Cronachesorprese

1 maggio 2007

Zenacamp – Democrazia 2.0

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Nicola ha ripreso a Genova la suggestione sul parallelismo tra democrazia e rete che aveva esposto sul blog qualche tempo fa. Il parallelismo è interessante e fecondo e può portare molto lontano, ma a mio parere la discussione allo Zenacamp si è arenata su aspetti non essenziali.
La democrazia, lo sappiamo, non è il sistema perfetto ma il meno imperfetto dei sistemi finora scovati. Logico che le stesse evidenze di imperfezione (non democrazia ma governo di una elite?) le possiamo trovare anche nella rete, e questo è innanzitutto un buon motivo per pensare che il parallelismo funziona…

Ciò a cui vale la pena porre attenzione è se sia vero o no che lo strumento che è la rete, e gli strumenti che la rete mette a disposizione, avvicinino alla realizzazione di una maggiore democrazia o no. Che sia oggi un’élite a usare la rete è vero, ma quali sono i reali ostacoli a entrare in questa élite, ad allargare il cerchio e in definitiva a trasformarla, nel medio periodo, in qualcosa di diverso da una élite? A me sembra che gli ostacoli siano minori di quelli che impediscono oggi di allargare il cerchio dell’elite politica, o di fare in modo che il popolo, qualunque cosa questa parola voglia dire, possa gettare efficacemente sul tavolo dell’élite politica le sue questioni. E allo stesso modo è più facile che emerga in rete un’informazione diversa dalla narrazione informativa di giornali e televisione. Tanto è vero che le élite della politica e dell’informazione reagiscono non sempre bene all’esistenza della rete. Come si è detto tante volte, non la conoscono un granché e forse non la vogliono conoscere: il modello concettuale che la rete promuove potrebbe mettere in discussione i modelli su cui si basa il loro potere.

Per la prima volta, è stato detto a Genova, grazie alla rete si può attuare qualcosa che assomiglia in modo convincente all’idea di democrazia. Ci vogliono tempo e vita, ma può succedere.

29 aprile 2007

ZenaCamp, giocare in casa

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Fare un barcamp in un luogo così familiare come Mentelocale, arrivarci prendendo lo stesso autobus che si prende tutte le mattine per andare al lavoro (scendendo solo alla fermata prima) è una sensazione quasi straniante. Piacevolmente, beneficamente straniante. Trovarci anche alcune delle facce che vedi ogni giorno al lavoro, miste a quelle tante che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nei barcamp di mezza Italia, è ancora più strano e stimolante.
Vedere un luogo così familiare preso in quel vortice di conversazioni che si mischiano e si incatenano, che amo e che chiamo Barcamp, cambia qualcosa. Ne vedrò gli effetti tra pochi giorni.
Ora parto, scriverò altro da martedì. Per il momento ciao e grazie a tutti, nessuno escluso.

4 aprile 2007

Dove osano i parenti

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I barcampers raccolgono per vocazione istanze diverse da quelle adatte soltanto a riunioni esoteriche tra geek, ne siamo consapevoli già da un po’. Ma questa idea di Biccio & friends è davvero trasgressiva, infrange l’ultimo tabù del computer come strumento principale di un generation divide che è un aspetto non secondario del digital divide.
Ecco l’ultima vera frontiera del social web. Tuo padre non capisce una mazza di computer, ti telefona perché non riesce a giustificare il testo dal menu formattazione di word, continua a confondere i concetti di “sito” e di “mail” anche dopo la trecentesima e paziente spiegazione? Niente paura, portalo al ParentsCamp! Chissà se si arriverà a farlo davvero. Mio padre dovrei trascinarlo, ma chissà, alla fine potrebbe anche essere contento :-)

1 aprile 2007

Ritalia Camp, prime idee

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Come dice giustamente il Goetz, i giudizi sull’utilità della giornata è meglio rimandarli. Io vado un tantino oltre e dico che è meglio rimandare la stima esatta di quanto sia stata utile: se tanto o solo un po’. Nessuno pensava che il Ritalia portale sarebbe uscito dalla giornata del RitaliaCamp magicamente, bello fatto e infiocchettato: che dunque la giornata sia stata utile, anche per misurare le difficoltà, per me non è in dubbio.

Ci sono state due presentazioni, quella di Ottolini e quella di Ibm (quest’ultima persa stupidamente, perché ho capito troppo tardi che sarebbe stata in quell’aula, in quel momento…) che servivano a mettere a fuoco il punto di partenza. Cosa abbiamo. Perché Italia.it ce l’abbiamo, e spegnerlo, come ha detto giustamente Ottolini, significherebbe molto probabilmente non riaccenderlo più. A meno che, noto, non si spenga perché si deve immediatamente accendere, sotto lo stesso dominio, qualcosa di completamente diverso, che è quello che tutti ci auguriamo.

