Cronachesorprese

30 novembre 2016

Al referendum costituzionale voto no

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Sarò un “ottimista” (e ci può stare) o un “ingenuo” come mi hanno detto (e questo no, non ci può stare), ma per una riforma costituzionale io mi prendo il lusso di non pensare alle contingenze politiche ed economiche. L’impasse istituzionale di questa legislatura è un conto (questo sì che va considerato), le scelte del governo e i rapporti di forza attuali in parlamento sono un altro conto. Penso sinceramente che ci siano buone ragioni per votare sì e altrettante buone ragioni per votare no. I principali problemi che vedo sono tre.

1 - Il superamento del bicameralismo perfetto è opportuno, lo penso dai tempi della Bicamerale. Ed è il motivo principale per il quale ho pensato a lungo, ho letto molti articoli e vagliato opinioni diverse prima di decidere. “Non perderemo un’occasione storica e irripetibile?”, mi sono domandato. La risposta che mi dò oggi è no: possiamo raggiungere questo obiettivo in tempi ragionevoli e seguendo un percorso migliore, con un accordo più ampio tra le forze politiche. Penso che il dibattito per questo referendum sia stato positivo perché ha fatto maturare nella maggioranza degli elettori (anche di quelli che voteranno no) la consapevolezza di dover cambiare. Consapevolezza che non era stata raggiunta in occasione delle ultime proposte di revisione costituzionale. Ma va giocata nella prossima legislatura, dopo una campagna elettorale incentrata anche su questi temi. La chiarezza su questo fattore sarà il criterio fondamentale in base al quale deciderò per chi votare alle prossime politiche. Sicuramente il Senato come è previsto dalla riforma attuale non mi piace: meglio abolirlo del tutto, così mi sembra solo fattore di confusione e inefficace come contrappeso.

2 - Il referendum mette insieme questioni diverse che dovevano essere divise in più schede, perché non c’è alcuna organicità tra la riforma delle due camere, la riforma del referendum, l’abolizione del cnel. Al massimo posso concedere che cambiare i metodi di elezione del presidente della repubblica e dei membri della corte costituzionale sia collegato alla riforma delle camere, ma non è proprio rigoroso neanche questo collegamento

3 - A me la riforma del titolo V del 2001 piaceva e non vedo motivi per eutanasizzarla dopo soli 15 anni. Non mi piace soprattutto la direzione centralista che si prende: è proprio una marcia indietro rispetto al 2001. Non penso che le regioni nel nuovo senato avranno più peso, penso che ne avranno di meno e penso che i territori faranno fatica a far sentire la propria voce e a incidere sulle scelte del governo. L’attuale Conferenza delle Regioni forse è più efficace: è peraltro una sede in cui spesso le regioni superano le divisioni politiche e fanno prevalere le necessità imposte dall’attività amministrativa.

Come mi succede spesso, mi sento fuori dal dibattito. Mi sembra che i sostenitori del sì come i sostenitori del no perdano tempo dietro a questioni inessenziali. I primi sui risparmi che si possono realizzare: non sono così importanti da pesare sulla scelta del voto e sono un cedimento a una deriva demagogica che non mi piace, la rappresentanza ha un costo, se per togliere costi devo indebolire la rappresentanza preferisco tenere i costi. I secondi sul valore dell’elezione dei nuovi senatori: a me un’elezione di secondo grado per un senato così configurato starebbe benissimo, non è certo un problema. Sono proprio i compiti e i poteri di quello che dovrebbe essere il nuovo Senato che non mi convincono.

Ma ripeto, sono stato molto indeciso fino a ieri. La mia posizione è solo un calcolo costi benefici. Può darsi che sia un calcolo sbagliato, nel caso vinca il sì spero che lo sia. Io oggi scommetto su questo: bocciare la riforma oggi per farne una migliore in tempi ragionevoli, nella prossima legislatura, con un chiaro mandato elettorale per farlo.

