Dagli U2 ho finito, dagli U2 riprendo. Li ho visti a ferragosto a Wembley.
Un solo precedente per me. L’emozione del concerto del 1993, il 3 luglio al Bentegodi di Verona, me la ricordo bene. Era diversa, era di altro genere. Impossibile che sia altrimenti: tutto passa e tutto cambia. Però l’esperienza in qualche modo si consolida. Posso dire che gli U2 sono parte della mia vita, posso dire che non riesco a pensare alla mia vita senza un bel po’ della loro musica. Non è certo il gruppo dal quale ho ascoltato la migliore musica, ma è il gruppo che ho sentito per molto tempo eccezionalmente vicino all’espressione di me, delle mie attese, dei miei desideri.
Il concerto di Wembley me lo sono goduto. Ma l’emozione è stata diversa rispetto a sedici anni fa. Non ho seguito molto le ultime produzioni: come è logico e come avviene per tutti i gruppi di successo, anche gli U2 cucinano nuovi brani tendendo a ripetere le ricette che hanno funzionato in passato. Da tempo non ho l’impressione di ascoltare da loro qualcosa di radicalmente nuovo. È fisiologico, e non mi dà fastidio. Li ascolto sempre con piacere, ma con poca attenzione.
È invece indubbio che l’armamentario spettacolare globale dei concerti del quartetto irlandese riesce sempre a superare le attese. Il palco a 360 gradi, hanno scritto sul Times, è qualcosa che starebbe a buon diritto anche nella sala delle turbine della Tate Modern: è arte contemporanea, né più né meno. È una struttura gigantesca e leggera, che elimina o dissimula elegantemente tutti gli aspetti antiestetici di un palco di un grande concerto. È un frullatore in grado di trasformare in qualsiasi momento il live in videoclip e il videoclip in live, il palco in schermo e lo schermo in palco. È un monumento all’elasticità del rock-pop-turningindisco-againrock che sta facendo vincere a Bono e soci la sfida del salto generazionale: guardando il pubblico presente a Wembley non c’è alcun dubbio che piacciano, e molto, ai ventenni. Cioé ai figli di quelli che sono stati testimoni della loro prorompente novità nella corsa dai club di Dublino al Rockpalast festival dell’ 83 e poi oltre, passando per il Live Aid, fino alla conquista dell’America nello storico tour documentato in Rattle and hum.
Sono abbastanza indifferente, da sempre, alle diatribe innescate da quelli che si tormentano a ogni cambio di marcia o di direzione del gruppo. Ora non c’è quasi più nessuno che non riconosce che gli album della svolta degli anni novanta, Achtung baby e Zooropa, sono grandissimi album. Quando Edge rispondeva alle critiche dicendo che sentiva di non aver ancora dato il meglio forse si sbagliava, ma non dubito che fosse sincero. Come è sincera la passione che porta lui e gli altri a organizzare tour sempre più dispendiosi e “magnificenti”, tanto per usare (re-italianizzandola) una parola che a Bono piace molto in questo periodo. Non è per nascondere o far dimenticare qualche scivolone in più nelle performance vocali o chitarristiche. Io penso che gli U2 siano, loro sì, dei grandi comunicatori. Che sono partiti dalla musica (senza mai abbandonarla, anzi) e hanno scalato con anelito quasi da futuristi la multimedialità, la rivoluzione digitale. La seguono e la commentano a modo loro. Anticipano poeticamente forme, potenzialitá e problemi del modello di network che si impone come paradigma di conoscenza e di socialità. Provate a riascoltare Achtung baby in questa chiave, lo troverete sorprendente. Pensate agli occhiali da mosca di Bono come a una metafora (non voluta, semplicemente intuita) dell’homo televisivus che sbatte sulle pareti del nuovo mondo, senza riuscire a entrarvi. Pensate al sogno cosmopolita di Zooropa, alla Vorsprung Durch Technik, al salto che infrange le barriere dello Zoo, i limiti della Station, le pareti della monodirezionalità insomma.
La televisione non fa reboot. Si accende, e poi si spegne.
Non avete avuto sempre l’impressione di un’ambivalenza feconda e non cinica nel modo degli U2 di guardare, usare e raccontare la “tecnica”, che poi è in buona approssimazione la tecnica della comunicazione di massa? Io sì, l’ho sempre avvertita. E ho sempre pensato che fosse sbagliato dissolvere quella ambivalenza in un senso o in un altro, nel senso di una critica orwelliana ai mezzi di comunicazione o nel senso di una delirante esaltazione del “you can go anywhere”. Pensavo che occorreva accoglierla per quello che era, un discorso fatto di musica e poesia, parimenti indifferente alle forme della “denuncia” e dell’entusiasmo tecnofilo.
Dopo Wembley Station, August 15, 2009 ho deciso: non mi sbagliavo.


