Cronachesorprese

29 gennaio 2014

Viva la Fiat

Filed under: market mysteria — alessandro @

Cari Marchionne ed Elkann, mi auguro soltanto che i vostri geni del marketing abbiano calcolato l’hype che stanno innescando. Se, a dispetto delle quote azionarie, gli strateghi della comunicazione sono solo oltreoceano ditelo subito. Se qualche italiano ha voce in capitolo non può aver fatto passare questo logo senza immaginare cosa sarebbe successo, in Italia, un attimo dopo la presentazione:

fca

Se l’obiettivo è far parlare (in Italia) ci siete riusciti: io stesso non starei qui a scrivere un post. Ma un obiettivo così per voi è miserabile, andiamo: non siete una startup di nerd in tempesta ormonale. La Fiat Chrysler Automobiles non dovrebbe aver problemi a guadagnare l’attenzione, dal business al consumer. È la fusione di due marchi stranoti, che nonostante i molti travagli hanno storia e dignità.

D’accordo, la notizia di oggi è che la sede legale sarà in Olanda, la sede fiscale in Inghilterra e che il titolo sarà quotato alla borsa di New York. Sarete un’azienda un po’ meno italiana. Ma oltre ad andarvene, ve ne andate con quel nome scritto in quel modo in quel logo? Non è un bello scherzo, in Italia non siamo disposti a perdere proprio tutto.

Ok, non ho resistito. Facciamo i seri. Volete farci credere di aver snobbato i giochini e le allusioni per dimostrare che siete azienda globale e guardate oltre il provincialismo italiano. Interpretazione interessante, ma se è quella giusta la vostra posizione è ugualmente debole. Il mercato italiano per voi è essenziale. E quando parlo di mercato parlo di immagine di prodotto, non solo delle vendite che potrete fare. Oltre a vendere molto in Italia vendete nel resto del mondo perché vantate un buon credito di quella qualità italiana che nell’industria dell’automobile ha detto la sua. E se associate in Italia l’immagine di prodotto agli sciocchi calembour che vengono e verranno in mente a tutti, alla lunga svilite il marchio. Posso sbagliarmi, ma non ho molti dubbi su questo. Che senso ha dare in pasto l’immagine aziendale a ironie di bassa lega che interverranno d’ora in poi in due discorsi su tre intorno a voi?

Altra ipotesi: un po’ snobbate le ironie del popolino (e in questo sareste degni eredi dell’Avvocato), un po’ qualcuno di voi (parlo dei comunicatori italiani) ha pensato, lateralmente, di cavalcare un hype di sicuro successo. Se è così, siete sicuri di farcela? Una volta che si innesca un gioco così bisogna poi reggerlo. Comunicazione social pensate di farne? State condannando i vostri stagisti a vagliare milioni di commenti idioti.

Se sembra esagerato facciamo qualche esempio. Le prossime auto potranno avere nomi di donna? Io eviterei. Nel 2023 per celebrare i quarant’anni della Uno produrrete la Una? Ehm, meglio di no. Negli anni novanta avete fatto la Brava, non vi consiglio di buttarvi prossimamente sulla Bella. E meno male che la Perla avete deciso di venderla soltanto in Cina. Dove probabilmente staccano anche le sillabe pronunciando il nome, “Per – la“.

Passiamo all’ufficio stampa. Leggo con interesse il vostro comunicato di oggi. Alcune frasi:

- “FCA ci permette di affrontare il futuro con rinnovata motivazione ed energia”
- “Gli azionisti di FCA avranno diritto a detenere le azioni speciali con diritto di voto sino a quando non trasferiranno le loro azioni ordinarie”
- “Tutte le attività che confluiranno in FCA proseguiranno la propria missione…”

Non so voi. Io non ce la potrei fare.

