Cronachesorprese

27 giugno 2017

L’ora di Charlie

Filed under: cronache — alessandro @

L’ora di Charlie è l’ora in cui l’umano segna una sconfitta, scende un gradino che non si doveva scendere. Lo dice molto bene Enzo Pennetta sintetizzando in sei punti questo passaggio. Pennetta non lo seguo quando parla di evoluzione, ma quando parla di tecnocrazia è degno di lettura.

Avete notato l’assordante silenzio dei quotidiani italiani? Non dico che non ne abbiano parlato, qualche articolo qua e là è apparso. Ma provate a fare la proporzione con altri casi recenti. Il buon Corrierone oggi si è sforzato, così come Il Fatto quotidiano. Invece su Repubblica ancora niente. Massì, vedrai che qualcosa stanno preparando anche loro, giusto per non “bucare”. Ma questa storia non riempirà le prime pagine dei giornali come qualche mese fa la storia di Dj Fabo. Non ditemi che viene trattata con il giusto rilievo. È una vicenda che potrebbe avere conseguenze capitali in tutta Europa e viene quasi silenziata.

La richiesta di una famiglia di provare a curare con un protocollo sperimentale un bambino affetto da una malattia rara, e comunque assisterlo fino all’ultimo senza staccare i macchinari che lo tengono in vita, sta per essere negata da un ospedale pediatrico in solido con uno Stato. Lo Stato si sovrappone, si sostituisce alla patria potestà come nei casi in cui i genitori non sono in grado di provvedere all’accudimento minimo del figlio. In altre parole, lo Stato pretende di dire che se i genitori non riescono ad accettare che per quel bambino è meglio morire che provare a vivere, non sono buoni genitori. Ognuno è in grado di calcolare le gravissime conseguenze di questa storia, se questo principio dovesse essere applicato altre volte.

Ma i grandi media tacciono o sottovalutano. E a Strasburgo fino a ieri hanno temporeggiato sperando che Charlie togliesse il disturbo prima della loro decisione, traendoli d’impiccio. Una vigliaccheria disgustosa, ripugnante. Ma poiché Charlie proprio non ne vuole sapere di togliersi di mezzo, allora i grandi giudici hanno rotto gli indugi e hanno emesso il loro trillo, il loro tragicomico peto, un po’ nascosti per vedere l’effetto che fa. Charlie deve morire quando lo diciamo noi. I genitori non contano. L’esistenza di un protocollo sperimentale (non riconosciuto in UK, ma santiddio, è un protocollo sperimentale) non conta. Cosa conta? Creare un precedente “utile” ad altro, mi sembra evidente, facendo credere che è per un sentimento di pietà, come si farebbe per un cagnolino. Ecco, da stasera non mi rompete più con storie pietose di cuccioli, grazie.

I grandi media fanno il gioco di questa disumanità che assedia ogni lacerto di buon senso. No, non vedrete titoli a nove colonne ed editorialoni chilometrici per Charlie Gard sui giornali italiani, e ne vedrete pochini anche nel resto d’Europa, solo in Inghilterra la storia ha avuto il giusto spazio. Al di qua della Manica vedrete solo qualche notizia freddina, anonima. E allora non rompetemi più le palle con l’orso del Trentino, con il cane Iceberg, con i cuccioli di foca. O stasera, domani mi parlate di Charlie, mi informate come si deve su questa gravissima ingerenza dello Stato e della Corte Europea nel rapporto tra un bambino e i suoi genitori, o da domani skipperò senza pietà qualsiasi notizia di maltrattamento di animali, e sa il cielo quanto mi rendano triste anche queste storie. Non mi educherete mai, adescandomi dalle vostre fottute finestrelle in home page, a mettere sullo stesso piano la pietà per un cucciolo e la dignità umana del malato.

Una volta di più penso che chi opera queste selezioni così energiche sui fatti da raccontare non possa vantare nessuna neutralità. Non è neutrale non parlare, o parlare poco, di Charlie Gard: è solo paura, è solo vigliaccheria, ed è una dannatissima scelta di campo a favore della progressiva ridefinizione del concetto stesso di diritto che a ogni nuovo step mi sembra sempre meno a misura d’uomo. In alcuni casi si spara in prima pagina per settimane un ambiguo, controverso “diritto a morire”, in altri casi si relega in notiziole di poche righe per mesi l’indiscutibile, sacrosanto diritto a provare a vivere. Chi lavora nell’informazione e pensa che questo sia dare il giusto peso alle notizie può dire quello che vuole, ma non può pretendere patenti di neutralità e obiettività.

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