Cronachesorprese

31 marzo 2019

Il ritornello del pettirosso

Filed under: semiminime — alessandro @

#cosedaspiegareamaggianialladomenica
Il bravoscrittore continua con la sua manfrina sulla famiglia contadina che non torna, come se famiglia “tradizionale” fosse davvero sinonimo di famiglia naturale. E vabbé, confusione esemplare.

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30 marzo 2019

Antropologia veronese

Filed under: Il postulante de-genere — alessandro @

Che fatica le polemiche su Verona. Provo a dire alcune cose che penso. So che scontenterò quasi tutti ma non mi importa.

1 – Prima di discutere sulla famiglia naturale occorrerebbe accordarsi sulla sua definizione. Se i suoi sostenitori ragionano in base a definizioni biologiche e filosofiche e i suoi detrattori rispondono portando obiezioni sociologiche e antropologiche non è un dialogo, è un tirare urla tra sordi. “Naturale” non vuol dire, nel significato inteso dai sostenitori, “tutto ciò che accade in natura o nella storia”, quindi fare obiezioni come se intendessero questo è fuori luogo, non coglie nel segno. D’altra parte anche molti sostenitori dimostrano di non avere le idee chiare, perché se usano “famiglia tradizionale” come sinonimo di “famiglia naturale” danno qualche (debole) motivo alle obiezioni di cui sopra. A me interessa molto difendere il concetto di famiglia naturale, anzi ritengo che in questo momento sia una battaglia culturale di primaria importanza. Ma la prima ed essenziale difesa è separarlo nettamente dal feticcio della “famiglia tradizionale”, che (questo sì) vuol dire tutto e il contrario di tutto.

2 – Chiedere tutela per la famiglia naturale significa chiedere allo Stato che riconosca il valore originario e fondativo della solidarietà e complementarietà tra uomo e donna. Semplicemente è qualcosa che viene prima e che lo Stato deve solo riconoscere. Questo non significa che altre forme di solidarietà non possano avere rilevanza pubblica. Riconoscere che dall’unione tra uomo e donna non solo nascono i bambini, ma si producono, per fare una metafora, nutrienti ed enzimi che costruiscono il corpo sociale e lo tengono vivo e in salute non è tradizionalismo, non è una posizione da conservatori, non è omofobia, è semplice realismo. Ed è qualcosa che viene prima e sta a monte di qualsiasi organizzazione si diano le famiglie e, attraverso di esse, la società: davvero l’obiezione antropologica e culturale è del tutto irrilevante e quelli che fanno i saccenti facendo intendere che loro sì hanno seguito il coniglio bianco e hanno scelto la pastiglia rossa perché hanno studiato l’antropologia, devono abbassare la cresta e stare buoni, perché se discutiamo di valori fondativi per la società non hanno più competenza del verduraio all’angolo con la terza elementare. La solidarietà e la complementarità tra uomo e donna informa e sostanzia, dall’origine, da sempre per sempre e ovunque, la praticabilità e la riuscita di qualsiasi altra solidarietà familiare e sociale, compresa quella delle coppie dello stesso sesso, i cui componenti hanno avuto un padre e una madre e, spesso, dei fratelli e una cerchia ristretta di parenti prossimi. Sì, questo lo capisce benissimo il verduraio, magari lo dice con parole diverse ma state tranquilli che lo capisce, e con i sacri testi de antropologggia ci può incartare le zucchine senza perdersi qualcosa di essenziale. Lo capiscono tutti, ma proprio tutti, perché è semplicemente un fondamentale umano, come respirare, nutrirsi e “sentire” il rhytm’n'blues. Può non piacerti (e sarai strano forte, via) ma non puoi non “sentirlo”.