24 gennaio 2014

Il capitale umano

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

il capitale umano

L’immagine che ho scelto è forse l’unica immagine di speranza del film. Un raggio di sole quasi inaspettato in una storia cupa. Tetra come le storie di Virzì non sono mai state. Un’ottima storia, narrata in maniera magistrale. Ma l’ho scelta perché la speranza è davvero dentro a questo abisso. Soltanto dieci anni fa il pubblico italiano non avrebbe sopportato una storia così.

Dopo aver visto il film le polemiche provinciali seguite all’uscita nelle sale mi sembrano surreali, lunari. Davvero qualche brianzolo s’è offeso? Non riesco a capire come sia possibile. Vuol dire non andare al di là del proprio naso. E confermare indirettamente la battuta iconica dell’ottima Valeria Bruni Tedeschi (pronunciata in una scena verso la fine) sul destino dell’Italia. Amara, ma vera: “Avete scommessa sulla rovina di questo paese e ci siete riusciti”. Nel sofferto, progressivo disincanto del suo personaggio c’è un risveglio doloroso che, hai visto mai, potrebbe diventare collettivo.

Altrettanto fuori luogo le letture sociologiche. Vero, nel film si parte da medie sociologiche. Ma i personaggi e la vicenda vanno presto ben oltre. Grazie anche alla bravura di tutti gli interpreti, proprio tutti, i più collaudati come i più giovani. La meschinità, il cinismo ritratti a tinte forti ed espressioniste non sono questioni di classe né generazionali, né tantomeno sociopolitiche. Se qualcuno vuole raccontarvi questo film così non credetegli, guardatelo con sospetto. Come guardereste qualcuno che sta tentando di tirarsi fuori dalle sabbie mobili giurando, nello stesso istante, di essere pulito.

Non per notare distanze o difetti, ma solo per tracciare delle coordinate, potrei dire anche che certe atmosfere sono più vicine ad American beauty e a Dogville che a certi drammi borghesi del cinema nostrano o francese. Si vola alti senza quasi rendersi conto di cosa si sta costruendo.

22 gennaio 2014

Preferisco le preferenze

Filed under: cronache — alessandro @

Caro Renzi, caro Berlusconi, caro nuovo Partito Democratico e cara vecchia Forza Italia, non so più come dirvelo: voglio le preferenze, ridatemi le preferenze.

Non raccontatemi ancora una volta la favoletta del pericolo del voto di scambio orchestrato dalla criminalità organizzata. Dimostrate prima che gli uomini che scegliete voi, le strutture che costruite voi sono esenti da questo rischio e poi forse ne possiamo riparlare. Se non riuscite a dimostrarlo, onestamente, date agli elettori la possibilità di scelta: non è detto che facciano peggio. Si potrebbe anche tentare di tirare a sorte, magari va meglio.

Fate liste non bloccate e ragionevoli: ovvero non lenzuolate infinite per elargire l’ebbrezza della candidatura anche al cuggino del porco, ma neanche cinquine o sestine di polli d’allevamento che non hanno mai vinto neanche una figurina a muretto alle medie e se non avessero una cellula di partito in cui coltivare fantasie di rivalsa avrebbero aperto un negozio di filatelia o trovato un posto al catasto.

Non dico mica che non dobbiate essere voi a comporle, le liste. Giocatevi la credibilità così: componete liste di gente sensata e decente e poi buttatela nella mischia con un bel “vinca il migliore!”. Ma perché lo ritenete così inaccettabile? Che cosa si va a toccare della vostra dignità, che cosa si va a sminuire del ruolo che la Costituzione, giustamente, vi assegna? Fateci vedere che vi contendete il candidato onesto e competente, fate a gara a corteggiarlo, a sedurlo con tutte le vostre forze. Le mazzette non valgono.

Non so se avete chiaro quello che guadagnereste e soprattutto quello che il paese guadagnerebbe grazie a voi: un sostanziale, salutare rimescolamento delle attuali appartenenze. La squadra del cuore non si cambia mai, il partito sì. Coraggio, aiutate gli italiani a cogliere la sottile differenza tra un partito e una squadra di calcio. Negli ultimi vent’anni non avete fatto molto per farla percepire. Nessuno escluso.

