Cronachesorprese

22 maggio 2014

Bruxelles, abbiamo un problema

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Dopo aver fatto il consueto (e sempre ottimo per la scelta degli argomenti, la sintesi, la presentazione) sondaggio di Openpolis mi sento come in una navicella tra la terra e la luna senza la certezza assoluta di atterrare o di allunare. Qualcosa si è rotto nei collegamenti con i miei punti di riferimento principali e in una scala più grande di quella nazionale il problema si ingigantisce.

Ciò che mi rifiuto di fare è ciò che tutti i partiti italiani mi stanno chiedendo: dare valore di test nazionale a queste consultazioni. Io voglio decidere chi votare solamente in base alle questioni enormi che l’Unione Europea dovrà affrontare. Sono più o meno le 25 questioni scelte da Openpolis. Vorrei vedere un po’ più in primo piano le questioni etiche, che per me sono abbastanza dirimenti, ma è davvero difficile trovare una lista che appoggi le mie posizioni su questi temi e abbia anche idee di politica economica mediamente accettabili.

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Insomma, sono nel guado. Un’equidistanza dalle diverse posizioni abbastanza inedita per me. Mi consola che le stelle più lontane siano “le” cinque stelle. Almeno su quello ho le idee chiare: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Per il resto, meno male che ci sono le preferenze. Domenica mi prenderò il lusso vertiginoso di scordarmi i simboli e scegliere tra i candidati guardandoli negli occhi. Non sarà facile ugualmente, ma sarà più umano, razionale, avvincente.

26 febbraio 2013

Comincia la vera campagna elettorale

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Non scherziamo, dai. Qualcuno sta pensando davvero di stare più di sei, nove mesi con un Parlamento siffatto? Io mi deprimo al solo pensiero. Non c’è una maggioranza e non c’è la possibilità di formare un’alleanza programmatica. Niente di niente.
Io vedo una sola via di uscita decente e mi auguro di sentirla enunciare con sufficiente chiarezza e vigore da Bersani nell’imminente conferenza stampa. Un governo PD – M5S -Monti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e cambiare la legge elettorale. Il tutto con cortese sollecitudine e potremmo tornare alle urne anche a giugno. A settembre sarebbe già tempo perso.

I cinquestelle dicono che non vogliono fare “inciuci”? A parte che chi fa tanto il nuovo dovrebbe abolire questa parola orribile dalla faccia della terra, un accordo così non ha nulla di ambiguo e riprovevole. Non è vecchia politica, è un nuovissimo dribbling all’ennesima palude politico – istituzionale che si profila davanti ai nostri occhi. Potrebbero (forse) storcere il naso se si chiedesse loro di trovare un accordo sulla riforma del lavoro o della giustizia. Potrebbero sentirsi tirati per la giacca ed essere legittimamente sospettosi, perché nessuno di loro ha esperienza parlamentare. No, non si chiede niente di tutto questo. Si chiede di cambiare la legge elettorale.

Questa, direi loro, è un’offerta che non potete rifiutare. Perché dovreste essere oltremodo attratti dall’idea di cambiare in pochi mesi una legge che per anni tutti, anche quelli che l’hanno fatta, hanno criticato ma cedendo sempre ai veti incrociati parlamentari. Dareste uno schiaffo morale a tutte le altre forze politiche e forse aumentereste ancora il consenso oltre l’incredibile risultato ottenuto ieri. L’alternativa? Rassegnarvi a una lenta (forse neanche) e inevitabile erosione del consenso. Non raggiungerete mai più queste percentuali. Paghereste in primo luogo l’aver rifiutato un’offerta così: la possibilità di cambiare subito qualcosa di fondamentale per la democrazia secondo le vostre priorità e non volerlo fare. Preferire stare a osservare le difficoltà degli altri, che però si tramutano fatalmente in difficoltà per tutti per la mancanza di un governo che decida. E le decisioni da prendere sono tante, urgenti e drammatiche.

Non ho molto altro da dire e da analizzare finché qualcuno non riesce a convincermi che esiste un’alternativa che non faccia pagare all’Italia un prezzo esagerato, ancora più alto di quello che ha già pagato e sta pagando da almeno tre anni.

18 febbraio 2013

Dalla pancia delle stelle

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Ero presente alla tappa genovese dello Tsunami tour di Beppe Grillo. Volevo vedere la gente più che ascoltare nuovamente le proposte e le battute del Masaniello al pesto che ormai conosco a memoria. Volevo vedere in faccia e da vicino i suoi elettori. Mi sono buttato in mezzo a loro per auscultare meglio quella “pancia” di cui parlano tutti i giornali.

Ho scoperto da un altro punto di vista una cosa che sapevo già: quella pancia è un po’ anche la mia, e non potrebbe essere altrimenti. Perché se fosse diverso non se ne parlerebbe. il Movimento Cinque Stelle non sarebbe percepito come un pericolo dalle altre forze politiche. La pancia dei grillini è anche la mia, e non me ne vergogno. Sentirmi ricordare con un’ora e mezza di grida continue (ma come fa?) tutte le conseguenze tragiche (per molti) dei privilegi (di pochi) mi “muove”. Percepisco la forte mozione sui sentimenti di questa narrazione. Però io per mia costruzione sono abituato a scinderla dalla riflessione politica. Ne tengo conto, ma è un fattore come un altro, che pesa meno di altri.

