Cronachesorprese

13 settembre 2017

Legge Fiano, prove di deideologizzazione dell’antifascismo

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

Ritengo giusta la proposta di legge Fiano contro la propaganda fascista che oggi è passata alla Camera, spero che possa concludere l’iter entro la fine della legislatura senza altri incidenti, magari con qualche precisazione in più che tolga le scuse a chi in queste ore sta facendo osservazioni tra l’ironico e il surreale che non colgono il cuore della questione.
Non era necessaria perché la legge contro l’apologia del fascismo c’è già? Peccato che non venga applicata. Questa focalizzazione sulla propaganda forse servirà a cominciare un lavoro mai fatto. E se non accadrà sarà un’altra occasione perduta, ma le occasioni perdute non devono distogliere da ciò che è giusto. Non siamo mai riusciti a farlo? Non c’è nessun motivo per non riprovarci.

La questione è eminentemente simbolica, e di conseguenza educativa. Spiace dirlo, ma la mia generazione non è stata capace di insegnare a sufficienza e nel modo giusto il rispetto dei valori della Costituzione. E quella prima ha fatto un errore ancora più tragico: ha permesso che il contrasto alla propaganda fascista diventasse nella narrazione pubblica una questione di parte, cosa che non è. Per una latitanza colpevole si è permessa la strumentalizzazione ideologica dell’antifascismo. Si è permesso che molti lo percepissero non come valore fondativo comune ma come lotta di una parte politica su un’altra parte politica. Si è permesso che una parte politica potesse chiamare a proprio piacimento “fascista” tutto ciò che non era in linea con la sua visione del mondo. Si è permesso l’antifascismo del “doppio standard”, insomma. E invece il ripudio del fascismo esplicito, senza distinguo, senza opportunismi ma rigorosamente circoscritto a quella esperienza storica che chiamiamo fascismo dovrebbe essere un patrimonio di tutti, non di una parte. Di tutti quelli che si riconoscono nei valori costituzionali. Se fosse così, la strumentalizzazione dell’antifascismo sarebbe impossibile. Se oggi la legge Fiano appare molto opportuna è in conseguenza di un fallimento educativo di cui tutti siamo responsabili. E allora prendiamoci la responsabilità, come collettività, di provare a cominciare daccapo.

Non c’è simmetria possibile con altri simboli di altre ideologie. Certo, è davvero difficile trovare dei simboli politici che siano stati riferimento a livello di massa nel novecento e che non evochino qualche tragedia. Ma la nostra Repubblica è nata dalla lotta a quel regime, a quella ideologia. Quindi SOLO il richiamo al simbolismo di QUEL regime deve essere sanzionato specificamente come contrario al patto fondativo della nostra comunità nazionale, e come inopportuno e insultante in una dimensione pubblica. Chi pensa che questa sia una considerazione di parte è decisamente fuori strada. Io mi sento di dirlo chiaro perché nessuno può tacciarmi di simpatie per “gli altri”, e vorrei che anche tutti “gli altri” però lo dicessero chiaro, senza ipocrisie. La cosa davvero sconfortante è che nel 2017 queste considerazioni vengano lette come partigianerie. Ed è ancora più sconfortante che non ci sia oggi una sola voce nel centrodestra che non veda la necessità di smarcarsi da certe pastoie. E che questo silenzio sia dovuto alla necessità di preservare patti di non belligeranza non scritti e a calcoli elettoralistici non è solo sconfortante, è anche preoccupante.

In quanto questione fondativa, il ripudio del fascismo non è mai vecchio e inattuale. Lo diventerà forse quando passeremo attraverso un’altra guerra o un altro evento traumatico simile all’ultima guerra, un evento che costringa a riscrivere le regole della convivenza civile. Quindi ovviamente spero che non invecchi mai. Per lo stesso motivo il benaltrismo è fuori luogo. Certamente ci sono cose più urgenti da discutere oggi in parlamento, ma l’educazione ai valori civici è sempre un’urgenza e se aspettiamo che non ci siano questioni più urgenti non la affronteremo mai.

