Cronachesorprese

27 febbraio 2017

Eutanasia, suicidio assistito e poi, in fondo, la vita

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

In questo periodo le questioni etiche si affastellano una sull’altra. È appena stato archiviato l’ostracismo agli obiettori in seguito alla polemica sul San Camillo di Roma ed ecco che l’agenda è di nuovo intasata dallo scalpore suscitato dal suicidio assistito di Fabiano Antoniani. Per Giuliano Guzzo la nuova polemica sta seguendo un timing preciso, non so se sia vero o no ma non mi sembra la cosa più importante.

Parafrasando John Lennon potrei dire che per alcuni la vita è quella cosa che accade mentre meditano sul suicidio. Io comunque le questioni etiche le vedo un po’ tutte insieme, hanno una matrice comune e da questo punto di vista voglio trattarle.
Trovo contraddittorio che le leggi di un paese consentano l’aborto e non l’eutanasia: le attenuanti che vedo per la seconda sono molto più numerose e rilevanti delle pochissime che vedo per il primo. L’eutanasia inoltre sarebbe subordinata (almeno formalmente) alla volontà di chi la chiede per sé, mentre la vittima dell’aborto non ha nessuna possibilità di scelta.
Fatta questa doverosa premessa per mettere in relazione i casi in cui una larga parte dell’opinione pubblica ritiene accettabile una deroga al divieto di uccidere, andiamo oltre.

In Olanda nel 2014 i morti per eutanasia sono stati 5304 su una popolazione di 16 milioni di abitanti. Nel 2016 in Belgio sono stati oltre 2000 su 11 milioni di abitanti. Facendo una proiezione sull’Italia verrebbe fuori un numero tra 8 e 10mila all’anno, in un paese in cui il tasso di suicidio è (ancora) abbastanza basso rispetto alla media europea. Che dire, a me sembrano tanti. Io sono disponibile a ragionare sull’introduzione dell’eutanasia in Italia: il che non vuol dire che sia favorevole, ma le variabili da esaminare sono davvero tante e sarebbe irragionevole rifiutare il dibattito. Ma quei numeri mi fanno pensare. Vanno analizzati bene, perché forse in Olanda, in Belgio, in Svizzera stanno sbagliando qualcosa e mi piacerebbe imparare dai loro errori, oltre che dalle loro presunte “libertà”.

Evitiamo di estremizzare l’analisi e di fare del caso mostruoso il criterio per giudicare l’insieme: lasciamo perdere quindi ciò che è sicuramente sbagliato, come l’eutanasia per i minorenni. Stiamo su casi medi. Una forte depressione può essere accettata per l’accesso al suicidio di Stato? Se la legge si prende la responsabilità di indicare una strada così, non corre il rischio di mettere in ombra le altre? Da questo punto di vista l’analogia con l’aborto è abbastanza stretta, perché non c’è dubbio che l’ivg sia una soluzione più semplice di un parto in anonimato, per fare un esempio. Allo stesso modo chi cade in una forte depressione può trovare più desiderabile una uscita veloce di scena che una lunga battaglia per ritrovare l’equilibrio perduto. Se la legge gli offre la possibilità della scorciatoia, non va a rafforzare una via già di per sé “seducente”? Mi sembra uno di quei casi in cui il legislatore, se concede una possibilità, non può evitare di creare una perturbazione nella “libera scelta”. Certezze su questo tema ne ho poche. Ma preferirei ragionare su questi aspetti piuttosto che infilarmi nel solito scontro tra coatti.

Se questa triste circostanza dev’essere spesa per sensibilizzare a qualcosa, vorrei che la stampa la usasse per far conoscere le storie dei tanti malati che vogliono vivere con la massima dignità possibile e che non guadagnano mai gli onori della cronaca. Questo cambierebbe davvero la mentalità, questo serve davvero a una cultura nuova, non il feticcio della scelta assoluta, che senza la possibilità di sperimentare l’accoglienza e la cura non è una vera scelta.