Ho visto tanti giovanissimi. E tanti quaranta – cinquantenni un po’ dimessi, con un velo di malinconia negli occhi che non so descrivere. Di questi due grandi gruppi mi ha colpito il modo diverso di ridere alle battute.
I ragazzi ridono di gusto anche alle battute più note, agli appellativi ormai celebri che Grillo affibbia agli avversari. Questa risata ha una connotazione particolare, è un segnale, un tributo al leader, qualcosa che dice: il tuo popolo ti riconosce. Difficile da descrivere in modo più preciso.

I meno giovani ridono convintamente soltanto nei momenti più divertenti, quelli in cui rido anch’io perché Grillo è sempre Grillo. Quando parla di Monti che commenta le “critiche” (i due milioni di vaffa, traduce Grillo) al suo profilo Facebook; quando parla di come ha superato Berlusconi nel numero di denunce e del suo avvocato che all’ultima dice molto grillianamente: “io a questa non ce la faccio, non ce la faccio più”.
Questa è una risata di identificazione in qualcosa di rassicurante, in quel Grillo che ci ha fatto conoscere la televisione. Sarà un caso, ma gli anti-Berlusconi più iconici (Grillo, Santoro) sono prodotti eminenti della televisione, e come tali rassicurano il pubblico di riferimento qualsiasi cosa dicano e presentino, anche le verità più scomode. La malinconia dipende forse da questo: dalla consapevolezza istintiva di essere coinvolti da decenni da stili di narrazione opposti ma analoghi. Già si sa, da qualche parte dentro si intuisce che passare dall’uno all’altro non cambia davvero le cose.

Perché sempre di televisione si tratta. Sempre della sua potenza semplificatoria: Grillo usa la rete per amplificare semplificazioni di modello televisivo. Non possono esserci più dubbi su questo. Ieri ne ho avuta un’ulteriore conferma. Sembra incredibile che in tanti facciano così fatica a distinguere, nelle singole proposte del M5S, il piano etico da quello dei numeri. Alla domanda “dove prendiamo i soldi per misure come il reddito di cittadinanza” Grillo continua a proporre ricette fumose, che passano soltanto con il grimaldello della risata (“sono meravigliosi, chiedono a un genovese dove trova i soldi”) e dell’indignazione (“cominciamo con il tagliare i finanziamenti ai partiti”). I numeri per sostenere quella misura non ci sono. Nella situazione attuale sono irraggiungibili. Grillo lo sa, ma vende con una battuta la certezza opposta. Gioca sul discredito: se “loro” fanno questa obiezione vuol dire che hanno paura che “noi” realizziamo davvero un provvedimento così rivoluzionario. No, no: soltanto una forza che sa già di andare all’opposizione può proporre una roba insensata (non in assoluto, ma in questo momento storico) come il reddito di cittadinanza in Italia.

Grillo sta creando l’illusione, a mio parere molto pericolosa e truffaldina soprattutto nei confronti dei più giovani, che con il taglio dei costi della politica e delle rendite di tutte le caste si possa dare copertura a qualsiasi altra spesa. E chiaramente non è vero. Non può essere vero per una misura come il reddito di cittadinanza. E senza calcolare il fatto che tutte le proposte del Movimento Cinque Stelle fanno affidamento su questa specie di gallina dalle uova d’oro che è l’immolazione rituale del vitello grasso delle caste. Grillo ieri è stato molto fumoso su questo punto, ma tanto in piazza basta indicare, scolpire chiaramente il nemico in una caricatura e nessuno, tra un applauso e una risata, si attarda a farsi troppe domande.

In Italia ci sono circa due milioni e mezzo di disoccupati. A cinquecento euro al mese ci vorrebbero un miliardo e duecentocinquanta milioni al mese, ovvero quindici miliardi all’anno. Cinquecento euro sono naturalmente un reddito che salva ben poco della dignità del disoccupato. Ce ne vorrebbero mille (Grillo propone 900 – 1000 euro). Trenta miliardi all’anno.
Puoi dare la caccia a tutti gli sprechi, a tutti gli enti inutili, a tutte le note spese gonfiate dal Presidente della Camera all’ultimo dei consiglieri circoscrizionali della più remota periferia d’Italia: le risorse per quella misura non le trovi in questo modo. Puoi anche aggiungere tutte le risorse che attualmente impieghi per la cassa integrazione: siamo ancora ben lontani. Altre fonti come il recupero dall’evasione non sono certe e non puoi farci affidamento, non per una misura così incisiva. Sarebbe un po’ come pretendere di pagare il mutuo ogni mese regolarmente chiedendo monetine ai semafori, come dice il mio amico D.