Qualcuno parla di attentato alla libertà di pensiero e di opinione. Non è così. La legge punisce comportamenti molto precisi, molto specifici, che sono a tutti gli effetti vilipendio alla Repubblica e alla Costituzione. Non c’è alcun rischio di estensione arbitraria della norma. Chi fa il saluto romano, chi inneggia a Mussolini e al fascismo in un contesto pubblico come una manifestazione o una cerimonia, o in un luogo aperto al pubblico come una spiaggia demaniale in concessione, chi della propaganda fascista fa un’attività economica attraverso il merchandising, chi mette in atto uno di questi comportamenti o altri simili sputa sulla Costituzione e deve sapere che lo fa a rischio di una sanzione e con la disapprovazione dell’intera comunità nazionale. Naturalmente non sono punibili comportamenti spiccioli e interstiziali, ciò che può avvenire in una tavolata al ristorante, che so. Dovrebbero bastare il buon gusto e la cultura media per non vederli più, ma sembra che il deterioramento della cultura storica sia ormai inoltrato su una brutta china.

Resta inteso (ma dalle obiezioni che leggo in giro sembra di no) che il divieto di propaganda non ha nulla a che fare con le valutazioni storiche, con l’indagine storica su un ventennio di attività di governo e amministrativa italiana. Quello è un altro livello. Non si può fare un bilancio di “pro e contro” mettendo su un piatto della bilancia il manganello e l’olio di ricino e sull’altro piatto ciò che il fascismo ha fatto per garantirsi il consenso sociale. A parte che sono due grandezze disomogenee (per dire, mi rubi la macchina, ” sì, però” la usi per accompagnare le vecchiette a fare la spesa, ma scusa se ti meno lo stesso quando ti becco eh), senza un adeguato preambolo questi ragionamenti non li sto neanche a sentire. PRIMA facciamo fuori dalla piazza politica tutti i simboli fascisti, che influiscono attivamente sulla coscienza dell’appartenenza alla comunità, e POI facciamo tutte le valutazioni storiche su tutto ciò che è stato fatto nel ventennio. Perché se PRIMA non si esclude l’appello al simbolo, la valutazione storica rimane ambigua, pelosa, funzionalizzabile a un revisionismo politico, non storico. E nessun italiano con un minimo di coscienza e di cultura storica dovrebbe essere disponibile a questo tipo di revisionismo.

Non concordo invece con la “damnatio memoriae” dei monumenti, non concordo con la proposta dello stesso Fiano di abradere la scritta “Dux” dall’obelisco del Foro Italico o cose simili. Questo sarebbe davvero fuori tempo massimo: quei monumenti non sono propaganda attiva, sono testimonianza di un periodo storico. In quanto tali, anzi, servono alla coscienza collettiva a misurare la distanza, il cammino percorso. Possono servire insomma proprio contro la propaganda. Da un punto di vista strettamente artistico, se quel monumento è vincolato dalla Soprintendenza lo è integralmente. Un conto sono le aggiunte posticce di simboli su manufatti preesistenti (e quelle sono state tolte, generalmente), un altro conto i monumenti progettati e costruiti in base a un programma concettuale e iconografico. Però Fiano ha detto anche che è contrario all’abbattimento dei monumenti, quindi le liste sui social di edifici di epoca fascista che sarebbero da demolire, che molti spiattellano polemicamente sui social, valgono solo come boutade.

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27 giugno 2017

L’ora di Charlie

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L’ora di Charlie è l’ora in cui l’umano segna una sconfitta, scende un gradino che non si doveva scendere. Lo dice molto bene Enzo Pennetta sintetizzando in sei punti questo passaggio. Pennetta non lo seguo quando parla di evoluzione, ma quando parla di tecnocrazia è degno di lettura.

