Cronachesorprese

27 dicembre 2013

L’ultimo viaggio della Virxe

Filed under: cronache — alessandro @

Cara Virxe da Barca, non ti vedrò mai più così:

virxe da barca, muxìa

però così i miei occhi ti hanno vista e non dimenticherò mai le due ore che ho passato a guardarti seduto sulla scogliera e a pensare. Sei stata amica e compagna di tutti i pellegrini che hanno finito il loro cammino davanti a te e al mare. Ora sei salpata di nuovo, hai preso il mare da cui sei venuta. Te ne sei andata a natale, ci hai voluto lasciare non da soli ma con una speranza neonata.

Ti ricostruiranno. Spero senza fretta, perché la fretta non ha mai detto bene in questi casi. La scogliera è già un luogo sacro. Non abbiamo bisogno di colate di cemento istantanee per celebrare ciò che lì si celebra da sempre, da epoche preistoriche, per godere della meraviglia congelata in quelle pietre dalle forme così strane, per apprezzare la certezza che si possa andare sempre oltre quel limite come oltre ogni limite del mondo fisico.

Vorrei che la nuova chiesa che sorgerà fosse eretta dalla gratitudine e dall’affetto dei pellegrini che ti hanno amata. Non importa quanto dovremo aspettare, l’importante è che sia il tuo popolo a prendersi cura di te, più che una sollecitudine istituzionale che valuta la perdita di una risorsa turistica. Chi se ne importa! Anche i cantieri sono belli, la Sagrada Familia l’ha reinsegnato a noi poveri idioti che non abbiamo più la fede per amare un tempio che non vedremo mai finito, che non capiamo più l’amore che muoveva chi portava le prime pietre delle cattedrali.

26 dicembre 2013

Attesa di sale

Filed under: il consumatore non consumato — alessandro @

“E stai zitta, bastarda! Sileeenzio!” A parte le bestemmie qua e là non mi sono mai sentito così in sintonia con un ubriaco marcio di quelli da panchina di stazione ferroviaria. Ce l’ha con la voce meccanizzata degli annunci ma anche con le pubblicità che si ripetono senza posa dagli schermi posizionati in ogni binario. Una violenza, quest’ultima, già analizzata e denunciata in altro post. Stasera mi focalizzo su un altro aspetto del deserto che avanza nel trasporto ferroviario.

Sono arrivato con largo anticipo in stazione e, come sempre capita quando sono in anticipo, il treno è in ritardo. E non un regionale da una fermata ogni due chilometri, ma un pretenziosissimo Frecciabianca. E non un ritardo di dieci minuti, ma di 35. No, 45. No, 55. Gli aggiornamenti grandinano impietosi sul tabellone, ma io non mi scompongo come altri accanto a me. Sapeva già tutta l’amara verità la app che ho consultato poco prima di arrivare, che dava un’ora di ritardo. La causa, dice la lady meccanica dei nostri incubi, è un guasto: “ce ne scusiamo con la gentile clientela”.

Che fare? Un libro ce l’ho, aspetto. Ma dove? Sala d’attesa? Non esiste piú. Bar? Neanche: al posto di bar e sala d’attesa c’è un Mc Donald. Mi scoccia ma per una volta entro, fa anche servizio bar quindi non sono costretto a prendere schifezze. Entro e la ragazza al bancone mi guarda desolata: “Siamo in chiusura, mi spiace”.

Panchina sul binario. Sono le 21:30, se va bene devo aspettare un’ora. Fortunatamente non piove più e non fa molto freddo, ma l’aria è pregna dell’umidità dei due giorni di buriana appena passati. Domani devo alzarmi presto per un rientro al lavoro non facile. Se mi va di lusso sarò a casa a mezzanotte e mezza.

Quindi ricapitoliamo. Nella stazione di un capoluogo di provincia di media grandezza non c’è più la possibilità di attendere in un luogo confortevole nelle 24 ore. Già è discutibile che quegli spazi siano stati concessi a una multinazionale come Mc Donald: per viaggiatori e turisti una stazione è anche una porta d’ingresso a una città, a una regione, a un pezzo d’Italia. Perché non metterci un bel bar all’italiana?

