Cronachesorprese

25 maggio 2018

Ispirazione non è dettatura

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In una discussione di poche ore fa, in cui si parlava di origine dei libri sacri, mi è stato risposto che la differenza tra “dettatura” e “ispirazione” sarebbe solo un “gioco di parole”.

Oltre a notare, per l’ennesima volta nella mia vita, che molti atei si condannano da soli su questa materia a una superficialità che sicuramente non usano in altre occasioni, voglio rincarare la dose. Non soltanto i due concetti sono molto diversi, ma sono anche opposti. La parola “ispirazione” è bellissima e molti a mio parere non riflettono a sufficienza sul suo reale significato perché abbiamo in testa questa immagine romantica del poeta che scrive quasi in stato di rapimento. Oh, è un’immagine anche di un’agiografia deteriore, intendiamoci. Ispirazione, invece, vuol dire essere così mossi, provocati da una realtà che tutta l’energia umana di cui si è capaci viene convogliata in una qualche forma di espressione. Va da sé che questa condizione non è in alcun modo compatibile con una dettatura passiva: è una condizione, al contrario, di “attività” particolarmente intensa. E poiché il concetto è stato usato sempre, per tutta la storia della chiesa a cominciare da San Paolo, forse bisognerebbe fare qualcosa per togliersi dalla testa immagini sbagliate.

Noto a margine che l’ispirazione è anche un problema per l’esegesi. Perché se l’autore sacro è ispirato sta usando al massimo le sue capacità di espressione, e quindi usa gli strumenti culturali ed espressivi che ha a disposizione, quelli del suo tempo e del suo popolo. Il fatto che riesca a dire qualcosa che ha valore universale non toglie il fatto che la forma, le immagini che usa, gli interlocutori che ha in mente, insomma il mondo in cui vive costituiscono un condizionamento. Ma quel che è certo è che gli scrittori sacri della Bibbia sono lontani anni luce da qualsiasi dettatura.

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22 maggio 2018

Sul “dogma”

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Io contesto un certo uso esteso e, a mio parere, improprio del concetto di dogma. Se parliamo di dogmi della Chiesa non parliamo di qualcosa che bisogna accettare “spegnendo” la ragione e la capacità critica. Il dogma è un enunciato che sintetizza l’esperienza della Chiesa riguardo a un aspetto nodale della fede. Un aspetto che non poteva essere lasciato non definito, come non si può lasciare indefinita la direzione di una strada mentre la si sta costruendo. Ogni dogma è un segnavia: indica quale strada è stata percorsa fino a quel momento. È definito una volta per tutte perché solo in un determinato momento era possibile farlo. Non voglio dilungarmi troppo, ma un conto sono queste definizioni, un conto la comprensione e l’approfondimento della fede che a partire da quelli la chiesa, nel tempo, prosegue. Un dogma è come un carattere genetico: lo erediti, non puoi smontarlo. Ma questo non significa non potersi muovere liberamente. Se ho i capelli rossi posso fare quello che voglio, con i capelli rossi. Se li tingo di biondo non sono più libero, più critico o più indipendente, sono solo un po’ ridicolo. E i capelli, in realtà, sono sempre rossi ;-)

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21 giugno 2017

Leggete Caproni. Con virgola o senza.

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caproni

Forse questa vignetta non è il massimo dell’eleganza, ma oggi abbiamo scoperto che troppi, giovani e no, maturandi o pensionandi, ignorano l’esistenza di un grande poeta italiano. Non solo, ma se ne vantano pure. Sarà permesso esprimere almeno un po’ di triste stupore senza beccarsi botte di saccente? State tranquilli, io sono ignorante come e più di voi. Non sono uno studioso, non sono uno specialista. Però andiamo, quando ho fatto la maturità sapevo chi era Caproni. Avevo in mente alcuni dei suoi versi, anche solo per averli sbirciati sull’antologia (che succedeva spesso così, ve lo giuro: quando c’era da studiare una cosa non la guardavo, ma quando potevo aprire oziosamente l’antologia lo facevo con piacere, e molte delle cose che mi ricordo degli anni della scuola le ho imparate così).

Non ho nessun merito per questo, e non credo che la scuola che ho fatto fosse meglio di quella di adesso, davvero, non lo credo, aveva un sacco di magagne e io ero un cialtrone e un perdigiorno come e più di adesso, ho perso un anno, sono stato rimandato più volte (non di italiano), ero tutt’altro che uno studente modello. Ma sapevo che Caproni esisteva e avevo intuito che era un buon poeta, sapevo che, se nella vita avessi avuto voglia di un po’ di bellezza, avrei potuto cercare i suoi versi, tra tante altre cose. Conoscevo lui ma non sapevo ancora nulla di altri grandi, come Andrea Zanzotto. Ma se qualcuno mi avesse detto “ma come, quest’anno fai la maturità e non sai chi è Zanzotto?” io non l’avrei guardato con aria di sfida compiaciuta come ho visto fare oggi, avrei detto “No, non lo so, mi spiace, chi è?”. O ancora, sapevo già chi era Sanguineti e sapevo già che non mi piaceva (e non ho mai cambiato idea), ma non per questo lo denigravo. E poi non è che ho letto Caproni tutti i giorni, non è che ho mandato a memoria ogni sua silloge, ma quando mi è capitato di leggere qualcosa di suo è stato sempre bello, anche quando dovevo solo studiarlo per gli esami all’università, e non è che fossi diventato più secchia o meno cialtrone, tutt’altro.