Avete notato l’assordante silenzio dei quotidiani italiani? Non dico che non ne abbiano parlato, qualche articolo qua e là è apparso. Ma provate a fare la proporzione con altri casi recenti. Il buon Corrierone oggi si è sforzato, così come Il Fatto quotidiano. Invece su Repubblica ancora niente. Massì, vedrai che qualcosa stanno preparando anche loro, giusto per non “bucare”. Ma questa storia non riempirà le prime pagine dei giornali come qualche mese fa la storia di Dj Fabo. Non ditemi che viene trattata con il giusto rilievo. È una vicenda che potrebbe avere conseguenze capitali in tutta Europa e viene quasi silenziata.

La richiesta di una famiglia di provare a curare con un protocollo sperimentale un bambino affetto da una malattia rara, e comunque assisterlo fino all’ultimo senza staccare i macchinari che lo tengono in vita, sta per essere negata da un ospedale pediatrico in solido con uno Stato. Lo Stato si sovrappone, si sostituisce alla patria potestà come nei casi in cui i genitori non sono in grado di provvedere all’accudimento minimo del figlio. In altre parole, lo Stato pretende di dire che se i genitori non riescono ad accettare che per quel bambino è meglio morire che provare a vivere, non sono buoni genitori. Ognuno è in grado di calcolare le gravissime conseguenze di questa storia, se questo principio dovesse essere applicato altre volte.

Ma i grandi media tacciono o sottovalutano. E a Strasburgo fino a ieri hanno temporeggiato sperando che Charlie togliesse il disturbo prima della loro decisione, traendoli d’impiccio. Una vigliaccheria disgustosa, ripugnante. Ma poiché Charlie proprio non ne vuole sapere di togliersi di mezzo, allora i grandi giudici hanno rotto gli indugi e hanno emesso il loro trillo, il loro tragicomico peto, un po’ nascosti per vedere l’effetto che fa. Charlie deve morire quando lo diciamo noi. I genitori non contano. L’esistenza di un protocollo sperimentale (non riconosciuto in UK, ma santiddio, è un protocollo sperimentale) non conta. Cosa conta? Creare un precedente “utile” ad altro, mi sembra evidente, facendo credere che è per un sentimento di pietà, come si farebbe per un cagnolino. Ecco, da stasera non mi rompete più con storie pietose di cuccioli, grazie.

I grandi media fanno il gioco di questa disumanità che assedia ogni lacerto di buon senso. No, non vedrete titoli a nove colonne ed editorialoni chilometrici per Charlie Gard sui giornali italiani, e ne vedrete pochini anche nel resto d’Europa, solo in Inghilterra la storia ha avuto il giusto spazio. Al di qua della Manica vedrete solo qualche notizia freddina, anonima. E allora non rompetemi più le palle con l’orso del Trentino, con il cane Iceberg, con i cuccioli di foca. O stasera, domani mi parlate di Charlie, mi informate come si deve su questa gravissima ingerenza dello Stato e della Corte Europea nel rapporto tra un bambino e i suoi genitori, o da domani skipperò senza pietà qualsiasi notizia di maltrattamento di animali, e sa il cielo quanto mi rendano triste anche queste storie. Non mi educherete mai, adescandomi dalle vostre fottute finestrelle in home page, a mettere sullo stesso piano la pietà per un cucciolo e la dignità umana del malato.

Una volta di più penso che chi opera queste selezioni così energiche sui fatti da raccontare non possa vantare nessuna neutralità. Non è neutrale non parlare, o parlare poco, di Charlie Gard: è solo paura, è solo vigliaccheria, ed è una dannatissima scelta di campo a favore della progressiva ridefinizione del concetto stesso di diritto che a ogni nuovo step mi sembra sempre meno a misura d’uomo. In alcuni casi si spara in prima pagina per settimane un ambiguo, controverso “diritto a morire”, in altri casi si relega in notiziole di poche righe per mesi l’indiscutibile, sacrosanto diritto a provare a vivere. Chi lavora nell’informazione e pensa che questo sia dare il giusto peso alle notizie può dire quello che vuole, ma non può pretendere patenti di neutralità e obiettività.