18 gennaio 2014

Sognare la complessità

Filed under: tutto considerato — alessandro @

Tra le tante “muccinate” che hanno invaso il cinema degli ultimi quindici anni questa scena (e in fondo anche il film) quasi si salvano. La rete l’ha premiata con innumerevoli condivisioni. C’è un poco di verità in questo dialogo, anche se è improbabile e troppo didascalico. Verità psicologica, verità emotiva, verità morale.

La retorica del “sogno” non mi ha mai convinto. Ma qui non si tratta del sogno-e-basta, quel contenitore buono per qualsiasi cosa che non ammette discussioni sul contenuto. Intanto è il sogno di un bambino, e va difeso e valorizzato con ogni mezzo, a rischio della vita (dell’adulto). Qui c’è un padre che somministra al figlio una cura omeopatica di frustrazione perché sia in grado di riconoscere ed evitare i cattivi maestri, le persone che stancano e succhiano energia, quelle che sono chiuse alla novità e alle sorprese, quelle che hanno già capito tutto di te (che sono invariabilmente quelle che non hanno capito nulla: non so come è andata a voi, nella mia vita non c’è nessuna eccezione a questa regola), i mediocri che ostacolano la ricerca della felicità altrui.

I sogni dei bambini vanno sempre protetti. I sogni degli adulti vanno messi in discussione, non per stroncarli ma per temprarli. Continuo a usare la parola “sogno” per comodità, ma mi sta stretta. Non rende giustizia al desiderio di realizzazione di una persona. La tollero perché l’immaginazione, motore indispensabile per interagire con gli altri, per incidere sulla realtà, va sempre un poco oltre il realizzabile. Per sovrabbondanza, non per difetto di fabbrica. Direi che è quasi una condizione per qualsiasi vera utilità. Ma va oltre il realizzabile appunto, non oltre la realtà.

Mi piacerebbe che la parola “sogno” fosse depurata dall’individualismo, dall’astrattezza, dal disamore per il qui e ora da cui ogni legittima aspirazione di cambiamento deve partire, dal desiderio di rivalsa. Ma soprattutto il mio sogno non è rifiuto della complessità, della dialettica, del paradosso.

13 gennaio 2014

“Te la rubo!”: il sedicente ladro gentiluomo

Filed under: Weekly Facebook — alessandro @

L’espressione “te la rubo!” usata su facebook ha ormai raggiunto la soglia che mi fa scattare lo sclero. Non so quando precisamente è cominciata questa cattiva abitudine mascherata da formula di cortesia. Forse già prima dell’avvento dei social network, ma ricordo di avere già gentilmente discusso in proposito con alcuni social-amici almeno tre o quattro anni fa.

Spiego prima perché è impropria, poi spiego perché non mi piace, poi rifletto sul perché, a mio parere, viene usata.

La trovo impropria perché in un ambiente come facebook è (in linea di massima) impossibile rubare qualcosa. E non ditemi che l’espressione “rubo” è ironica. Grazie, ci arrivo. Stiamo parlando di un ambiente social che si è affermato in forza di metafore, a cominciare dalla metafora principe dell’”amicizia”. In questo contesto il meccanismo base di facebook è la condivisione. È un servizio web che incrocia rappresentazione personale e contenuti che, nel 90% dei casi, hanno sede altrove e non appartengono a chi li condivide.
I contenuti originali degli utenti (pensieri, foto, video, note e altro) che sono il restante 10% vengono condivisi senza poter nascondere la fonte, a meno che qualcuno non salvi e riposti in proprio il contenuto invece di usare la funzione di share. Ma non ha molto senso farlo. Primo perché è facile essere sgamati, secondo perché non vedo nessun motivo per farlo se non un cazzeggio maniacale strutturato che ascriverei a una vaga e innocua mitomania.