Il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato di voler fare cose buone e di essere in grado di farle. La creazione del fondo per il microcredito con le decurtazioni degli stipendi degli onorevoli siciliani eletti nella loro lista è un’ottima iniziativa. Hanno fatto vedere che si possono fare cose dimostrative e costruttive insieme. Niente da dire, tanto di cappello. Ma se questo piccolo patrimonio di credibilità lo rilanciano tutto sull’improbabile e sull’impossibile per massimizzare il voto di protesta non fanno niente di buono.

Grillo può permettersi di fare proposte irrealizzabili perché sa già che non governerà. Ma quei ragazzi che ieri riempivano piazza De Ferrari a Genova, e che lo adorano, che vedono in lui una vera speranza di cambiamento e di futuro per loro, si meriterebbero qualcosa di più.

13 febbraio 2013

Openpolis, o del “meno lontano”

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Come cinque anni fa ho fatto il sondaggio di Openpolis. Anche questa volta l’ho trovato ben fatto e accurato. Il risultato rispecchia abbastanza fedelmente il mio attuale orientamento di voto.

Buono il mix degli argomenti nelle 25 domande proposte. A pensarci i temi di questa campagna elettorale sono (o dovrebbero essere) interessanti e di facile comprensione. Peccato che il dibattito come al solito si polarizzi su polemiche inutili. I notabili che parlano tra loro.
Delle 15 liste elettorali proposte nel sondaggio 12 hanno risposto direttamente a Openpolis, quindi il “match” tra l’opinione di chi fa il sondaggio e le liste è scientifico. Non hanno risposto direttamente Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Futuro e Libertà.

Come cinque anni fa ribadisco che mi piacerebbero sondaggi ancora più specifici, in cui non sia scontato identificare subito la corrispondenza tra liste e posizioni. E poi mi piacerebbe che il sondaggio fosse permanente e cambiasse a seconda di come cambia il quadro politico e di quali questioni vengono alla ribalta.

8 maggio 2012

Elezioni a Genova: dopo il primo turno

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Voti al sindaco
Voti alle liste

Il risultato del Movimento Cinque Stelle è “la” sorpresa. Non avevo dubbi che avrebbe fatto bene, ma pensavo che non sarebbe andato oltre l’otto, il dieci per cento al massimo, e mi sembrava già molto. Ora è il secondo partito, anche se non vorrà mai essere chiamato partito. Ma dovrà fare i conti con le gioie e i dolori dell’essere forza politica rappresentativa dalla quale i cittadini si aspettano soluzioni e risposte. In bocca al lupo, sinceramente.

Doria ha un vantaggio più che rassicurante. La previsione che facevo su una possibile alleanza vincente al secondo turno tra Musso e Vinai era sbagliata: troppi i voti al Cinquestelle, troppa astensione e troppa polverizzazione sugli altri candidati. Vinai inoltre ieri sera ha fatto dichiarazioni non proprio accomodanti. Penso che se i numeri fossero stati diversi non sarebbe stato così duro a marcare le differenze con l’ex alleato: per come è messa invece ora la sua lista, a Genova e in tutta Italia, non è tempo di strizzare l’occhio ma di leccarsi le ferite.

La chiave di eventuali e improbabili ribaltamenti al secondo turno sta nel voto disgiunto. Il candidato del centrosinistra ha circa diecimila voti in meno delle liste che lo sostengono. Dove sono andati? Penso in gran parte al Cinque Stelle (Putti ha quattromila voti in più rispetto alla sua lista), e quelli potrebbero rientrare; ma in parte, pare, anche a Musso (più diecimila), e quelli rimarranno dove sono. Se Musso ha dimostrato nel primo turno una buona capacità attrattiva di voti disgiunti potrebbe aggregare al secondo gli asteroidi dispersi, che insieme fanno una massa non indifferente (tredicimila voti circa). E ci sono poi i dodicimila voti al candidato della Lega Rixi: difficile se non impossibile che vadano a Doria.

L’astensionismo ha pesato molto sugli equilibri del primo turno e peserà ancora di più sul secondo, riducendo il valore assoluto del punto percentuale e avvicinando un poco i due contendenti. Vedo in giro delusione per il buon risultato di Doria: molti pensano che questa città non voglia cambiare, e probabilmente diserteranno le urne tra due settimane. Gli stessi grillini, una volta assicurato il risultato in consiglio al loro rappresentante, non avranno molto interesse ad andare a rafforzare i titolari della vecchia politica, a parte gli elettori, di cui si è detto, che hanno già votato insieme a Putti sindaco un candidato collegato a Doria. Ma che sono solo una piccola parte degli oltre trentaseimila voti intercettati da Putti.

Intanto pesa sulle elezioni, e sul futuro della città, l’attentato di ieri mattina all’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare. Vorrei pensare che non ha niente a che fare con il malcontento che c’è in giro, e tutti hanno sottolineato l’anomalia dell’obiettivo rispetto alle urgenze sociali del momento. Ma il clima non è bello, proprio no.

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