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26 giugno 2017

Elezioni a Genova: ballottaggio

Filed under: cronache,dichiarazioni di voto — alessandro @

Se avessi voluto scommettere dieci euro sul vincitore non so se avrei puntato su Bucci, anche dopo l’ottimo risultato al primo turno. L’astensione troppo elevata consigliava di non essere troppo categorici sul ballottaggio.

Ma alla fine il dato di affluenza a Genova è buono, se confrontato con il primo turno: solo un 6% in meno. Naturalmente i votanti due settimane fa erano già pochissimi, quindi restano pochi anche quelli di ieri. Però solo un 6% in meno nel ballottaggio significa che quasi tutti quelli che hanno votato al primo turno hanno votato anche al secondo. Poi non è neanche così, c’è stato probabilmente almeno un piccolo recupero sull’astensione da parte dei due candidati, mentre altri che al primo turno hanno votato per candidati che non sono arrivati al ballottaggio non sono tornati alle urne.

Il raffronto con i risultati delle liste al primo turno offre una coincidenza suggestiva: i 15.000 voti in più di Crivello *sembrano* la somma dei consensi raccolti da Putti e Merella. Non sarà così, ma ho la sensazione che Crivello abbia avuto la migliore performance tra quelli che non hanno votato per lui al primo turno, e l’apparentamento con Merella non bastava certo a garantirlo. Però poteva vincere soltanto andando a pescare nell’enorme serbatoio degli astenuti, dove c’erano (e dove sono rimasti) molti voti di sinistra, molti di più di quelli che al primo turno hanno votato per altri candidati. Evidentemente non c’è riuscito, ma non solo: è avvenuto in misura minima, trascurabile, ed è questa la prima cosa davvero sorprendente e la prima causa della sua sconfitta. La seconda è che i 24.000 voti che Bucci ha guadagnato rispetto al primo turno si spiegano soltanto con una infusione massiccia dai cinque stelle, nonostante i forzati proclami di equidistanza da parte dei loro esponenti principali. E questo smentisce un altro dato che molti hanno sempre preso per buono, e cioé che l’elettore M5S genovese sia più affine alla sinistra che alla destra.

A questo giro ho votato per Crivello, primo turno compreso. Confermo la mia tradizione negativa: per le comunali non ho mai votato un candidato vincente :-)
Ero tutt’altro che entusiasta di questa scelta, come si può immaginare. Ma sono sinceramente preoccupato dell’involuzione del centrodestra, e oggi faccio molta fatica a votarlo. In questa coalizione Lega e Fratelli d’Italia hanno troppo peso. La grande speranza che avevo negli anni novanta e fino a dieci-dodici anni fa di vedere finalmente in Italia un centrodestra nuovo, europeo, senza alcun legame con un passato impresentabile sta sfumando. Non ho nessuna affinità, nessun legame con l’elettore medio della Lega di Salvini e di Fratelli d’italia della Meloni. È proprio l’elettore che non mi piace, ancora prima dei leader, posto che comunque Bossi, in confronto a Salvini, avrebbe potuto passare per un fine statista, e il confronto Fini – Meloni è ancora più impietoso. No, è proprio l’elettore che non ha niente a che fare con me. Razzista, ignorante di storia (al livello di “ma vediamo anche cosa ha fatto di buono Mussolini”, insomma questa spazzatura qui), senza nessuna vera idea politica che non sia “cacciamo i rossi dalle nostre città”.