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22 maggio 2014

Bruxelles, abbiamo un problema

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Dopo aver fatto il consueto (e sempre ottimo per la scelta degli argomenti, la sintesi, la presentazione) sondaggio di Openpolis mi sento come in una navicella tra la terra e la luna senza la certezza assoluta di atterrare o di allunare. Qualcosa si è rotto nei collegamenti con i miei punti di riferimento principali e in una scala più grande di quella nazionale il problema si ingigantisce.

Ciò che mi rifiuto di fare è ciò che tutti i partiti italiani mi stanno chiedendo: dare valore di test nazionale a queste consultazioni. Io voglio decidere chi votare solamente in base alle questioni enormi che l’Unione Europea dovrà affrontare. Sono più o meno le 25 questioni scelte da Openpolis. Vorrei vedere un po’ più in primo piano le questioni etiche, che per me sono abbastanza dirimenti, ma è davvero difficile trovare una lista che appoggi le mie posizioni su questi temi e abbia anche idee di politica economica mediamente accettabili.

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Insomma, sono nel guado. Un’equidistanza dalle diverse posizioni abbastanza inedita per me. Mi consola che le stelle più lontane siano “le” cinque stelle. Almeno su quello ho le idee chiare: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Per il resto, meno male che ci sono le preferenze. Domenica mi prenderò il lusso vertiginoso di scordarmi i simboli e scegliere tra i candidati guardandoli negli occhi. Non sarà facile ugualmente, ma sarà più umano, razionale, avvincente.

26 febbraio 2013

Comincia la vera campagna elettorale

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Non scherziamo, dai. Qualcuno sta pensando davvero di stare più di sei, nove mesi con un Parlamento siffatto? Io mi deprimo al solo pensiero. Non c’è una maggioranza e non c’è la possibilità di formare un’alleanza programmatica. Niente di niente.
Io vedo una sola via di uscita decente e mi auguro di sentirla enunciare con sufficiente chiarezza e vigore da Bersani nell’imminente conferenza stampa. Un governo PD – M5S -Monti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e cambiare la legge elettorale. Il tutto con cortese sollecitudine e potremmo tornare alle urne anche a giugno. A settembre sarebbe già tempo perso.

I cinquestelle dicono che non vogliono fare “inciuci”? A parte che chi fa tanto il nuovo dovrebbe abolire questa parola orribile dalla faccia della terra, un accordo così non ha nulla di ambiguo e riprovevole. Non è vecchia politica, è un nuovissimo dribbling all’ennesima palude politico – istituzionale che si profila davanti ai nostri occhi. Potrebbero (forse) storcere il naso se si chiedesse loro di trovare un accordo sulla riforma del lavoro o della giustizia. Potrebbero sentirsi tirati per la giacca ed essere legittimamente sospettosi, perché nessuno di loro ha esperienza parlamentare. No, non si chiede niente di tutto questo. Si chiede di cambiare la legge elettorale.

Questa, direi loro, è un’offerta che non potete rifiutare. Perché dovreste essere oltremodo attratti dall’idea di cambiare in pochi mesi una legge che per anni tutti, anche quelli che l’hanno fatta, hanno criticato ma cedendo sempre ai veti incrociati parlamentari. Dareste uno schiaffo morale a tutte le altre forze politiche e forse aumentereste ancora il consenso oltre l’incredibile risultato ottenuto ieri. L’alternativa? Rassegnarvi a una lenta (forse neanche) e inevitabile erosione del consenso. Non raggiungerete mai più queste percentuali. Paghereste in primo luogo l’aver rifiutato un’offerta così: la possibilità di cambiare subito qualcosa di fondamentale per la democrazia secondo le vostre priorità e non volerlo fare. Preferire stare a osservare le difficoltà degli altri, che però si tramutano fatalmente in difficoltà per tutti per la mancanza di un governo che decida. E le decisioni da prendere sono tante, urgenti e drammatiche.