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17 febbraio 2017

Due atenei romani tra due papi e le intermittenze laiciste

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“Università è dialogo nelle differenze”. L’ha appena detto Papa Francesco all’Università di Roma Tre tra gli applausi. Interpreto la totale assenza di proteste durante la permanenza del Pontefice nell’ateneo come un’ammissione di errore da parte di quelli che nove anni fa si stracciarono le vesti per l’ipotesi di una visita di Benedetto XVI alla Sapienza (o lezione, poco importa: Ratzinger ha titoli accademici sufficienti per fare una lezione, come Bergoglio del resto, che nella sostanza sta rispondendo alle domande degli studenti come da una cattedra, quindi poche balle). E lo spettacolo peggiore non lo diedero gli studenti ma i professori. Avevate fatto una cagnara indegna, fate bene a stare in silenzio oggi. Così, tanto per puntualizzare, perché le azioni di forza contro il libero pensiero IO non le dimentico.

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Aggiornamento

Mi fanno notare che oggi sarebbe anche l’anniversario (417 anni) dall’esecuzione di Giordano Bruno. Quindi insomma, la faccenda è ancora più eclatante. Nove anni fa nel nome di Galilei un manipolo di professoroni sciamannati della Sapienza (un’università fondata da un Papa, è notorio ma non fa male ripeterlo), accodandosi alla lettera di Marcello Cini gracidavano il loro “vade retro” all’”oscurantista” Benedetto. Oggi un altro laicissimo ateneo di Roma accoglie a braccia aperte e incensa Francesco nel nome del dialogo e a nessuno degli indignati di nove anni fa viene in mente di ricordare che il 17 febbraio è una data segnata in rosso nel calendario di ogni laicista italiano perfetto. Che dire, il vento è cambiato? O gli sciamannati sono semplicemente caduti in contraddizione? Io dico la seconda, perché il vento nei fondamentali della fede cattolica non è affatto cambiato, e vorrei vedere. Temo che la speranza di uscire dal dogma illuminista della strumentalizzazione della vicenda del povero frate nolano in funzione anticattolica sia una vana speranza. È solo una disattenzione. Che rende ancora più evidente quanto sia stata isterica la reazione del 2008. Ecco, speriamo almeno di non dover più vedere una Università (o una parte significativa del suo corpo docente) negare a un Papa il diritto di parola.

11 febbraio 2017

Manifestazioni e contromanifestazioni intorno alla cosiddetta “Ultradestra”

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Prima considerazione linguistica. Il prefisso Ultra- per designare (additare al pubblico ludibrio, per essere precisi) un gruppo politico o di altro genere al di fuori dell’ambito calcistico si usa solo da pochi anni, e non mi piace, perché credo che abbia una genesi ideologica. Chiedo venia, confesso un’unica colpa: avere letto Orwell.

Seconda considerazione psicosociale. Non ho nessuna simpatia per le idee e i gruppi contro i quali oggi qualcuno manifesta a Genova, eppure non ho nessuna voglia di andare a inveire contro di loro per strada.
C’è chi per questo mi chiamerebbe complice o simpatizzante, ma non può certo dare lezioni di simpatia e soprattutto non sa nulla di me. C’è chi invece dice: “ok, tu non hai voglia di andare, non ce l’ho con te, stattene a casetta tua ma i difensori della democrazia siamo noi, ammettilo”. Eh no, non ho nessuna intenzione di ammetterlo né di firmarvi una delega in bianco sulla difesa della democrazia, spero che non ve ne abbiate a male.
Ci sono infine quelli che non mi dicono nulla sperando che io stia zitto, contando di lasciarmi intimidito con il loro attivismo, la loro assertività, la loro “vibrante protesta”, la loro consapevolezza politica superiore. Eh anche voi amici, mi spiace: non mi fate stare zitto e non mi avete impressionato per nulla, ritentate.

