Cronachesorprese

19 giugno 2013

Ancora verso Santiago

Filed under: cronache — alessandro @

Come due anni fa parto a piedi per Santiago. Seguo un itinerario diverso e molto più breve. Aggiornamenti per i prossimi dieci giorni su Ontheroadnews

7 giugno 2013

Che genere di educazione

Filed under: Il postulante de-genere — alessandro @

Seguo con sempre maggiore interesse (e un pizzico di invidia) la protesta francese contro la legge Taubira. Una protesta che dura e che cresce da gennaio e che sta definendo obiettivi e metodo delle future proteste contro provvedimenti analoghi in Europa e nel mondo. Il movimento della Manif pour tous sta dando prova di maturità, creatività, non violenza e sta costringendo il Governo Hollande a risposte da regime. Non se lo aspettava, Monsieur le Président: aveva creduto davvero allo scenario di progressismo dorato e senza conflitti che gli avevano dipinto la stampa e gli intellettuali quando gli tiravano la volata verso l’Eliseo; aveva creduto soprattutto che la maggioranza ottenuta alle elezioni lo mettesse a vento da reazioni apprezzabili. E invece si è ritrovato contro la più grande manifestazione di popolo mai aggregatasi finora su questi temi. Neanche Zapatero in Spagna aveva dovuto fronteggiare un’opposizione cosi compatta, eterogenea e agguerrita.

La prima sconfitta per Hollande è la natura stessa del movimento: solo una censura maldestra può definirlo “bigotto”, come qualcuno ha imprudentemente tentato di fare all’inizio. Nella manif c’è di tutto. I cattolici naturalmente ci sono, ma ci sono anche non credenti di diversa estrazione e, soprattutto, ci sono molti omosessuali che in Francia hanno riconosciute le unioni civili dal 1999 e, se sono liberi da schemi ideologici, sentono il bisogno in questo momento di difendere il diritto (questo sì un vero diritto di tutti) ad avere un padre e una madre.

La legge è stata approvata e va avanti, ma in questi giorni c’è stato un primo ripensamento che si può considerare una piccola vittoria per la Manif: è stato ritirato un emendamento che imponeva alle scuole di primo grado di assicurare “le condizioni di un’educazione all’uguaglianza di genere”. Una questione molto delicata: l’emendamento avrebbe imposto a tutte le scuole, comprese quelle che in Italia chiameremmo paritarie, di conformare i programmi di insegnamento alle assai discutibili acquisizioni della cosiddetta teoria del gender. I comportamenti sessuali non sarebbero un dato di natura derivante dalla differenza sessuale ma sarebbero indotti dalla cultura e dall’educazione. Quindi niente più maschi e femmine nelle parole degli insegnanti e nei libri di testo, niente più riferimenti alla mamma e al papà ma soltanto parole e situazioni neutrali, nessuna allusione possibile alla diversità di ruoli e di comportamenti sulla base della differenza sessuale. Un delirio. Un delirio ideologico che una legge in Francia sta tentando di spacciare come acquisizione pedagogica indiscussa e definitiva.

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La rivendicazioni di presunti diritti negati si trasforma presto in sopruso. Per consentire il matrimonio agli omosessuali si nega già a livello lessicale e semantico la differenza tra marito e moglie. In Francia non si può più scrivere in atti ufficiali dell’amministrazione marito e moglie, madre e padre, ma coniuge 1 e coniuge 2, genitore 1 e genitore 2. È evidente che non è possibile estendere il matrimonio agli omosessuali senza scassare l’istituto del matrimonio. L’esperienza francese sta diventando preziosa: stiamo vedendo tutte le contraddizioni e i limiti di un’ideologia che finora non ha trovato molta resistenza. Il vero campo di battaglia è quello dell’educazione: lì si gioca la libertà dell’individuo e delle famiglie contro le pretese di uno stato che ha deciso di tornare ad essere un po’ totalitario.

6 giugno 2013

Posta disordinaria

Filed under: il consumatore non consumato — alessandro @

Era molto tempo che non usavo le Poste italiane per spedirmi un pacco. Ieri ho scoperto che il servizio è cambiato. In peggio, anche se leggendo sul sito sembra che si sia arricchito di nuovi mirabolanti servizi. È soltanto cambiata la definizione in modo da classificare come servizi accessori cose che fino a qualche tempo fa (non saprei quanto) erano comprese nel servizio di base.