Non ho molto altro da dire e da analizzare finché qualcuno non riesce a convincermi che esiste un’alternativa che non faccia pagare all’Italia un prezzo esagerato, ancora più alto di quello che ha già pagato e sta pagando da almeno tre anni.

18 febbraio 2013

Dalla pancia delle stelle

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Ero presente alla tappa genovese dello Tsunami tour di Beppe Grillo. Volevo vedere la gente più che ascoltare nuovamente le proposte e le battute del Masaniello al pesto che ormai conosco a memoria. Volevo vedere in faccia e da vicino i suoi elettori. Mi sono buttato in mezzo a loro per auscultare meglio quella “pancia” di cui parlano tutti i giornali.

Ho scoperto da un altro punto di vista una cosa che sapevo già: quella pancia è un po’ anche la mia, e non potrebbe essere altrimenti. Perché se fosse diverso non se ne parlerebbe. il Movimento Cinque Stelle non sarebbe percepito come un pericolo dalle altre forze politiche. La pancia dei grillini è anche la mia, e non me ne vergogno. Sentirmi ricordare con un’ora e mezza di grida continue (ma come fa?) tutte le conseguenze tragiche (per molti) dei privilegi (di pochi) mi “muove”. Percepisco la forte mozione sui sentimenti di questa narrazione. Però io per mia costruzione sono abituato a scinderla dalla riflessione politica. Ne tengo conto, ma è un fattore come un altro, che pesa meno di altri.

Ho visto tanti giovanissimi. E tanti quaranta – cinquantenni un po’ dimessi, con un velo di malinconia negli occhi che non so descrivere. Di questi due grandi gruppi mi ha colpito il modo diverso di ridere alle battute.
I ragazzi ridono di gusto anche alle battute più note, agli appellativi ormai celebri che Grillo affibbia agli avversari. Questa risata ha una connotazione particolare, è un segnale, un tributo al leader, qualcosa che dice: il tuo popolo ti riconosce. Difficile da descrivere in modo più preciso.

I meno giovani ridono convintamente soltanto nei momenti più divertenti, quelli in cui rido anch’io perché Grillo è sempre Grillo. Quando parla di Monti che commenta le “critiche” (i due milioni di vaffa, traduce Grillo) al suo profilo Facebook; quando parla di come ha superato Berlusconi nel numero di denunce e del suo avvocato che all’ultima dice molto grillianamente: “io a questa non ce la faccio, non ce la faccio più”.
Questa è una risata di identificazione in qualcosa di rassicurante, in quel Grillo che ci ha fatto conoscere la televisione. Sarà un caso, ma gli anti-Berlusconi più iconici (Grillo, Santoro) sono prodotti eminenti della televisione, e come tali rassicurano il pubblico di riferimento qualsiasi cosa dicano e presentino, anche le verità più scomode. La malinconia dipende forse da questo: dalla consapevolezza istintiva di essere coinvolti da decenni da stili di narrazione opposti ma analoghi. Già si sa, da qualche parte dentro si intuisce che passare dall’uno all’altro non cambia davvero le cose.

Perché sempre di televisione si tratta. Sempre della sua potenza semplificatoria: Grillo usa la rete per amplificare semplificazioni di modello televisivo. Non possono esserci più dubbi su questo. Ieri ne ho avuta un’ulteriore conferma. Sembra incredibile che in tanti facciano così fatica a distinguere, nelle singole proposte del M5S, il piano etico da quello dei numeri. Alla domanda “dove prendiamo i soldi per misure come il reddito di cittadinanza” Grillo continua a proporre ricette fumose, che passano soltanto con il grimaldello della risata (“sono meravigliosi, chiedono a un genovese dove trova i soldi”) e dell’indignazione (“cominciamo con il tagliare i finanziamenti ai partiti”). I numeri per sostenere quella misura non ci sono. Nella situazione attuale sono irraggiungibili. Grillo lo sa, ma vende con una battuta la certezza opposta. Gioca sul discredito: se “loro” fanno questa obiezione vuol dire che hanno paura che “noi” realizziamo davvero un provvedimento così rivoluzionario. No, no: soltanto una forza che sa già di andare all’opposizione può proporre una roba insensata (non in assoluto, ma in questo momento storico) come il reddito di cittadinanza in Italia.