Terza considerazione storico-socio-politica. Il conflitto manifestazione-contromanifestazione è una merda, ovunque e in qualunque modo si verifichi, come ampiamente dimostrato sempre a Genova nei giorni del G8. Se qualcuno sente l’esigenza di impedire una libera riunione scendendo in piazza può fare anche fuochi d’artificio e argomentare allo spasimo per motivare la sua scelta, ma non mi avrà mai dalla sua parte. A maggior ragione se usa clichet come “i ragazzi dalla maglietta a strisce del ’60″: state seguendo un rituale, state ripassando un copione, state lucidando i lustrini della divisa proprio come stanno facendo sulla sponda opposta quelli che vorreste cacciare a pedate dalla vostra città che certo, è medaglia d’oro della Resistenza, oh si, per carità. Ma quella che fu una reazione popolare più che prevedibile a una “vera” provocazione a soli 15 anni dalla fine della guerra, con ferite ancora aperte e sanguinanti, per voi è una stanca, nostalgica ripetizione. Forse vi dispiace (a me, sinceramente, no) ma circostanze come quelle non si verificheranno mai più. Il che non vuol dire che non possa capitare anche qualcosa di peggio, sia chiaro, ma è sufficiente per dire che non mi può bastare il richiamo simbolico a quei fatti, non è una ragione. E poi non può avermi dalla sua parte chi non esclude a priori l’uso della violenza contro una semplice riunione di avversari politici, anche se fosse soltanto a parole, poiché purtroppo sappiamo per esperienza, soprattutto a Genova, che dalle parole ai fatti la distanza può essere spaventosamente breve. Sai com’è, c’è sempre qualcuno che non coglie l’ironia, che non decifra i paradossi o le argute citazioni. Potrei forse essere dalla sua parte in caso di guerra civile, ma anche in quel caso mi terrei in cuore domande più che legittime sulla divisione delle responsabilità oltre che sul metodo della lotta, domande da non dimenticare e da tirare fuori a tempo debito. Chi si pone in questo modo può avermi dalla sua parte solo in circostanze eccezionali in cui sia seriamente e clamorosamente in pericolo il bene comune (sì, abbiate pazienza, uso “ancora” queste categorie), ma non mi avrà per sempre e non sarà autorizzato a dire l’ultima parola su di me al mio funerale.

Quarta considerazione politica. Un movimento “antifascista” per me è credibile solo se tiene lontani i violenti e si mobilita non contro le manifestazioni, ma contro l’esistenza stessa di gruppi fascisti o criptofascisti. Oggi alcuni sedicenti antifascisti sono in strada ad assediare una riunione in un appartamento privato, e vabbé. Ma se l’assunto è che in quell’appartamento c’è una riunione di un gruppo fascista, e se questo gruppo ha uno statuto come un’associazione o un partito qualsiasi, io *pretendo* che chi oggi è in piazza domani vada in Questura a denunciare l’esistenza di un gruppo che va contro la Costituzione e a chiederne lo scioglimento, come prevede la legge. Con la tua contromanifestazione hai impedito la libera circolazione per mezza giornata in una parte di città, hai negato agli abitanti i percorsi abituali, li hai costretti a fare salti mortali per la spesa al supermercato o per far uscire il cane, hai addirittura tentato di metterti sulla scia di un’ambulanza che doveva soccorrere un bambino per superare il cordone di polizia che sta lì semplicemente per impedirti di fare cazzate? Allora vai a denunciare i motivi di questa scelta così forte e chiedi di non dover più essere “costretto” a questi mezzi. Oh, naturalmente se per te lo Stato significa qualcosa di più di uno strumento di oppressione del popolo magari è più facile. Se non lo fai mi spiace, ma la tua protesta di oggi non è credibile. E se questa strada è già stata tentata in altre occasioni e le istituzioni per vigliaccheria o complicità o quieto vivere rispondono picche, i casi sono due: o insisti finché non cedono, o hanno ragione le istituzioni a sostenere che quei gruppi non fanno apologia di fascismo (perché se le istituzioni non procedono prendono questa posizione: il non procedere non è neutrale) e hanno tutto il diritto di formare associazioni, di riunirsi, di fare convegni, di presentarsi alle elezioni, e il contrasto a loro non potrà essere altro che dialettico e politico. Che diciamocelo, sarebbe la cosa migliore per tutti. O no? E se questo è contro l’evidenza, se questi gruppi sono proprio fascisti e lo ammettono senza reticenze, beh, perché non insistere a chiedere di sciogliere le loro associazioni? Prima o poi le istituzioni dovranno inchinarsi alla Costituzione. Guarda guarda zitto zitto, mi sa che l’unico governante che ha avuto le palle di applicare la legge Scelba è stato Paolo Emilio Taviani negli anni settanta. Democristiano, partigiano e antifascista vero.