Qualcuno potrebbe chiedere quale sia la differenza rispetto all’elettore di centrodestra di vent’anni fa. La differenza è enorme a mio parere. Per diventare coalizione di governo il centrodestra negli anni novanta aveva puntato sulla moderazione, sull’avvicinamento al centro e la marginalizzazione degli estremi e poteva contare sull’esperienza di governo e amministrativa di ex democristiani di un certo livello, non proprio dei cavalieri senza macchia ma almeno persone sensate. La Lega, pur con parole d’ordine populiste, puntava prevalentemente al federalismo e a livello locale ha prodotto buoni amministratori. Lo strappo di Fini con la creazione di Alleanza Nazionale, la scelta di gesti simbolici di chiara rottura con il passato hanno allontanato subito una parte di impresentabili, altri si sono mimetizzati e adeguati ma c’era la speranza che sarebbe stata solo questione di tempo, di un cambio generazionale per non vedere più nostalgici in quella forza e nel parlamento in genere. Insomma c’erano le premesse per un’aggregazione di centrodestra che mettesse finalmente l’Italia al passo con le altre democrazie occidentali. Vent’anni dopo, esaurita la spinta aggregatrice di una leadership controversa ma energica (l’unico vero merito che riconosco al Berlusconi politico, come dissi al tempo del prevedibile naufragio del Popolo della Libertà: aver creato le condizioni materiali, non ideali, per una aggregazione di centrodestra in Italia), la scena è invasa da nani e ballerine e l’adesione a una forza politica è più una questione di engagement che di persuasione e di impegno.

Il nuovo sindaco è un moderato, è una brava persona, ma non so cosa potrà fare di buono con le forze che lo sostengono e con i suoi elettori che gli presentano, più che domande mature di buona amministrazione, un confuso desiderio di allontanare dagli occhi tutto ciò che li infastidisce e li inquieta. Rispetto a vent’anni fa gli italiani sono più poveri, disillusi, arrabbiati e insicuri. In questa situazione il razzismo e la paura attecchiscono con un niente, e le forze politiche che speculano su questo non possono avere il mio voto.

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27 febbraio 2017

Eutanasia, suicidio assistito e poi, in fondo, la vita

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

In questo periodo le questioni etiche si affastellano una sull’altra. È appena stato archiviato l’ostracismo agli obiettori in seguito alla polemica sul San Camillo di Roma ed ecco che l’agenda è di nuovo intasata dallo scalpore suscitato dal suicidio assistito di Fabiano Antoniani. Per Giuliano Guzzo la nuova polemica sta seguendo un timing preciso, non so se sia vero o no ma non mi sembra la cosa più importante.

Parafrasando John Lennon potrei dire che per alcuni la vita è quella cosa che accade mentre meditano sul suicidio. Io comunque le questioni etiche le vedo un po’ tutte insieme, hanno una matrice comune e da questo punto di vista voglio trattarle.
Trovo contraddittorio che le leggi di un paese consentano l’aborto e non l’eutanasia: le attenuanti che vedo per la seconda sono molto più numerose e rilevanti delle pochissime che vedo per il primo. L’eutanasia inoltre sarebbe subordinata (almeno formalmente) alla volontà di chi la chiede per sé, mentre la vittima dell’aborto non ha nessuna possibilità di scelta.
Fatta questa doverosa premessa per mettere in relazione i casi in cui una larga parte dell’opinione pubblica ritiene accettabile una deroga al divieto di uccidere, andiamo oltre.

In Olanda nel 2014 i morti per eutanasia sono stati 5304 su una popolazione di 16 milioni di abitanti. Nel 2016 in Belgio sono stati oltre 2000 su 11 milioni di abitanti. Facendo una proiezione sull’Italia verrebbe fuori un numero tra 8 e 10mila all’anno, in un paese in cui il tasso di suicidio è (ancora) abbastanza basso rispetto alla media europea. Che dire, a me sembrano tanti. Io sono disponibile a ragionare sull’introduzione dell’eutanasia in Italia: il che non vuol dire che sia favorevole, ma le variabili da esaminare sono davvero tante e sarebbe irragionevole rifiutare il dibattito. Ma quei numeri mi fanno pensare. Vanno analizzati bene, perché forse in Olanda, in Belgio, in Svizzera stanno sbagliando qualcosa e mi piacerebbe imparare dai loro errori, oltre che dalle loro presunte “libertà”.

