Cronachesorprese

19 October 2009

Il bus più volatile di Genova

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Ha ragione Massimiliano Lussana:

mi muovo sempre con i mezzi pubblici, perché penso che siano la migliore scuola di giornalismo esistente in natura

Anche se avessi l’automobile, e soprattutto la possibilità di usarla senza perdere metà vita a cercarle un parcheggio o a pascolarla a due all’ora per le strade di Genova, non rinuncerei al mezzo pubblico e lo userei spesso, come ho sempre fatto.

Parlare male del Volabus è facilissimo. Quello che dice Lussana è tutto vero e non è neanche tutto. Provate a raccontare a un amico di una città europea medio grande come Genova (che so: Dusseldorf, Bilbao, Liverpool) che l’unico mezzo pubblico collettivo che collega l’aeroporto al centro città è un piccolo autobus che fa una corsa ogni ora e costa quattro euro. Per un percorso di soli 7,7 chilometri. Non sarebbe neanche da bocciare del tutto il servizio in sé, se non fosse l’unico. L’alternativa, unica anch’essa, è il taxi.

Come è noto, l’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova non è un hub fondamentale per le rotte europee. Uno dei voli più importanti in arrivo è il Ryan Air da Londra. Bene, il Volabus parte alle 13, cinque minuti dopo l’arrivo dell’aereo. Auobus semivuoto, naturalmente. Perché ammesso che l’aereo spacchi il minuto vi voglio vedere a scendere, fare la coda per il controllo dei documenti e aspettare che il bagaglio da stiva arrivi sul nastro trasportatore, uscire dall’aeroporto e prendere l’autobus. Questo ipotizzando che sappiate già cosa vi aspetta, perché forse un inglese che arriva a Genova per la prima volta potrebbe anche pensare di prendersela comoda e di non precipitarsi giù dall’aeromobile come un terrorista di Al Qaeda sorpreso con la gelatina esplosiva nella pochette.

Non va molto meglio per gli altri voli importanti: il British Airways da Londra Gatwick arriva alle 13:10, due dei quattro voli Lufthansa da Monaco arrivano alle 11.10 e alle 14.10 (il Volabus parte sempre all’ora esatta, a parte la prima corsa e le ultime due), due dei tre Air France da Parigi arrivano alle 11.55 e alle 22.10, tre dei quattro Alitalia da Roma arrivano alle 11.05, 18.55, 21.15. Insomma ci sono molte probabilità di passare piacevolissime ore o abbondanti frazioni delle stesse negli ambienti dell’accogliente e amichevole aerostazione a farsi rapinare nei bar scalerci o nelle boutique extralusso (i prezzi cambiano di poco dal toast di stegosauro al pullover di cachemire). A meno che non si prenda un taxi. Sono sempre a decine davanti all’uscita degli arrivi. Riscuotono un sovrapprezzo soltanto per uscire dal Colombo più le solite rapine diurne o notturne. Diciamolo, chi arriva al Colombo deve considerarsi in ostaggio e per uscire deve pagare un riscatto. Un pizzo, via. Se sono a Stansted a un’ora e tre quarti di autobus dal centro di Londra non è un pizzo, è un servizio che costa anche poco. Ma se sono al Colombo a soli sette chilometri dal centro è un furto.

Con tutti i suoi problemi, la rete urbana Amt che passa a circa duecento metri dall’uscita degli arrivi del Colombo per una volta cascherebbe anche a fagiolo. E si potrebbero una volta tanto ribaltare le frequenti critiche verso lo scalo genovese se si considerasse la relativa vicinanza al centro città rispetto ad altri aeroporti internazionali e la prossimità ad autobus e treni. Anche la stazione di Cornigliano è a due passi. Ma è una vicinanza soltanto teorica, perché dal Colombo esci soltanto con una automobile o con il Volabus. È questo l’aspetto più incredibile dell’intera questione. Mettiamo che il Volabus non sia un servizio abbastanza redditizio e che sia impossibile prevedere corse più frequenti ed economiche. Bene, basta fare un passaggio pedonale. In quattro, cinque minuti al massimo si arriva alla fermata all’inizio di via Cornigliano e si prende l’uno o il due per il Porto antico, il tre per Principe. Ottime frequenze almeno fino alle dieci di sera. La fermata è anche davanti alla stazione ferroviaria: in sette minuti arrivi a Principe. E non dico di mettere dei nastri trasportatori lunghi chilometri come da un terminal all’altro di Madrid-Barajas. Vado con le mie gambe, mi tiro dietro il mio bravo trolley, tengo lo zainetto sulle spalle ma fatemi uscire, fatemi sentire un uomo libero ogni tanto quando non vi costa nulla. Ah, già: i quattro euro…

La prima volta che sono tornato da Londra, dopo aver visto volare via il Volabus, mi sono impuntato e ci ho provato. Sono uscito dall’aeroporto a piedi. Oggi sono qui a raccontarlo, ma non so bene come è successo. Non è lunga ma bisogna fare un pezzo di rampa che da una parte va verso l’autostrada e dall’altra sfocia in via Cornigliano. La presenza dei pedoni non è prevista e probabilmente ho fatto qualcosa che non potevo fare. Ma quanto avrei voluto essere fermato dalla polizia, in quel momento.

