Cronachesorprese

18 September 2009

Editrice Google

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L’ennesimo contropiede di Google. Non tutte le azioni di contropiede della G vanno in gol. Questa pare ben impostata e mi auguro che venga finalizzata.

Che poi, pensandoci, ma non sarebbe bello che anche le vere case editrici facessero così almeno per una parte del catalogo? I libri costerebbero meno perché non ci farebbero pagare nel prezzo di copertina anche le copie che vanno al macero.

Ma l’aspetto più affascinante della provocazione di Google (per il momento la considero così ma non mi stupirei se fosse qualcosa di più) è l’opportunità di ristampare tanti titoli ormai fuori dal mercato. Io ristamperei immediatamente l’autobiografia di Chesterton, che avevo comprato una ventina di anni fa. L’ho persa e non sono più riuscito a ritrovarla, nonostante le ricerche anche online (se qualcuno la trovasse la pago bene).

9 September 2009

La nuova Blogbabel sarà liquida

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Liquida ha comprato Blogbabel.
Una buona notizia, non soltanto perché i corvi e gli avvoltoi che svolazzavano attorno all’unico memetracker italiano valido hanno fatto qualche giro a vuoto e perso qualche penna per niente.
È vero che Liquida e Blogbabel sono (possono essere) complementari. È anche un’ottima cosa che Ludo possa continuare a lavorare a Blogbabel, in una prospettiva che sicuramente toglie stress a lui e allarga gli orizzonti di un servizio utile che ha pagato troppo le gelosie e le beghe da cortile di una parte acida e saccente della blogosfera italiana. Sono molto curioso degli sviluppi. Da utente affezionato di Blogbabel spero che mettano a frutto le potenzialità ancora non espresse del servizio senza sconvolgerne la struttura e la filosofia.

25 April 2009

Per fare un nick ci vuole un fiore

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Tu ti stai tatuando, dice F.
Che mi sembra una bella definizione della tracciabilità estrema di chi si getta a cuore aperto nel gorgo del social networking.
Bella perché esprime bene la paura di F. e di tanti altri. Ma inappropriata.

Se c’é un modo per rendere irriducibile e inalienabile il cuore (il cuore dell’esperienza di ognuno), è farlo esprimere. Insomma noi siamo, almeno io mi sento, in una sfida. C’è una rivoluzione mediatica in atto e un campo enorme in cui la persona c’è, se vuole.
Più il mio cuore si esprime e si racconta, più costruisce a partire dal suo codice genetico, meno è tracciabile, alienabile, plagiabile.

Quale è l’alternativa? L’autoriduzione, la rinuncia alle potenzialità espressive. Non è fantastico? Il social networking è metafora di quanto accade nella società a tutti i livelli.

Mi segno questo intanto: che siamo ben oltre il dilemma tra apocalittici e integrati. La tecnologia non definisce più molto della sfida futura. Occorre capire che l’espressione di sé anche come descrizione di sè non è più un vezzo da narcisi esibizionisti, è quasi una necessità popolare.

Ma è una sfida, non un bisogno indotto. Questo si deve capire. Internet è lo strumento definitivo del marketing. Io non aspetto, agisco. Occupo il campo: voi pensate di definire le mie azioni in quel campo solo in base alle vostre esigenze di tracciabilità, ma io faccio molto di più. Ci metto tutto me stesso, cioè quella totalità della persona che è sempre il miglior termine dialettico con cui le strategie di marketing devono trattare. Creo relazioni, che le strategie scioccamente tratteranno come sovrastruttura, forse in parte usandole ma non comprendendone la vera natura; e saranno quindi incapaci di riprodurle.

Che poi il marketing non è il diavolo, intendiamoci. Anzi il marketing che verrà sarà molto meglio di quello che ci stiamo lasciando alle spallle. Più è potente, meno ha bisogno di sparare nel mucchio e di produrre effetti collaterali di stupidità

Ad ogni modo lo dico proprio a F. e a chi ha davvero paura: per individuare un target nel deserto basta un punto. Se attorno al target faccio crescere una foresta…

30 December 2008

Psicotribuno

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Beppe Grillo continua a collezionare figuracce, e i grillini continuano a non accorgersene. Il link al post non lo metto perché non se lo merita, vi rimando alla spiegazione di Matteo Moro e a tutti gli altri commenti.

Grillo non usa internet, Grillo è un parassita della rete. Uno che disprezza il senso e la natura della rete e la piega a strumento di consenso plebiscitario, concentrato sulla sua persona. Grillo può dire ciò che vuole, può accusare Google Italia di una ridicola “censura morbida” senza mai essere ripreso da nessuno dei suoi adepti. Cosa c’è di buono in questo? Niente.

