Non l’ho fatto d’istinto. Come è giusto, ci ho pensato un po’. Ma mi sono iscritto anch’io al gruppo di Facebook La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini, fondato da Arianna Ciccone (per chi ancora non la conoscesse, l’ideatrice vulcanica e l’anima instancabile del Festival del giornalismo di Perugia).
Mi troverò nell’occasione insieme a tanti travaglini, a tanti grillini. Ai tanti stressati che sono antiberlusconiani per nevrosi o nevrotici per antiberlusconismo. Pazienza. La questione per me, questa volta, è cruciale: è mai possibile che i giornalisti in Italia siano così poco sensibili alla falsità di una notizia? Hanno ragione gli estensori dell’appello: non è questione politica ma solo di deontologia professionale; ha ragione Michele Serra: per un giornalista raccontare deliberatamente il falso è come per un fornaio sputare nel pane che prepara e che vende.
È vero poi che molte battaglie di principio “principiano” troppo spesso da posizioni politiche e si potrebbe legittimamente desiderare di vedere una mobilitazione analoga, ad esempio, per le falsità scritte da Curzio Maltese su Repubblica sull’otto per mille alla Chiesa cattolica. E inoltre, poiché questa faccenda del “prescritto sì - assolto no” non si presenta per la prima volta in una polemica sulla deontologia dell’informazione, ricordo en passant che il caso Andreotti è molto, molto diverso. Ciò non toglie la gravità di quello che è successo ora: il comportamento del Tg1 sulla vicenda Mills è censurabile. Se un giornalista di un servizio pubblico non si attrezza per essere inattaccabile su questioni di principio diventa indifendibile.
Nel trolley che Arianna ha trascinato ieri mattina fino a viale Mazzini c’era anche la mia firma, e ne sono contento. Vedo peraltro che ancora ieri mattina, in presenza della delegazione da lei guidata, i rappresentanti della Rai hanno riproposto la penosa e truffaldina scusa della “rettifica implicita”. Non so se è più indisponente la notizia falsa o questa dimostrazione di protervia anche di fronte a chi si deve supporre sia adeguatamente preparato e non si beva facilmente una scusa, se non altro per avere speso un bel po’ di energie a sollevare una questione di principio.
Vediamo che dicono due delle leggi fondamentali sulla stampa.
Legge 223 del 6 agosto 1990, disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato, articolo 10:
La rettifica è effettuata entro quarantotto ore dalla ricezione della relativa richiesta, in fascia oraria e con il rilievo corrispondenti a quelli della trasmissione che ha dato origine alla lesione degli interessi.
Legge 47 dell’8 febbraio 1948, disposizioni sulla stampa (cui la legge 223 del 90 fa riferimento), dall’articolo 8:
Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate
Quindi il Tg1 non ha fatto una rettifica: il Tg1 ha dato la notizia corretta nell’edizione delle 20, quindi non nella stessa fascia oraria. E l’ha data senza fare riferimento alla notizia falsa. Ci saranno sicuramente molti casi in controtendenza, molte eccezioni; la giurisprudenza dell’Ordine dei giornalisti avrà avuto modo di esaminare la questione chissà quante volte; ma se leggo questi due semplici passaggi di leggi dello Stato io ritengo che una rettifica a mezzo stampa non possa mai essere “implicita”. Direi che sarebbe quasi una contraddizione.