24 March 2009

Una bufala di pizza

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No, dai, il titolo è troppo cattivo. La pizza dei Fratelli La Bufala non è una bufala. Era un po’ che volevo provare quella pizzeria di via Colombo e stasera è capitata l’occasione.

Il locale è veramente gradevole. Corrisponde forse a una tipologia più americana che italiana: è curiosa questa pizzeria di ritorno fatta in Italia da emigranti italiani che hanno lavorato bene e ora aprono in franchising un po’ ovunque, madrepatria compresa.
La scelta di puntare su prodotti tradizionali e di qualità è apprezzabile. Non solo pizze. Carne e mozzarella di bufala campana arrangiate in ricette non tradizionali ma non esageratamente estrose.

La pasta della pizza è più che onesta, anche se troppo morbida per i miei gusti. Io la preferisco un po’ più croccante. Ma intendiamoci, ce ne fossero in giro di pizze così.

È un’altra, a mio modesto parere, la cosa che non va. E la scrivo qui nello spirito di una critica costruttiva, visto che sono gli stessi titolari a invitare a farlo (scrivono sul sito: “qualsiasi suggerimento per il nostro miglioramento è sempre ben accetto”). Per me è inconcepibile che nella scelta delle pizze di una pizzeria che si presenta come vessillifera della tradizione gastronomica campana soltanto quattro, cinque pizze su una ventina abbiano il pomodoro pelato come ingrediente. Tutte le altre sono bianche e poche altre hanno pomodorini tipo pachino. Non dico che sia inaccettabile, perché comunque la scelta base delle pizze tradizionali (margherita, marinara e capricciosa) c’è. Però per me la pizza senza pomodoro (e senza una dose generosa di pomodoro, non quelle colorazioni tipo fondo tinta che si trovano spesso in pizzerie da quattro soldi) non conta. Può essere anche molto buona, ma a me non va di chiamarla pizza. E se vado in una pizzeria che vuole essere “verace” non mi sembra una bella cosa che il 70% della scelta di pizze non sia fatta di vere pizze.

Scusate la pizza :-)

4 March 2009

La privacy e altri bisogni

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C’è una cosa che sopporto sempre di meno e che sarò sempre meno disposto a sopportare in futuro: dover sempre dimostrare la mia identità e dettare i miei dati a chi li conosce benissimo e avrebbe modo di controllarli meglio di quanto possa fare io in molti casi.

Sono un cliente Vodafone e se entro in un negozio Vodafone voglio essere riconosciuto. Voglio che qualsiasi commesso tiri giù da un terminale tutto quello che sanno di me e che è utile a concludere il più presto possibile il nuovo acquisto. E invece no. Mi hanno spiegato che non è possibile. Ogni mese verso con la mia carta di credito il corrispettivo di un abbonamento a Vodafone, ma se entro in un negozio Vodafone per acquistare un cellulare devo dare nuovamente carta di identità, codice fiscale e… numeri di telefono.
“Ce li avete già questi dati”, ho detto alla commessa.
“Non posso vederli per la privacy: è come se facessimo un contratto con un nuovo cliente”.
“Ma se avete il permesso del cliente?”
“Non possiamo ugualmente”.

Ora, questo è assurdo e ipocrita. So benissimo che le aziende interessate si scambiano più o meno sottobanco le informazioni su di me che ritengono utile scambiarsi. Ma se queste stesse informazioni servono a rendermi la vita un po’ più facile, non contano. E provo davvero un senso di estraneità e di frustrazione a dover sempre dimostrare a un’entità impersonale, sia lo Stato o un’azienda qualsiasi, che io sono proprio io.

Ma la questione non è soltanto la comodità. Penso a tutte le cose utili che vengono bloccate da questa logica. Penso che le pubbliche amministrazioni non si scambiano i dati che mi riguardano per la stessa ragione, e questo spesso comporta disagi, perdite di tempo e di denaro non solo per me, ma per la collettività. Penso che se dimentico una scadenza per l’Ici o per un tributo non c’è nessuno che si premura di avvertirmi in tempo per non farmi pagare penali, quando sarebbe così semplice: ho un numero di cellulare e un indirizzo mail che può ricevere tutte le notifiche che sono necessarie.