Sia Ottolini, sia Previtera di Ibm hanno avuto coraggio, anche se per motivi diversi, e personalmente ho apprezzato molto il fatto che fossero presenti. Ottolini è stato criticato per i contenuti, giudicati da molti generici, ma credo che la sua intenzione fosse dare delle coordinate per aiutare la discussione e lo sviluppo di altri temi che lui non aveva intenzione di introdurre. È critico anche Nicola Mattina, nel suo ottimo post che consiglio di leggere perché fa il punto su alcune questioni fondamentali; osservo pèrò che Ottolini non ha detto che lo Stato potrebbe vendere pacchetti turistici: ha detto che il portale potrebbe essere anche usato come strumento per far vendere pacchetti turistici a chi li deve vendere. Ed è logico che sia così: se ho un database che contiene tutte le informazioni sugli alberghi fino al booking, manifestazioni, itinerari e quant’altro, perché non dovrei fornire un carrello elettronico per metterli tutti insieme? Poi non sarà lo Stato a vendere il pacchetto, ma mettere a disposizione tutte le informazioni sui pacchetti potenziali (e, perché no, rimandare anche agli operatori che possono effettivamente vendere quei pacchetti) è un buon modo di rispondere ai compiti di promozione del turismo che sono propri delle regioni. Saranno probablimente gli operatori a riempire il carrello, non gli utenti. Qualcosa di analogo già succede in alcuni portali regionali.

Da altre presentazioni, come quella di Wikipedia e quella di Beniamino Pagliaro, e soprattutto dalle tante parole in libertà e nelle discussioni fuori dalle aule, è emerso un problema fondamentale: quale deve essere il ruolo dei contenuti generati dagli utenti? Ritalia, se si propone di rifare Italia.it e non qualcosa d’altro, deve essere progettato come un portale istituzionale. C’è chi pensa che informazioni istituzionali e user generated content possano essere affiancati (pare che lo pensi anche Ibm… ma sarà vero?), c’è invece chi tende a rimuovere il problema della convivenza delle due fonti e pensa, per il momento, a fare un progetto centrato sull’aggregazione dei contenuti di provenienza social, e il resto si vedrà. A mio parere il successo del progetto alternativo dipende molto da un’integrazione di fonti diverse, comprese quelle istituzionali, in una logica, per cosi dire, di sussidiarietà. Ma è importante che le fonti diverse siano identificabili chiaramente, senza creare confusione nell’utente. Però devo capire senza possibilità di equivoco quando parla un albergo, quando parla uno Iat o un Comune, quando parla uno del posto o un turista soddisfatto o meno.
L’importanza dei case study la vedo invece secondaria: se il portale è aperto e efficace nell’aggregazione plurale di contenuti, il grosso dell’esperienza la fa da solo. Sarà perché non sono abbastanza markettaro :-)
Cercherò di tradurre queste e altre impressioni in un contributo, come è stato richiesto alla fine della giornata.

credits
grazie a tambu per la compagnia nel viaggio di andata e per l’assistenza “telefonica” durante la giornata; grazie alla sconosciuta che ha sopportato, durante una delle presentazioni, i miei andirivieni che l’hanno costretta ad alzarsi più volte; grazie a Tiziana per aver fatto una buona domanda durante la presentazione di Wikipedia, domanda che avrebbe potuto essere mia e che cercherò di tenere presente nel preparare il mio contributo; grazie ad Antonio Ldf per aver sostenuto anche la mia curiosità in una, come dire, “long tail” a evento ultimato; grazie alla splendida compagnia non-blogger della sera al Tex Mex.

1 marzo 2007

Marcamp – Second life

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second life guidePer me il web non è virtuale. Lo è quanto può esserlo il telefono, per dire: un’estensione tecnologica della capacità di comunicare.

Il fenomeno second life istintivamente non mi piace. Ma sono sempre stato respinto a livello superficiale dal forte accento posto sulla virtualità del “gioco”. Ora cerco di guardarlo diversamente, anche se non ho il coraggio di cominciare a giocare, refrattario come sono al role playing.
Vado nella pagina “create an avatar” della official guide e leggo: “Second Life is about personal expression and your avatar is the most personal expression of all. After all, an avatar is your persona in the virtual world”. Questa è una definizione molto ampia, che interessa sia chi costruisce un avatar del tutto fittizio che non ha niente a che fare con la propria first life (se non in senso psicologico, di proiezione o sogno, realizzazione in immagine di un desiderio: che è pur sempre espressione personale, innegabilmente), sia chi utilizza l’avatar come estensione della propria identità per arricchire le proprie potenzialità di comunicazione.

La presentazione di Roberto Lupi al Marcamp mi ha fatto considerare meglio questo secondo aspetto. Conferenze, convention aziendali, negozi elettronici, campagne pubblicitarie (come quella della Nissan, che a questo scopo ha comprato un’intera isola in Second life) per prodotti reali: le interazioni con la First life sono molte di più di quanto pensavo. Le sofisticate simulazioni che compongono il Second world si adattano a una grande varietà di comunicazioni e transazioni tra veri attori del First world. Quindi non è poi tanto virtuale. È un nodo del web che si dimostra, in questo momento, particolarmente competitivo nel realizzare l’aspirazione segreta del role playing “tradizionale”: infrangere la barriera tra il gioco e il mass media.

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