3 – Ah ma dice “però le cose vanno anche male nelle famiglie eh”; “però la maggior parte dei delitti tra congiunti avviene nelle famiglie tradizionali”. Lasciamo perdere il “tradizionale” che vabbé, ma grazie che succede, sono la quasi totalità delle famiglie! Quasi tutto ciò che accade di bene e di male accade lì. Ah ma dice, ora ci sono milioni di single che fanno famiglia a sé perché la società cambia. Sbagliato. I milioni di single si chiamano “famiglie” solo per l’anagrafe e per il fisco e per la banale circostanza di abitare da soli sotto un tetto (statisticamente, peraltro, più per periodi limitati che come scelta di vita), ma fanno parte di una famiglia. Io sono un single e vivo da solo, ma appartengo alla mia famiglia di origine. Io, mio fratello e mia sorella, i nostri congiunti più prossimi siamo “la famiglia”. Ah vale anche per i preti e le suore, non ve lo volevo dire. Quindi sì, mi spiace per i tonacofobi, ma anche chi non ha formato una famiglia propria ha tutto il diritto di parlare di famiglie.

4 – Non condivido l’impostazione del convegno e avrei voglia di fare mille distinguo. Ma il clima di ostracismo che si è creato fa schifo, e quindi mi scappa anche la voglia di fare distinguo. A cosa serve creare queste polarizzazioni? Perché il pro e il contro l’esistenza stessa di un momento di approfondimento su un tema che interessa tutti deve diventare l’unica cosa di cui rendere conto?

5 – Ah ma dice “sono fascisti”. A parte che è discutibile che siano tutti fascisti, il tema del convegno non è fascista in sé, e quindi per quale motivo devono essere etichettati come fascisti TUTTI quelli che vanno ad ascoltare, a parlare, a discutere? Ah ma dice “la regia occulta di associazioni e movimenti che organizzano Verona è fascista”. A parte che è tutto da dimostrare, se questa regia occulta mette sul tappeto argomenti per me essenziali, come la piena applicazione della parte di prevenzione prevista dalla 194 che a tutt’oggi latita, io sto ad ascoltare ciò che hanno da dire e poi tiro le mie conclusioni. Ah ma dice “in realtà è un modo per sdoganare e abituare la gente all’idea che la 194 possa essere abolita”. A parte che anche questo è da dimostrare, è notorio che gli antiabortisti si dividono da 40 anni tra quelli che vorrebbero tornare al proibizionismo e quelli che vorrebbero che si progredisse nella “vera” libertà di scelta, avendo come orizzonte ideale la diminuzione progressiva della pratica fino a una sua sostanziale scomparsa. Io appartengo al secondo gruppo, ma perché quelli del primo gruppo non dovrebbero poter dire la loro?. Se abortisti e femministe integraliste (sull’uso del termine integralista vedi più avanti) non fanno MAI discutere di prevenzione, non sopportano che si facciano campagne di sensibilizzazione per una vera (ripeto, “vera”) libertà di scelta, abbiano almeno il pudore, la decenza di non chiamarsi progressisti e difensori di qualsivoglia diritto. Perché fare una battaglia culturale su questi temi deve essere contrastato con ostracismi e intimidazioni mediatiche che vanno ben oltre il diritto di manifestare contro?

6 – Come ho ripetuto migliaia di volte in questi anni, la difesa di alcuni valori non è questione confessionale. Essere contrari alle unioni civili non in assoluto ma quando pretendono di essere la stessa cosa di un matrimonio; alzare bandierina sulle questioni di fine vita perché forse sono più delicate e scivolose di come vengono raccontate; sostenere una prevenzione seria dell’aborto, sempre più diffusa e partecipata; essere contrari a pratiche barbare e schiaviste come l’utero in affitto: tutte queste posizioni non c’entrano nulla con le convinzioni religiose. Son questioni di giustizia e civiltà che tutti possono condividere, e per questo si propongono al dibattito pubblico. Sono prevalentemente i cattolici a sostenerle? Un punto a loro favore, significa che su questioni etiche così rilevanti sono più sensibili di altri.