Per intenderci, a mia memoria biologica spedire un pacco per posta è una procedura che si compone di questi passaggi:

Spedizione
- Confeziona un pacco di dimensioni e peso accettati
- Vai all’ufficio postale più vicino
- Compila il modulo che richiede necessariamente un mittente e un ricevente
- Paga la tariffa richiesta e conserva la ricevuta
Ricezione
- Ricevi una cartolina di avviso
- Vai all’ufficio postale entro un certo periodo di tempo (sette giorni di solito)
- Consegna la cartolina, esibisci un documento e ritira il pacco
- Oltre il periodo fissato di giacenza paga un sovrapprezzo
- Oltre un ulteriore periodo fissato di giacenza ricevi un’altra cartolina che invita a recarsi in un ufficio centrale, generalmente più lontano
- Oltre un ulteriore periodo di giacenza il pacco viene rispedito al mittente che deve pagare tutto il sovrapprezzo accumulato

Chiedo scusa per eventuali imprecisioni o inesattezze. Diciamo che questa era la procedura che avevo in testa io e che, precisa o no, corrisponde anche a una percezione di buon senso di ciò che dovrebbe essere il servizio essenziale. Ora è saltato il collegamento naturale, per così dire, tra l’indirizzo del destinatario e l’ufficio postale di prossimità e di conseguenza tutta la procedura ha un significato diverso e diversi sono i riflessi nella composizione della tariffa. Ma non è la tariffa il problema, sia chiaro.

Sabato scorso ero a Roma e mi sono spedito a Genova un pacco di acquisti vari che non entravano nel mio zaino già pieno e che mi era scomodo portare a mano. Il modulo che mi è stato consegnato chiedeva di indicare un numero di telefono e i servizi accessori desiderati. Ho chiesto informazioni su quanto costasse il servizio di assicurata (ritenevo, per il valore degli acquisti, di poter indicare un valore intorno ai 150 euro) ma mi è stato risposto che, tariffa a parte, era necessario “dimostrare” il valore indicato con fatture o altre pezze giustificative. Naturalmente ho lasciato perdere. Non ho fatto caso alla casella giacenza, avrei dovuto forse fare una domanda in più ma ho pensato che si riferisse a una giacenza oltre un periodo stabilito e confidavo di ritirare il pacco a Genova senza ritardi.

Ieri pomeriggio mi chiama un corriere con accento straniero che, mi informa, sta gironzolando attorno a casa mia ed è un po’ seccato perché nessuno gli risponde. Di solito mi succede con Amazon e so cosa fare. Realizzo dopo qualche secondo di perplessità che il corriere ha in consegna il pacco romano e lavora dunque per conto di Poste italiane. Mi avverte che non ha molto tempo e chiede dove può lasciare il fardello. Gli rispondo sicuro di lasciarlo all’ufficio postale (cento metri o poco più dal mio portone). Mi risponde ancora più seccato di prima che se non lo prendo subito deve lasciarlo all’ufficio di Bolzaneto, ovvero a 11,6 chilometri dall’ufficio di riferimento per il mio domicilio. Dopo aver abbozzato qualche cortese protesta (ma tanto il corriere albanese-o-giù-di-lì, absit razzismo verbis, che ci può fare? È il solito problema che si verifica anche con gli operatori di call center) gli chiedo di suonare al citofono del mio vicino. Nessuna risposta: anche i vicini escono! Chiedo allora di passare dall’omino del bar che sta sulla stessa piazza dell’ufficio postale, che fortunatamente è un amico.

Non so spiegare bene perché, ma l’episodio mi ha fatto più dispiacere di quello che mi sembrava lì per lì, e mi sono trovato per tutta la sera gettato contro un fondale di vaga malinconia. So bene che le poste stanno passando tempeste epocali, ristrutturazioni, accorpamenti di uffici decentrati e, quel che è peggio, tragiche ridefinizioni semantiche che vorrebbero spacciare per prodotti dei servizi. Però fino a ieri avevo sempre pensato che la rete degli uffici, almeno nel contesto urbano, continuasse a garantire servizi di base di prossimità che erano un argine al tracollo.

Questa piccola e immotivata certezza è caduta. Anche il servizio di spedizione pacchi si serve di corrieri esterni. Le poste italiane, in altre parole, rinunciano consapevolmente al loro vantaggio competitivo sui corrieri. Non ho più nessun motivo per non rivolgermi a un qualsiasi corriere espresso. Forse (e sottolineo forse, dovrei verificare) soltanto il risparmio di qualche euro, ma se poi mi ritrovo il pacco in una zona ben distante dal mio domicilio e molto scomoda da raggiungere degli euro risparmiati non me ne faccio granché.

E a proposito di risparmi, vorrei che qualche pezzo grosso delle Poste italiane mi dimostrasse, cifre alla mano, che servirsi dei corrieri esterni è un risparmio. Che sia per una maggiore efficienza lo raccontino a qualcun altro, mi sembra già abbastanza chiaro che il servizio è peggiorato. Il motivo non può che essere il risparmio, o la “razionalizzazione”, come sono soliti chiamarla. Ma che risparmio c’è a svuotare di funzioni gli uffici attivi e a pagare i corrieri invece di far distribuire le classiche cartoline ai postini? Lo so che i postini sono di meno e sono in gran parte precari. Ma perché sostituirli con i corrieri?


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