Evitiamo di estremizzare l’analisi e di fare del caso mostruoso il criterio per giudicare l’insieme: lasciamo perdere quindi ciò che è sicuramente sbagliato, come l’eutanasia per i minorenni. Stiamo su casi medi. Una forte depressione può essere accettata per l’accesso al suicidio di Stato? Se la legge si prende la responsabilità di indicare una strada così, non corre il rischio di mettere in ombra le altre? Da questo punto di vista l’analogia con l’aborto è abbastanza stretta, perché non c’è dubbio che l’ivg sia una soluzione più semplice di un parto in anonimato, per fare un esempio. Allo stesso modo chi cade in una forte depressione può trovare più desiderabile una uscita veloce di scena che una lunga battaglia per ritrovare l’equilibrio perduto. Se la legge gli offre la possibilità della scorciatoia, non va a rafforzare una via già di per sé “seducente”? Mi sembra uno di quei casi in cui il legislatore, se concede una possibilità, non può evitare di creare una perturbazione nella “libera scelta”. Certezze su questo tema ne ho poche. Ma preferirei ragionare su questi aspetti piuttosto che infilarmi nel solito scontro tra coatti.

Se questa triste circostanza dev’essere spesa per sensibilizzare a qualcosa, vorrei che la stampa la usasse per far conoscere le storie dei tanti malati che vogliono vivere con la massima dignità possibile e che non guadagnano mai gli onori della cronaca. Questo cambierebbe davvero la mentalità, questo serve davvero a una cultura nuova, non il feticcio della scelta assoluta, che senza la possibilità di sperimentare l’accoglienza e la cura non è una vera scelta.

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17 febbraio 2017

Due atenei romani tra due papi e le intermittenze laiciste

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“Università è dialogo nelle differenze”. L’ha appena detto Papa Francesco all’Università di Roma Tre tra gli applausi. Interpreto la totale assenza di proteste durante la permanenza del Pontefice nell’ateneo come un’ammissione di errore da parte di quelli che nove anni fa si stracciarono le vesti per l’ipotesi di una visita di Benedetto XVI alla Sapienza (o lezione, poco importa: Ratzinger ha titoli accademici sufficienti per fare una lezione, come Bergoglio del resto, che nella sostanza sta rispondendo alle domande degli studenti come da una cattedra, quindi poche balle). E lo spettacolo peggiore non lo diedero gli studenti ma i professori. Avevate fatto una cagnara indegna, fate bene a stare in silenzio oggi. Così, tanto per puntualizzare, perché le azioni di forza contro il libero pensiero IO non le dimentico.

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Aggiornamento

Mi fanno notare che oggi sarebbe anche l’anniversario (417 anni) dall’esecuzione di Giordano Bruno. Quindi insomma, la faccenda è ancora più eclatante. Nove anni fa nel nome di Galilei un manipolo di professoroni sciamannati della Sapienza (un’università fondata da un Papa, è notorio ma non fa male ripeterlo), accodandosi alla lettera di Marcello Cini gracidavano il loro “vade retro” all’”oscurantista” Benedetto. Oggi un altro laicissimo ateneo di Roma accoglie a braccia aperte e incensa Francesco nel nome del dialogo e a nessuno degli indignati di nove anni fa viene in mente di ricordare che il 17 febbraio è una data segnata in rosso nel calendario di ogni laicista italiano perfetto. Che dire, il vento è cambiato? O gli sciamannati sono semplicemente caduti in contraddizione? Io dico la seconda, perché il vento nei fondamentali della fede cattolica non è affatto cambiato, e vorrei vedere. Temo che la speranza di uscire dal dogma illuminista della strumentalizzazione della vicenda del povero frate nolano in funzione anticattolica sia una vana speranza. È solo una disattenzione. Che rende ancora più evidente quanto sia stata isterica la reazione del 2008. Ecco, speriamo almeno di non dover più vedere una Università (o una parte significativa del suo corpo docente) negare a un Papa il diritto di parola.

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