Quindi domani i manifestanti faranno la fila in Questura a denunciare l’apologia di fascismo dei cospiratori di via Orlando? Speriamo, dai. Mi dicono che sono ingenuo: non è vero, ma capite che l’ingenuità “per scelta” è essenziale per salvare l’autonomia del pensiero, quando le correnti imperversano. Sono ingenuo, è un mio diritto: vadano a fare le loro brave denunce. Se non lo fanno non me lo tolgono il sospetto che in Italia siano ancora davvero in troppi a voler eludere l’antifascismo costituzionale. Non solo i fascisti residuali, più o meno “criptati”. Non solo i nuovi populisti che, senza alcuna parentela o relazione con i simboli e gli armamentari ideologici del fascismo storico, cavalcano disagi e paure varie. Non solo i politici e i partiti che strizzano l’occhio all’estrema destra per reclutarli in qualche alleanza elettorale. Non solo le istituzioni infiltrate da fascisti e da massoni. Non solo tutti questi, ma anche gli antifascisti “muscolari”. Quelli pronti alla contromanifestazione al minimo accenno e accada quello che deve accadere “perché l’avete voluto voi”. Quelli che abbasso il fascismo, ma abbasso anche tutto quello che non ci piace e che noi chiamiamo fascismo perché noi siamo gli antifascisti e decidiamo noi cosa è fascismo e cosa non lo è (o cosa è “ultra” e cosa “intra”). Quelli che figurati se chiedo lo scioglimento delle loro associazioni, i fascisti DEVONO continuare a esistere perché legnarli ogni tanto è cosa buona e giusta e fa tanto gruppo tra compagni e impegno politico vintage. Quelli che sguazzano alla grande in questa ambiguità di avere una legge che vieta l’apologia del fascismo e associazioni che fanno puntualmente apologia del fascismo, perché se no non possiamo più fare gli antagonisti. Quelli che hanno bisogno di un nemico per giustificare la loro esistenza. Anche basta, dai.

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27 gennaio 2015

Cronache professionali

Filed under: cronache — alessandro @

Oggi Roma era splendida, e splendida è stata la mia giornata romana. Passare l’esame da giornalista non è impresa titanica come a volte la dipingono (non è neanche una passeggiata). Però in una storia personale può voler dire tanto. E nel mio caso è così. Questo riconoscimento è il compimento di un percorso durato oltre vent’anni. Ho dovuto affrontare molte difficoltà. Ma la più grande è stata evitare, ignorare, contrastare i cinici e i disfattisti. Quelli che non hanno un obiettivo per sé e per questo si dedicano, a tempo perso, a distruggere quelli degli altri. Per questi non c’è, non ci sarà più spazio nella mia vita e nel mio lavoro.

Sì, Roma era splendida. Ho vagato per il centro ancora imbambolato per la soddisfazione. Ho incrociato casualmente politici e giornalisti molto noti: sono giorni di grande fermento per l’imminente elezione del Presidente della Repubblica e la Roma del potere offre quel suo spettacolo unico e inimitabile della politica che scende dalla poltrona e invade la strada. Un’animazione quasi teatrale che si replica con qualche variazione da 2500 anni. Ho la fortuna in questo momento di guardare tutto questo da una prospettiva diversa. Lo vedo come un benvenuto, come un invito al lavoro. Non mi occuperò di scenari così grandiosi, ma nel mio piccolo in quel racconto collettivo che è il giornalismo ci saranno anche i miei two cents. Dovessi metterci altri vent’anni a raggranellarli e a gettarli nel calderone.

11 gennaio 2015

Matti reloaded

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Oooh, cominciavo a sentire un po’ di nostalgia del genuino e ruspante complottismo. L’11 settembre 2001 e tutta la fiction complottarda degli anni successivi sono ormai acqua passata, oggi i matti li abbiamo in parlamento. Non i parlamentari ma qualcuno molto vicino a loro sostiene oggi che attorno alla sede di Charlie Hebdo era stato allestito una specie di set cinematografico. Gagliardo questo Salvo Mandarà, promette bene.

Non voglio sembrare sarcastico. Di più: sono incazzato, perché mi immedesimo con chi potenzialmente può essere offeso da queste baggianate. A questi geni non sfiora neanche il pensiero che soltanto qualche giorno fa in quel set cinematografico sono morte dodici persone. Però via, tutti hanno diritto di esprimere le loro convinzioni. Vorrei solo che dimostrassero di essere, appunto, convinti sostenitori di qualcosa che assomiglia a un’interpretazione di dati reali e non squallidi speculatori sulla grande impressione che i fatti di Francia hanno suscitato sull’opinione pubblica. Allora direi che la questione si risolve salomonicamente in questo modo: Mandarà si fa un bel viaggetto in Francia, suona alla porta della famiglia di Ahmed Merabet e ripete pari pari davanti a moglie, figli e parenti tutti del povero poliziotto le sue brillanti deduzioni.

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