Ma sorvoliamo su queste romanticherie (che non lo sono, beninteso): se Mc Donald o chiunque altro si ciuccia gli spazi di bar e sala d’attesa deve garantire un servizio di pari livello o superiore. Bar più sala d’attesa, più pulizia degli ambienti e dei bagni e orari di apertura congrui con le esigenze dei viaggiatori. E invece eccomi qui. La Stazione era casa, una volta, quando era necessario. Stasera mi sento messo alla porta a casa mia. E non rompete col darmi dello statalista o peggio, grazie: sapete tutti che non lo sono, non mi metto a fumare dalle nari quando vedo un privato nel pubblico. Non avrei niente in contrario in linea di principio, ma i servizi di valore pubblico devono essere condotti partendo da certe priorità: garantisco un servizio e nel contempo faccio utile. Se sono bravo ne farò tanto, se sono meno bravo ne farò un po’ meno ma non posso per questo motivo comprimere il servizio.

24 dicembre 2013

Cammino di natale

Filed under: cronache — alessandro @

Non te apenes Xosé,
non te apenes por nada,
¿qué máis cartos ti queres
que isto que me acompaña?

In fondo l’avvenimento che ricordiamo oggi è storia di viandanti, di pellegrini che cercano riparo per la notte. Vanno, non sanno fino all’ultimo momento come fare eppure sono certi che in qualche modo si farà. Da cosa viene questa certezza? Dalle premesse poste al loro cammino. Ciò che sta per arrivare deve arrivare, è già certo, non possono neanche far finta di non saperlo.

Nonostante ciò, c’è ancora tempo, deve esserci tempo anche per la scelta umana tra accoglienza e non accoglienza, tra accettazione e rifiuto, tra guardare e voltare la testa dall’altra parte, tra partecipare e censurare. Se non ci fosse questo spazio né Giuseppe, né i pastori e neanche Maria in fondo ci sarebbero davvero. Sarebbero fisicamente presenti, ma estranei come capita a tutti di quando in quando di essere estranei nel profondo a ciò che si agisce in superficie: un mestiere, una maternità, una relazione, un viaggio. Quel momento sospeso prima dell’arrivo del pellegrino… un attimo dopo troverà il suo nome: o era attesa o era nulla, ignoranza, oblìo. Quel momento staminale è lo scopo per il quale quel viaggio è iniziato: se non ci fosse quel momento da trasformare non ci sarebbero compellegrini di un pellegrinaggio unico nella storia che è diventato, invece, paradigma per qualsiasi viandanza.

L’arrivo di questa notte è Natale. Si intende quindi comunemente come inizio, e lo è. Ma da un altro punto di vista è l’ultima tappa di un cammino che nessuno può dire quanta strada abbia bruciato. I due, l’uomo e la donna cui tocca questa notte portarlo, sono gli unici per il momento a intuire che la distanza che questo pellegrino speciale ha coperto non è solo quella percorsa insieme a loro, e non è misurabile nella sua interezza. E siamo ancora qui, oggi, a cercare di immaginarla quella distanza, a scandagliare l’orizzonte per intravederne degli scorci. A confrontare la nostra vita, il nostro cammino misurabile, con l’altro incommensurabile.

Anche se non c’è unità di misura soddisfacente quel confronto è l’unico valore possibile. Forse non sopportiamo che quella distanza sia stata bruciata per sempre. E non da noi. Forse dovremmo cominciare a pensare che l’ospite non è sacro per tradizione, ma per natura, perché porta con sé quell’incommensurabilità davanti alla quale si può solo adorare. E che l’ospite non è un’evenienza possibile, ma è definitivamente nella storia umana: non ci sarà mai più un momento in cui non sarà necessario esercitare la virtù dell’ospitalità. E meno male, perché è esattamente ciò che speriamo, anche senza esserne pienamente consapevoli. Attendiamo lo straniero non estraneo per il quale dobbiamo essere sempre pronti.

Buon natale, buon cammino a tutti quelli che passano di qui.

Cara Belén camiña
unha Nena ocupada
fermosa, en canto a ela,
San Xosé a acompaña.

Chegaron a Belén
e pediron pousada,
responderon de adentro
con voz alborotada.