Non mi piace perché è la classica excusatio non petita. Qualcosa di superfluo che mi porta a considerare una cattiva intenzione quando proprio non ci pensavo e nel momento in cui viene negata; mentre io condividendo un contenuto, che sia mio o una segnalazione di qualcosa che mi è piaciuto, avevo già escluso la mia contrarietà a una diffusione non controllata da me. Ho implicitamente dichiarato che voglio che almeno i miei amici vedano. Esprimeranno diversi gradi di apprezzamento: o un semplice “like” o un “like” rafforzato con una condivisione. A meno di esplicite dichiarazioni contrarie (e comunque solo io ho visibilità sulle mie impostazioni di privacy) io sarò contento di questo e di ulteriori rafforzamenti (like più condivisione più commento di approvazione più like degli amici del mio amico che ha condiviso ed eventuali loro like più commenti più condivisioni e così ad libitum).
Ripeto, può piacere o non piacere ma questo è il meccanismo base di facebook, uno dei motivi principali del suo successo. Se non piace non si usa. Ma se si usa non ha senso, è distonico, è leggermente indisponente farlo facendo finta di stare in punta di piedi, segnalando una distanza critica dal metodo, dall’ambiente, un disagio che non si sa da dove viene e non ha motivi apparenti. Come damigelle morigerate al tè delle cinque che cominciano dichiarando che assaggeranno soltanto la più piccola pasterellina secca disponibile. Ma se il padrone di casa ti ha offerto un cabaret intero non devi scusarti, è per te, se ne hai voglia mangia il bigné più grosso straboccante di crema allo zabaione, nessuno ti ha detto che non puoi farlo; ti impasticcerai un poco le dita, cosa vuoi che sia. È vero, non potrai negare di averlo fatto, ma non c’è nessun motivo ragionevole per negarlo.

Le autodenunce degli Arsenio Lupin dei social, sedicenti ladri gentiluomini, abbondano per diversi motivi.

Il primo motivo è una scarsa consapevolezza del mezzo che stanno usando. Molti non distinguono bene la proprietà, l’origine, la fonte del contenuto. Anche quando è dichiarata, anche quando è un link, anche quando è in forma di citazione.

Un altro motivo è che alcuni sono sinceramente ammirati dalla capacità di altri di scovare materiali interessanti da condividere. Con il “rubo!” è come se dicessero: “ma dove l’hai trovata questa roba!” e si preoccupano di non attribuirsi la geniale scoperta. I “rubo” che mi fanno più tenerezza sono quelli che si trovano in calce a contenuti che circolano da anni e che ho visto condivisi già decine di volte.

Com’è noto facebook ha risolto da tempo una parte dei possibili dilemmi segnalando di default da chi si sta condividendo qualcosa. Volendo in fase di editing e pubblicazione questa informazione si può nascondere. Possono esserci buoni motivi per farlo e nessuno sano di mente si sognerebbe di prenderlo come uno sgarbo. O no? In ogni caso non c’è furto possibile: quell’ambiente social serve proprio per condividere e diffondere.

I personaggi che trovo veramente deleteri sono quelli in cui al “rubo!” si accompagna almeno un altro di questi comportamenti: mandare inviti a eventi a vanvera, senza selezionare tra gli amici quelli che potrebbero essere interessati; mandare inviti a giochi anche a chi te li ha sempre rifiutati; taggare gente in massa in una locandina, in una foto, disconoscendo totalmente l’uso e il significato del tagging (che ormai nell’evoluzione del mezzo è da considerarsi quasi sempre invasivo). Credo che la contraddizione tra la cortesia non richiesta del “rubo!” e l’invasività degli altri comportamenti sia evidente a tutti, senza bisogno di spiegazioni.

Pagina successiva »

Powered by WordPress. Theme by H P Nadig