Grillo sta creando l’illusione, a mio parere molto pericolosa e truffaldina soprattutto nei confronti dei più giovani, che con il taglio dei costi della politica e delle rendite di tutte le caste si possa dare copertura a qualsiasi altra spesa. E chiaramente non è vero. Non può essere vero per una misura come il reddito di cittadinanza. E senza calcolare il fatto che tutte le proposte del Movimento Cinque Stelle fanno affidamento su questa specie di gallina dalle uova d’oro che è l’immolazione rituale del vitello grasso delle caste. Grillo ieri è stato molto fumoso su questo punto, ma tanto in piazza basta indicare, scolpire chiaramente il nemico in una caricatura e nessuno, tra un applauso e una risata, si attarda a farsi troppe domande.

In Italia ci sono circa due milioni e mezzo di disoccupati. A cinquecento euro al mese ci vorrebbero un miliardo e duecentocinquanta milioni al mese, ovvero quindici miliardi all’anno. Cinquecento euro sono naturalmente un reddito che salva ben poco della dignità del disoccupato. Ce ne vorrebbero mille (Grillo propone 900 – 1000 euro). Trenta miliardi all’anno.
Puoi dare la caccia a tutti gli sprechi, a tutti gli enti inutili, a tutte le note spese gonfiate dal Presidente della Camera all’ultimo dei consiglieri circoscrizionali della più remota periferia d’Italia: le risorse per quella misura non le trovi in questo modo. Puoi anche aggiungere tutte le risorse che attualmente impieghi per la cassa integrazione: siamo ancora ben lontani. Altre fonti come il recupero dall’evasione non sono certe e non puoi farci affidamento, non per una misura così incisiva. Sarebbe un po’ come pretendere di pagare il mutuo ogni mese regolarmente chiedendo monetine ai semafori, come dice il mio amico D.

Il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato di voler fare cose buone e di essere in grado di farle. La creazione del fondo per il microcredito con le decurtazioni degli stipendi degli onorevoli siciliani eletti nella loro lista è un’ottima iniziativa. Hanno fatto vedere che si possono fare cose dimostrative e costruttive insieme. Niente da dire, tanto di cappello. Ma se questo piccolo patrimonio di credibilità lo rilanciano tutto sull’improbabile e sull’impossibile per massimizzare il voto di protesta non fanno niente di buono.

Grillo può permettersi di fare proposte irrealizzabili perché sa già che non governerà. Ma quei ragazzi che ieri riempivano piazza De Ferrari a Genova, e che lo adorano, che vedono in lui una vera speranza di cambiamento e di futuro per loro, si meriterebbero qualcosa di più.

13 febbraio 2013

Openpolis, o del “meno lontano”

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Come cinque anni fa ho fatto il sondaggio di Openpolis. Anche questa volta l’ho trovato ben fatto e accurato. Il risultato rispecchia abbastanza fedelmente il mio attuale orientamento di voto.

Buono il mix degli argomenti nelle 25 domande proposte. A pensarci i temi di questa campagna elettorale sono (o dovrebbero essere) interessanti e di facile comprensione. Peccato che il dibattito come al solito si polarizzi su polemiche inutili. I notabili che parlano tra loro.
Delle 15 liste elettorali proposte nel sondaggio 12 hanno risposto direttamente a Openpolis, quindi il “match” tra l’opinione di chi fa il sondaggio e le liste è scientifico. Non hanno risposto direttamente Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Futuro e Libertà.

Come cinque anni fa ribadisco che mi piacerebbero sondaggi ancora più specifici, in cui non sia scontato identificare subito la corrispondenza tra liste e posizioni. E poi mi piacerebbe che il sondaggio fosse permanente e cambiasse a seconda di come cambia il quadro politico e di quali questioni vengono alla ribalta.

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