¿Quen chama á miña porta,
quen á porta me chama?
Somos Xosé e María
que pedimos pousada.

Se traen cartos que entren
e senon que se vaian.
Cartos non traerei,
máis que un real de prata.

Isos son poucos cartos,
pídanno noutra parte.
San Xosé xa penaba,
María o consolaba.

Non te apenes Xosé,
non te apenes por nada,
¿qué máis cartos ti queres
que isto que me acompaña?

13 dicembre 2013

Via dei forconi oscuri

Filed under: cronache — alessandro @

Il cosiddetto movimento dei forconi non è niente di tutto quello che gli altri dicono di loro, ma neanche niente di quello che loro dicono di sé. Abbiamo capito che la data del 9 dicembre non rimarrà nella storia come un 14 luglio o roba simile. Beh, non ci voleva un genio. Abbiamo capito anche che un tentativo di organizzazione e coordinamento da parte di qualcuno c’è stato, ma poiché ha tirato il sasso e nascosto il braccio è nella migliore delle ipotesi un vigliacco e probabilmente non vale neanche la pena affaticarsi per dargli un volto.

La protesta si è offerta da subito come una bella scatola vuota per tutti i malcontenti e i maldipancia che attraversano il paese. Ha preso come labile spunto un fumoso sciopero degli autotrasportatori (pochi) e dei commercianti (ancora meno) ma presto ha assunto la forma ormai classica del “devono andare tutti a casa”. Non è uno stile di protesta che può trovare una qualche solidarietà tra i cittadini. Bloccare le strade, chiudere i negozi quando è già cominciato il mese più importante dell’anno per il commercio non è qualcosa che si può far accettare su presupposti così generici. La protesta Amt a Genova del mese scorso, che come ho spiegato non mi piaceva del tutto, è stata dura ma ha trovato solidarietà tra i cittadini appiedati perché gli obiettivi erano chiari, e per quanto discutibile era chiara l’interpretazione in base alla quale gli scioperanti proclamavano ai genovesi “lo facciamo anche per voi”. Ma questi come pensano di paralizzare strade e commercio? “Finché non vanno a casa”. E come no. Intanto fai andare a casa me. O al lavoro.

4 dicembre 2013

Del porcellum non si butta via niente

Filed under: cronache — alessandro @

Se il Parlamento da oggi è delegittimato (non la vedo così, e spero che vada avanti ancora per tutto l’anno prossimo) mi domando cosa dovrei pensare della Corte Costituzionale che ha impiegato otto anni ad “accorgersi” che la legge elettorale non va bene. E quando l’ha fatto ha tirato fuori un dispositivo che lascia a dir poco perplessi. L’incostituzionalità della legge non dipende solo dall’impossibilità di esprimere una preferenza ma anche dal premio di maggioranza? Ma non è un po’ troppo? Non è che si vanno ad aumentare le difficoltà per il legislatore invece che aiutarlo a sostituire al più presto una legge sbagliata?

Penso di non andare nel carruggio di un noto leader politico che ogni giorno protesta contro la politicizzazione degli organi dello Stato se dico che stasera faccio fatica a pensare alla Consulta come davvero indipendente dal potere e dalle congiunture politiche. Hanno fatto votare per tre volte gli italiani con una legge incostituzionale. Perché non l’hanno bloccata prima? La risposta a questa domanda è solo tecnica o è anche politica?

D’accordo, c’era in ballo un ricorso di alcuni cittadini che, con grande tenacia, hanno sostenuto per anni le loro ragioni fino a questo punto. Ma perché nel 2012 sono stati dichiarati inammissibili due referendum che puntavano all’abrogazione della legge? Non è forse naturale in questo momento pensare che i membri della Consulta, almeno in quella occasione, hanno valutato più in base alla situazione politica che al merito della questione?

Qualcosa sicuramente mi sfugge. Ma vorrei che qualche giurista mi spiegasse in maniera convincente che la bocciatura dei referendum di due anni fa non è in contraddizione con la decisione di oggi. E che il premio di maggioranza non è ammissibile in base alla Costituzione. Non so se le motivazioni, quando usciranno, saranno sufficienti a dissipare questi dubbi.


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