Cronachesorprese

27 dicembre 2012

Vita di Pi

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

vita di pi

Un film “dantesco”, e mi dispiace non poter spiegare perché: sarei costretto a spoiler eccessivi. L’ho visto due giorni fa, ce l’ho ancora addosso e l’ho consigliato a tutti, ma in particolare ad amici cari che amano gli animali. Perché questo è il più convincente e affascinante di tutti i film che ho visto incentrati sul rapporto uomo – animale, e anche il meno scontato.

Eppure non è la storia di un’amicizia tra un uomo e un animale: è piuttosto la storia di un conflitto collaborativo, di una sfida ravvicinata e rispettosa tra due creature costrette a convivere in uno spazio ristretto. Che è, indubbiamente, metafora di un ambiente che sta diventando sempre più stretto e che costringe uomini e animali a confrontarsi sempre più da vicino. “Occuparmi di lui, delle sue necessità – dice a un certo momento il protagonista – mi costringeva a tenermi sveglio, a tenermi in vita”. Occuparmi di lui per occuparmi di me. L’unico modo possibile per occuparmi di me.

Non è dunque metafora banalmente animalista o ambientalista, tutt’altro. E non c’è una composizione finale del conflitto, c’è un esito spiazzante, che è come un’apertura. Dal punto di vista narrativo tutte le scelte sono convincenti. Nell’improbabilità estrema delle vicende narrate la storia si sviluppa con una tale coerenza che alla fine il narratore si prende anche il lusso di suggerirne una chiave di lettura radicalmente diversa, che la risignifica senza disintegrarla.

Venendo ai pregi più tecnici: fotografia e riprese spettacolari, scene che non riesco a capire come siano state girate; un’immersione totale nell’avventura come non mi capitava da tempo al cinema; facile “crederci”, facile essere dentro al film, anche senza il 3D (che probabilmente è consigliabile, anche se io me lo sono goduto pienamente in versione normale).

Bravo Ang Lee. Ogni nuovo film è sempre meglio.

24 dicembre 2012

Il grande e assurdo regalo

Filed under: tutto considerato — alessandro @

La Società Chestertoniana suggerisce come augurio di natale questo splendido brano del grande GKC. E anche se su Babbo Natale in particolare qualche critica negli anni ho dovuto condividerla (ma indubbiamente il piccolo Gilbert aveva a che fare con un signore in rosso meno consumistico dell’attuale) l’apertura del cuore, la capacità di riconoscere i “regali” che viene testimoniata in queste parole posso dire di averla ancora, grazie a Dio. Ha fatto resistenza a tutti i miei errori e posso ancora viverla e respirarla in questi giorni di grazia.
Facciamolo nascere questo bambino, godiamoci questo grande e assurdo regalo: è meno difficile di quello che sembra.

“Quello che mi è successo è l’opposto di quello che sembra essere l’esperienza della maggior parte dei miei amici. Invece di rimpicciolire fino ad un puntino, Babbo Natale è divenuto sempre più grande nella mia vita fino a riempire la quasi totalità di essa. E’ successo in questo modo. “Da bambino mi trovai di fronte ad un fenomeno che richiedeva una spiegazione. Avevo appeso alla sponda del mio letto una calza vuota, che al mattino si trasformò in una calza piena. Non avevo fatto nulla per produrre le cose che la riempivano. Non avevo lavorato per loro, né le avevo fatte o aiutato a farle. Non ero nemmeno stato buono – lungi da me!
“E la spiegazione era che un certo essere che tutti chiamavano ‘Santa Claus’ era benevolmente disposto verso di me… Ciò che credevamo era che una determinata agenzia benevola ci avesse davvero dato quei giocattoli per niente. E, come affermo, io ci credo ancora. Ho semplicemente esteso l’idea.
“Allora chiedevo solo chi metteva i giocattoli nella calza, ora mi chiedo Chi mette la calza accanto al letto, e il letto nella stanza, e la stanza della casa, e la casa nel pianeta, e il grande pianeta nel vuoto.
“Una volta mi limitavo a ringraziare Babbo Natale per pochi dollari e qualche biscotto.
Ora, lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare.
Una volta pensavo fosse piacevole e sorprendente trovare un regalo così grande da entrare solo per metà nella calza.
Ora sono felice e stupito ogni mattina di trovare un regalo così grande che ci vogliono due calze per tenerlo, e poi buona parte ne rimane fuori; è il grande e assurdo regalo di me stesso, perché all’origine di esso io non posso offrire alcun suggerimento tranne che Babbo Natale me l’ha dato in un particolare fantastico momento di buona volontà”.

