quotidiano dava anche notizia, peraltro, delle spiegazioni dello stesso Lennon, del tutto concilianti.
“Credo che la Santa Sede abbia altre cose di cui parlare”
Indubbiamente ha molte cose di cui parlare e non se ne sta zitta, come molti vorrebbero. Ma l’Osservatore Romano non è la Santa Sede, è un giornale e fa il suo lavoro. Si occupa un po’ di tutto, anche di musica. Io fossi in te chiamerei il giornalista della Cnn e gli chiederei se ha capito la differenza tra un articolo di giornale e “quello che dice il Vaticano”. O è ignorante lui, o ti ha preso in giro per farti reagire. Sai, sono giochini che hanno molto successo ultimamente.

Ma non preoccuparti, tutti i cattolici che conoscono davvero la vostra musica vi amano alla follia. O al limite hanno altri gusti, ma non vi disprezzano. Come potrebbero? Voi avete scritto cose così:

24 agosto 2009

Reboot yourself

Filed under: le specie musicali — alessandro @

Dagli U2 ho finito, dagli U2 riprendo. Li ho visti a ferragosto a Wembley.

Un solo precedente per me. L’emozione del concerto del 1993, il 3 luglio al Bentegodi di Verona, me la ricordo bene. Era diversa, era di altro genere. Impossibile che sia altrimenti: tutto passa e tutto cambia. Però l’esperienza in qualche modo si consolida. Posso dire che gli U2 sono parte della mia vita, posso dire che non riesco a pensare alla mia vita senza un bel po’ della loro musica. Non è certo il gruppo dal quale ho ascoltato la migliore musica, ma è il gruppo che ho sentito per molto tempo eccezionalmente vicino all’espressione di me, delle mie attese, dei miei desideri.

Il concerto di Wembley me lo sono goduto. Ma l’emozione è stata diversa rispetto a sedici anni fa. Non ho seguito molto le ultime produzioni: come è logico e come avviene per tutti i gruppi di successo, anche gli U2 cucinano nuovi brani tendendo a ripetere le ricette che hanno funzionato in passato. Da tempo non ho l’impressione di ascoltare da loro qualcosa di radicalmente nuovo. È fisiologico, e non mi dà fastidio. Li ascolto sempre con piacere, ma con poca attenzione.

È invece indubbio che l’armamentario spettacolare globale dei concerti del quartetto irlandese riesce sempre a superare le attese. Il palco a 360 gradi, hanno scritto sul Times, è qualcosa che starebbe a buon diritto anche nella sala delle turbine della Tate Modern: è arte contemporanea, né più né meno. È una struttura gigantesca e leggera, che elimina o dissimula elegantemente tutti gli aspetti antiestetici di un palco di un grande concerto. È un frullatore in grado di trasformare in qualsiasi momento il live in videoclip e il videoclip in live, il palco in schermo e lo schermo in palco. È un monumento all’elasticità del rock-pop-turningindisco-againrock che sta facendo vincere a Bono e soci la sfida del salto generazionale: guardando il pubblico presente a Wembley non c’è alcun dubbio che piacciano, e molto, ai ventenni. Cioé ai figli di quelli che sono stati testimoni della loro prorompente novità nella corsa dai club di Dublino al Rockpalast festival dell’ 83 e poi oltre, passando per il Live Aid, fino alla conquista dell’America nello storico tour documentato in Rattle and hum.

Sono abbastanza indifferente, da sempre, alle diatribe innescate da quelli che si tormentano a ogni cambio di marcia o di direzione del gruppo. Ora non c’è quasi più nessuno che non riconosce che gli album della svolta degli anni novanta, Achtung baby e Zooropa, sono grandissimi album. Quando Edge rispondeva alle critiche dicendo che sentiva di non aver ancora dato il meglio forse si sbagliava, ma non dubito che fosse sincero. Come è sincera la passione che porta lui e gli altri a organizzare tour sempre più dispendiosi e “magnificenti”, tanto per usare (re-italianizzandola) una parola che a Bono piace molto in questo periodo. Non è per nascondere o far dimenticare qualche scivolone in più nelle performance vocali o chitarristiche. Io penso che gli U2 siano, loro sì, dei grandi comunicatori. Che sono partiti dalla musica (senza mai abbandonarla, anzi) e hanno scalato con anelito quasi da futuristi la multimedialità, la rivoluzione digitale. La seguono e la commentano a modo loro. Anticipano poeticamente forme, potenzialitá e problemi del modello di network che si impone come paradigma di conoscenza e di socialità. Provate a riascoltare Achtung baby in questa chiave, lo troverete sorprendente. Pensate agli occhiali da mosca di Bono come a una metafora (non voluta, semplicemente intuita) dell’homo televisivus che sbatte sulle pareti del nuovo mondo, senza riuscire a entrarvi. Pensate al sogno cosmopolita di Zooropa, alla Vorsprung Durch Technik, al salto che infrange le barriere dello Zoo, i limiti della Station, le pareti della monodirezionalità insomma.
La televisione non fa reboot. Si accende, e poi si spegne.

Non avete avuto sempre l’impressione di un’ambivalenza feconda e non cinica nel modo degli U2 di guardare, usare e raccontare la “tecnica”, che poi è in buona approssimazione la tecnica della comunicazione di massa? Io sì, l’ho sempre avvertita. E ho sempre pensato che fosse sbagliato dissolvere quella ambivalenza in un senso o in un altro, nel senso di una critica orwelliana ai mezzi di comunicazione o nel senso di una delirante esaltazione del “you can go anywhere”. Pensavo che occorreva accoglierla per quello che era, un discorso fatto di musica e poesia, parimenti indifferente alle forme della “denuncia” e dell’entusiasmo tecnofilo.

Dopo Wembley Station, August 15, 2009 ho deciso: non mi sbagliavo.

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