Tutti questi disagi e soprattutto tutta questa mancata evoluzione perché devo essere difeso da qualcosa da cui non voglio essere difeso. Non mi importa dei miei dati, prendeteli, vendeteli a terzi, fateci la cresta, condividete con chiunque le informazioni che riguardano le mie abitudini di consumatore, il mio far parte di una comunità come cittadino, e se volete anche le mie idee, le mie opinionii. Ma non mi negate più i servizi che potreste darmi con il minimo sforzo e con vantaggio anche per voi. E soprattutto non fate gli gnorri: non fate finta di non conoscermi. Con quell’aria di “risposta esatta!” quando declino le mie generalità. Come se fossi bravo io a ricordarmele.

24 February 2009

È in arrivo lo spot sul binario sbagliato

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Sono veramente orgoglioso della mia Reggione che si ribella ai pannelli assordanti nelle stazioni. Chiunque abbia preso negli ultimi mesi un treno in una stazione abbastanza grande, oggi infestata dagli schermi che ciclano continuamente due o tre pubblicità e qualche trailer a volume infernale, può testimoniare quanto il risultato sia fastidioso. Dopo natale avevo già in mente di scrivere qualcosa in proposito. Non sugli aspetti legali, che ritengo ovvi: è giusto che pendolari, comuni e aziende regionali per l’ambiente controllino quali normative siano state violate. E se non ci sono violazioni riscriviamo le norme, perché un abuso così clamoroso non deve sussistere.

Voglio invece fare altre osservazioni sia a Trenitalia sia ai concessionari di pubblicità. Uno spot generalmente fa parte di una campagna pubblicitaria che prevede l’uso di diversi mezzi, dalla televisione alla radio, dai quotidiani alle affissioni. Da quando esiste la pubblicità in televisione gli altri mezzi si adeguano: cartelloni per strada e spazi sui giornali possono limitarsi a richiami puntuali delle “storie” illustrate compiutamente negli spot televisivi. Dal punto di vista del linguaggio pubblicitario non è un impoverimento, ma un gioco di rimandi e di rafforzamenti che aiuta la penetrazione del messaggio: chi conosce lo spot quando lo vede richiamato su un manifesto se lo ricorda, chi non lo conosce si incuriosisce e alla prima occasione in cui lo vedrà sul piccolo schermo avrà un motivo di attenzione in più. Perché questo gioco sia efficace è necessario che ogni mezzo giochi il suo ruolo e stia nel suo spazio (la pubblicità è sempre una questione di spazi) nel rispetto della natura di quello spazio.

Uno spot televisivo è pensato per essere diffuso in un’abitazione privata, o in un cinema. Non posso spararlo al massimo volume al pubblico di una stazione ferroviaria: non soltanto perché interferisco pesantemente con le azioni che la gente è abituata a fare in quella situazione, ma anche perché il messaggio non può essere recepito. I creativi che hanno lavorato a quello spot studiano i modi migliori per catturare l’attenzione di un telespettatore con in mano il telecomando. Se lo stesso spot viene imposto a una massa di viaggiatori di passaggio, che in quel momento ha necessità di porre attenzione ad altro, è matematico che risulterà troppo invasivo. Significa condannare quello spot (e il prodotto che pubblicizza) a una quota di odio che forse nei soli passaggi in televisione avrebbe potuto evitare.

Sì, mi metto dalla parte dei pubblicitari. Non perché non abbia a cuore le esigenze del consumatore, naturalmente. Ma sono convinto che in questo caso l’accordo per la vendita di quegli spazi pubblicitari, fatto senza alcun riguardo per i diritti dei viaggiatori, non abbia rispetto neanche per il lavoro dei pubblicitari. Esiste una possibilità in più di diffusione del messaggio? Allora va inserita nel piano dei mezzi nel momento in cui si crea la pubblicità: occorrerà declinare il messaggio tenendo conto di tutte le variabili in gioco con quel mezzo, con quel pubblico, con quella situazione.

13 November 2008

L’arca sharing di Noé

Filed under: il consumatore non consumato — alessandro @

petcar genova car sharingChi ricorda i quattro pilastri di cui avevo parlato quasi un anno fa, all’inizio della mia esperienza con il car sharing genovese? Una di queste regole aveva fatto particolarmente discutere, ed era il divieto di portare animali nelle vetture del servizio.
Ora non so se i responsabili di Genova Car Sharing sono capitati per caso su questo blog. Penso di no. Però mi fa ugualmente piacere sapere che hanno adottato una delle soluzioni venute fuori da quella discussione. Da ieri nel parcheggio di piazza Bandiera è in servizio la Pet Car, una grande punto sulla quale si possono trasportare animali domestici. Come avevamo immaginato, con l’aumento progressivo del parco macchine e degli abbonati una parte delle vetture comincia ad essere messa a disposizione anche per questa esigenza.

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