Gilbert Keith Chesterton
Lettera a The Tablet of London

17 dicembre 2012

Te lo dò io l’Uganda

Filed under: Il postulante de-genere,ratzie stories — alessandro @

Onestamente: sono molto deluso, per il momento, da @Pontifex. Dopo sette tweet nei primi due giorni non si è più fatto sentire. Speravo almeno nell’Angelus domenicale: niente. Un grave errore. Posso permettermelo io di aprire un account twitter e non usarlo per mesi, non certo lui. Spero che si riprenda.

Non credo tuttavia agli esultanti detrattori di #faiunadomandaalpapa che sostengono che ci sia stato un ripensamento dopo il profluvio di baggianate scaricate dai twittatori anticattolici sull’hashtag. Semplicemente il Ratzie-staff non sta facendo un buon uso dello strumento. Mi dispiace molto, davvero ci speravo (e ci spero ancora, sia chiaro). Non ci vuole tanto: basta un tweet al giorno, andiamo. Giusto non seguire nessuno, giusto non perdersi nelle conversazioni: certo uno staff ben strutturato potrebbe anche pensare di fare un po’ di selezione delle domande più interessanti, ma non è fondamentale. Un tweet al giorno invece dovrebbe esserci sempre. Alla domenica, poi, all’Angelus… occasione persa, per ora.

Delusione a parte, siamo in pieno panico morale per l’anticipazione del messaggio in occasione della prossima Giornata Mondiale della Pace, come al solito spezzettato e vivisezionato per darlo in pasto al moralismo progressista; panico aggravato dalla concomitante “benedizione” della delegazione di parlamentari ugandesi guidata da Rebecca Kadaga, uno dei due “Speaker”, cioé Portavoce (forse Presidente) dell’organo legislativo dello stato africano. Non sono esperto di politica ugandese ma direi che codesta Rebecca ha un ruolo istituzionale di primo piano. Non esiste quindi alcun motivo per negarle l’accesso all’udienza del mercoledì. Anzi, sarebbe probabilmente uno sgarbo: il Papa è anche un Capo di Stato, forse qualcuno lo dimentica.

In Uganda si discute da anni del famigerato Anti-Homosexuality Bill, una proposta di legge che introdurrebbe, se approvata, pesanti restrizioni alla libertà personale degli omosessuali e punizioni che in alcuni casi possono arrivare alla pena capitale. Il papa dunque viene criticato per questo. O meglio, viene insultato da due giorni con una violenza incredibile. Molte delle domande twittate e ritwittate a @Pontifex dicevano senza mezzi termini che il papa vuole “uccidere” i gay. Che dire.

La prima obiezione logica è che accettare la visita di una delegazione diplomatica non vuol dire approvare tutto quello che chi fa parte di quella delegazione fa o ha in mente di fare. Però finché si rimane a questo livello si può dire che è vero, però per ragioni di opportunità, che poi si sa questi si rivendono la foto sorridente con il Papa… Insomma rimane il pretesto per continuare a foraggiare la calunnia: il Vaticano non protesta, quindi approva le politiche contro i diritti umani quando sono a danno degli omosessuali.

Ma le obiezioni logiche sembrano ormai noiose e curiali. Siamo cattivi, vogliamo togliere alla gente semplice e onesta il piacere di insultare il Vaticano. Finché c’è il clamore tutti a urlare e insultare, poi quando arrivano le ovvie spiegazioni si dimentica tutto in fretta, così alla prossima occasione si potrà tornare a inveire facendo finta che non sia successo niente. Queste polemiche sono un po’ come dei flash mob, insomma. Si inseguono e si rinnovano negli anni, ogni volta diverse, ogni volta uguali. Quattro anni fa esplose il caso della presunta opposizione del Vaticano alla proposta francese alle Nazioni Unite sulla depenalizzazione dell’omosessualità. La polemica di questo fine settimana è figlia di quella del 2008. Per chi ha memoria e non cerca pretesti per calunniare è facile collegare i due casi e capire che sono figli dello stesso equivoco.

Nel 2009, intanto, la proposta di legge ugandese faceva già discutere. Il rappresentante vaticano all’Onu, Philip Bene, la condannava senza mezzi termini. Fu per le reazioni molto negative a livello mondiale, compresa quella della Chiesa, che l’anti homosexual bill non ebbe vita facile e ancora oggi non è stato approvato. Se verrà approvato nei prossimi giorni, come sembra, non contemplerà più la possibilità della pena di morte. Basterebbe questo piccolo particolare, stranamente omesso in molte ricostruzioni, a vanificare il presunto endorsement di Ratzie ai boia in salsa africana. Peccato però, vengono meno le battute più a effetto. Siamo cattivi noi catto-logici, sì, molto cattivi e noiosi.