Volevo rassicurarvi: io non ce l’ho con quelli che hanno levato il coro “Caproni chi?”. Ce l’ho con chi ha fatto credere a questi e ad altri che è cosa buona e giusta ignorare l’esistenza di un grande poeta, perché tanto la poesia… ma chi la legge davvero? Non ce l’ho neanche con la scuola, ce l’ho con tutto ciò che permea e soffoca talmente la scuola (e ripeto, succedeva anche quando c’ero io tra i banchi) da renderla inabitabile per quelli che avrebbero voglia di leggerlo Caproni, di emozionarsi per la musicalità dei suoi versi, di sintonizzarsi con la sua nostalgia di qualcosa di così perduto e però così presente da riempire, ferire e medicare il cuore ogni giorno, per tutta la vita. Io ero uno come tanti, come tutti, ma non disprezzavo le strade che avevo davanti per imparare, per cambiare, per trovarmi altrove se l’avessi voluto. Ecco, è questo disprezzo che ho visto in giro oggi che mi rende triste e mi fa venire voglia di condividere vignette politicamente scorrette. Però davvero, non mi importa più nulla se qualcuno si offende. Non si può stare sempre zitti per paura di sembrare altezzosi. Ma altezzosi de che? Ma mi avete visto? Fate pace con voi stessi. E leggete Caproni, che non è mai troppo tardi.

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18 novembre 2016

Elenchi socialsofistici

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Ricapitolando impressioni ricavate dai social negli ultimi otto anni (work in progress).

Elenco in ordine sparso di opposizioni apparenti che una cultura media potrebbe e dovrebbe relativizzare agevolmente, se il pensiero critico e la considerazione delle ragioni degli altri fossero più popolari e incentivati a tutti i livelli:

- Destra e sinistra
- Conservatore e progressista
- Fede e ragione
- Scienza e religione
- Semplicità e profondità
- Complessità e comunicazione
- Stupore ed esperienza
- Immigrato e residente
- Creatività e lavoro
- Dovere e desiderio
- Limite e libertà
- Santità e anticonformismo
- Spirito e materia
- Onestà e interesse
- Metafisica e filosofia contemporanea
- Naturale e artificiale
- Chiesa e “Cristianesimo delle origini”
- Letteratura “impegnata” e narrativa di genere
- Rigore ed empatia

Elenco delle irriducibilità e/o complementarità reali che lo spirito del tempo tende a negare o a sottovalutare:

- Maschio e femmina
- Famiglia e solidarietà affettiva
- Viaggio e meta
- Diritto e desiderio
- Informazione e intrattenimento
- Ragione e istinto
- Motivo e sentimento
- Naturale e primordiale
- Amicizia e compagnia
- Devozionalismo e senso religioso

Elenco di cose che anche quando sono in contatto rimangono fisicamente immiscibili:

- Acqua e olio
- Sampdoria e Genoa

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28 luglio 2016

Noi che non diciamo mai Patato

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Amici che amate gli animali e in particolare i vostri, parliamoci chiaro. Non c’è nulla di strano nel rivolgere loro parole d’affetto, e ci mancherebbe. Un “patato” ci può stare, e che sarà mai. Sì, la parola è un po’ insulsa, questa espressione di pucciosità creativa coniata da qualcuno chissà dove e quando che ora tutti si sentono in dovere di ripetere e non si capisce perché, considerato che alla prima ripetizione di creativo non ha più nulla. Ma me ne sto.
Anche “patatone” cos’è in fondo se non una variazione sul tema? Non farò mai facce strane a sentire un “patatone”, ve lo prometto.
Coniato il sostantivo, naturalmente, prima o poi verrà fuori anche l’aggettivo. Ed eccolo qui, il “patatoso“. Come si fa a stigmatizzarlo, bisogna essere coerenti: se si tollera il patato dobbiamo tollerare anche il patatoso.

Vedete dunque che sono più che accomodante, non sono uno di quelli che si stropicciano la faccia in espressioni di disgusto appena sentono una parola irritante, posto che comunque la parola (con tutte le sue variazioni) è oggettivamente irritante.
Quindi eccoci qui, restiamo amici. Però in considerazione della grande apertura mentale da me dimostrata, posso chiedervi un favore? Usate patato, usate patatone, usate patatoso, ma non metteteli mai insieme: non avete bisogno di rafforzare un concetto che è già come un tuffo in un barile di melassa. Quindi vi chiedo di pensare almeno un attimo prima di immortalare i vostri impeti irrefrenabili di dolcezza in un “patato patatoso“, o in un “patatone patatoso“. Converrete con me che questo comincia a essere troppo per chiunque, anche per chi vi vuole bene, è animato dalle migliori intenzioni ed è abitato solo da candidi pensieri di armonia universale e pace nel mondo.

Ma non potete.
Non.
Potete.
Mai.
Assolutamente.
Sbrodolare in un “Super Patatone Patatoso“.

Appena letto.
Giuro.

Che devo fare?

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