7 – Ah ma dice “il tale relatore vuole mettere a morte i gghei”. E dice anche “l’altro relatore fa le terapie riparative”. La prima non è vera: è sicuramente falsa l’affermazione secca, quanto alle posizioni espresse dalla relatrice in passato non le condivido ma non sono così estreme. Se viene a spiegare e a raccontare lo fa a suo rischio, perché ci sta che tutti ci convinciamo che ha davvero idee estreme. Ma perché, perché, perché non dovrebbe parlare? Perché, perché, perché non dovremmo ascoltarla? La seconda è vera ma per quanto discutibile è una posizione che è interessante conoscere. E lasciamo perdere la pretesa scientificità delle attuali linee guida degli psicologi: per suo stesso statuto, la psicologia è una disciplina che non può mai arrivare a posizioni definitive, a maggior ragione su un tema complesso come questo. Quindi pensare che un terapeuta con convinzioni “eretiche” rispetto alla maggioranza degli psicologi non possa parlare, non possa raccontare in un convegno pubblico la sua esperienza, è intolleranza e censura bella e buona.

8 – Qualcuno mi spieghi perché sarebbe integralista chi sostiene che l’aborto è la soppressione di un essere umano (cioé chi enuncia un fatto nudo, crudo e incontestabile) e non sarebbe integralista chi vorrebbe obbligare i medici obiettori a praticare gli aborti pena la perdita del posto di lavoro in una struttura pubblica; o mi spieghi perché sarebbe integralista chi dice che i sessi sono soltanto due (perché usa la logica e sa distinguere tra “sesso” e “comportamento sessuale”) e non sarebbe invece integralista chi pensa che sia legittimo riempire di ormoni un bambino di sei o sette anni perché dice di essere una bambina. Siete proprio sicuri sicuri che l’intolleranza e la violenza ideologica siano tutti da una parte? Magari ne riparliamo domani, dopo il consueto show di manifestazioni e contromanifestazioni.

9 – Ripeto, ribadisco: non mi piace l’impostazione del Congresso di Verona e vorrei discutere, modificare, anche contestare molte delle idee che là si sostengono. Ma i temi al centro dell’evento sono di importanza capitale. E se gli zelanti attivisti che fanno le schedature degli albergatori, gli squadristi che si sono dati così da fare in queste settimane nelle redazioni e negli studi televisivi per demonizzare un congresso mi costringessero a schierarmi, “o di qua o di là”, la scelta sarebbe inevitabile e sarebbe contraria a quella per la quale si sono dati tanta pena. Ma su questi figuri Cruciani ieri ha già messo la pietra tombale.

10 – Ah ma dice “ci va anche Salvini”. Esticazzi.

12 marzo 2019

Agre parole

Filed under: parole, non fatti — alessandro @

limonata san fabiolimonata d'arancia san fabio

Limonata e aranciata sono termini ormai di uso comune, ma mi sono sempre chiesto perché, analogamente, nessuno ha mai detto “chinottata”. Forse perché suona male, ma il risultato è che molti non sanno neanche che il chinotto è un agrume. Il punto è che le parole non si formano sempre secondo procedimenti lineari e logici.

Qualche anno fa è stata sollevata la questione della correttezza del termine “orzotto” formato in analogia a “risotto”: secondo alcuni il risotto è anche un procedimento che è nato per il riso ed è stato applicato in seguito ad altri cereali, quindi “orzotto” (oggettivamente brutto) non si giustifica, sarebbe meglio dire “orzo risottato” o “risotto d’orzo”. Non riesco a decidere chi ha ragione, ma so che, come sempre in questi casi, sarà l’uso a decretare l’inizio della vita reale di una parola (non basta che la usi uno chef una volta o qualche ristorante, bisogna che si affermi, che tutti la capiscano alla prima senza fare smorfie o polemiche o mettersi a ridere).

Comunque applicando l’idea del risotto come procedimento alle bevande si potrebbe giustificare in linea teorica la scelta della premiata ditta “San Fabio” (a parte la confusione sulle preposizioni). Ma bisognerebbe capire se è nata prima la limonata o l’aranciata.


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