E poiché lo siamo fino in fondo, dobbiamo deludere anche tutti quelli che si esercitano da due giorni in calembour divertenti sulle parole del messaggio per la giornata della pace. La frase sulla quale si sono appuntate tutte le critiche dice:

una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace

Che cosa ferisce giustizia e pace? A giudicare dalla quasi totalità delle sintesi giornalistiche si direbbe “l’omosessualità”. Invece è la negazione e il fraintendimento dei principi, quelli che Ratzie indica come fondamentali non solo per il cristiano ma per una ragione ben condotta. Tra le cause non dirette ma indirette, direi remote della “ferita alla giustizia e alla pace” c’è anche (non solo) l’equiparazione del matrimonio a “forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale”. Chiaro? E’ l’equiparazione la ferita, non l’omosessualità in sé. Quindi tutte le facili ironie sulle “ferite” varie sono, appunto, troppo facili.

9 dicembre 2012

Benvenuto @Pontifex

Filed under: ratzie stories — alessandro @

Ratzie è uno dei più grandi “fantini” dell’era digitale. Nel gergo dei newsgroup si dice “fantino” un tipo di troll non estremo, dai toni moderati e quasi minimalisti, che ha come ideale di comportamento in rete innescare discussioni interminabili con il minimo sforzo. Ratzie in questi giorni ha registrato un record invidiabile e decisamente difficile da uguagliare: ha monopolizzato per giorni i trend topic di twitter semplicemente aprendo un account.

Non ha ancora mandato neanche un tweet: comincerà a farlo soltanto mercoledì 12. Non solo, ma ha anche dichiarato che non seguirà nessuno: scelta logica, peraltro. Nonostante ciò l’hashtag #faiunadomandaalpapa è uno dei più usati in Italia dal 3 dicembre, giorno dell’apertura dei sette @pontifex in sette lingue diverse, che complessivamente stanno per raggiungere il milione di follower. Ce n’è abbastanza per far schiattare d’invidia i troll di mezzo uorlduàid.

Ma è soltanto l’inizio. Un inizio divertente, scoppiettante, promettente. Penso, con tutto il rispetto per quanto potrà comunicare Ratzie con questo mezzo nuovo per lui, che i suoi tweet non scalderanno tanto i follower quanto il suo semplice ingresso. Da questo punto di vista l’irruzione del Papa sul social network rispetta il metodo della dinamica cristiana più genuina: la presenza è già tutto, il resto è conseguenza. La presenza “svela i pensieri di molti cuori”. È una presenza che costringe subito a una presa di posizione, fosse anche lo sberleffo o la battuta fine a se stessa. Non ha svelato grandi pensieri finora. Ma bisogna accontentarsi e, come insegna la buona teologia, non perdere mai la speranza. Intanto la reazione, dal punto di vista puramente quantitativo, è poderosa. Sarà anche vero che la Chiesa è in crisi; ma quanti puledri al trotto e al galoppo appena la Chiesa manifesta la sua presenza da qualche parte… anche nelle praterie digitali.

Dividerei le reazioni che ho letto nei tweet con #faiunadomandaalpapa in quattro gruppi. Ci sono i tweet divertenti (15%), i tweet non divertenti ma innocui (30%), i tweet inutili che ricalcano luoghi comuni (45%) e che pretendono di essere divertenti ma non lo sono, i tweet che contengono bestemmie implicite o esplicite (10%) e che fanno tristezza, perché è triste constatare che ci sono così tanti poveracci che si industriano a essere brillanti bestemmiando.

Il sottotesto più frequente di tutti questi messaggi (con percentuali diverse da gruppo a gruppo) è: qui non dovresti esserci, non c’entri nulla. Niente di nuovo: da duemila anni i non cristiani dicono ai cristiani che sono fuori luogo. E da duemila anni vengono regolarmente smentiti dai fatti: i cristiani a volte (e sottolineo a volte) non arrivano per primi a usare uno strumento, ma quando lo usano davvero nel medio lungo periodo lo fanno meglio degli altri. Succederà anche con twitter. Forse non succederà a Ratzie in persona, ma a qualcun altro: lui ha solo aperto una strada.

Vedo comunque che tra quelli che vorrebbero insegnare a Ratzie a usare twitter ci sono molti seguaci di miti e leggende senza fondamento, come gli scarpapradisti e i lachiesanonpagalimuisti: strani culti misterici senza alcun fondamento razionale, con l’ancora più strana pretesa di voler cavalcare la modernità raccontando frottole e ridendoci su.

Non so se qualcuno ci ha pensato, non l’ho ancora visto, leggere tutti i tweet è impossibile. Ma se volessi fare un po’ di ironia aprirei un account a nome Gesù o Cristo o Gesuccristo e manderei questi 110 caratteri:

@Pontifex #faiunadomandaalpapa Come sarebbe a dire che non segui nessuno? :-/ #pensacibene #sedevacantealert


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