Basta una blanda e approssimativa conoscenza di internet per capire, o almeno ipotizzare, che la mancanza della stringa di ricerca “beppe grillo” nelle proposte automatiche di google suggest non può essere una censura. O almeno: prima di ipotizzare una censura attiva bisogna considerare qualche elemento in più, fare delle verifiche incrociate, magari chiedere in giro, visto che internet è piena di punti di vista interessanti su tutto, e in particolare sui meccanismi stessi della rete. Ma, per l’appunto, Grillo con la rete non c’azzecca, come direbbe il suo amico Di Pietro. A Grillo non interessa capire come funziona internet e usarla di conseguenza, a Grillo interessa il consenso, e basta. Da questo punto di vista non è molto diverso da quello che lui chiama con disprezzo lo psiconano. E non è un caso, perché entrambi sono stati protagonisti della televisione negli anni ottanta.

Ora sono curioso di vedere se lo psicotribuno avrà il coraggio di usare questa bufala in uno dei suoi prossimi comizi. Secondo me, per come è fatto, potrebbe strafottersene dello sbufalamento e gridare alla censura da parte di Google anche dalle piazze. Come sappiamo bene dalla degenerazione del costume politico, la sensazione di impunità è una cattiva consigliera.

21 December 2008

Dove va Youtube

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Esperimenti interessanti come l’orchestra sinfonica di Youtube, con promotori entusiasti e illustri come il compositore cinese Tan Dun, rischiano di essere non coraggiose sperimentazioni, ma soltanto tentativi nobili senza seguito.

I video prodotti dagli utenti di Youtube non sono abbastanza attraenti per gli sponsor. Youtube fatica a trovare un modello di business che gli garantisca redditività senza ricorrere agli accordi commerciali con le major. D’altra parte le stesse major non sono contente, perché dagli accordi non guadagnano abbastanza: non quanto sono abituate a guadagnare. Quindi la Warner ritira i suoi video da Youtube per mancanza di un accordo con Google. Per il momento: poi li rimetterà, perché l’assenza dalla piattaforma di video sharing più usata al mondo vuol dire solo perdere soldi senza possibilità di recuperarli in altro modo. Non sono abbastanza? Ma sono meglio di niente. Troveranno un accordo.

Stando così le cose, mi chiedo se in futuro la possibilità di pubblicare video su Youtube continuerà ad essere libera e gratuita. Se gli sponsor non riconoscono sufficiente valore ai contenuti originali degli utenti si corre il rischio di avere nel giro di pochi anni un guazzabuglio di roba concessa a malincuore dai produttori (quindi promo, canzoni tagliate, materiale d’archivio poco appetibile) e altri contenuti prodotti dagli utenti per promuovere se stessi o qualche loro attività, cose di interesse prevalentemente locale, a pagamento. Non è una prospettiva entusiasmante.

L’unica via d’uscita è un modello diverso: dare libertà agli utenti di pubblicare materiale teoricamente coperto da diritti, quindi registrato dalle televisioni, da supporti digitali vari o anche ripreso dal vivo direttamente dall’utente. Permetterlo esplicitamente, intendo, non con l’attuale escamotage del disclaimer che manleva youtube da eventuali violazioni del copyright da parte degli utenti. I produttori potrebbero accontentarsi di compensi forfettari, riconoscendo in parte il valore promozionale del materiale, e Youtube potrebbe incentivare l’aspetto creativo e interattivo del lavoro dell’utente, le potenzialità di community intorno a contenuti che interessano a tutti, anche agli sponsor.

Però non so. Io penso che in cinque o dieci anni lo scenario potrebbe cambiare sensibilimente. E lo spero anche, naturalmente. Potrebbero cambiare le abitudini di ricerca degli utenti. Per ora sono dettate ancora dal predominio della televisione generalista. Ma la lunga stagione della tv generalista è ormai al tramonto. Proviamo a pensare: cosa cercheranno i target di riferimento più importanti per gli sponsor della rete (gli adolescenti e gli under 30 principalmente, ma a quel punto anche gli under 40)? Se la grande disponibilità di accesso ai contenuti che hanno ora si tradurrà in una maggiore varietà e specializzazione delle loro ricerche forse gli sponsor dovranno rivedere qualcosa, e di conseguenza il modello di business attorno a Youtube e a servizi simili potrebbe cambiare.

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