Cronachesorprese

29 agosto 2012

Eutanasia del souvenir

Filed under: il consumatore non consumato — alessandro @

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Il delitto perfetto mi è riuscito oggi ad Atene, a due passi da piazza Monastiraki, in un negozio di contenitori di vetro, latta e altro per olio, vino, spiriti e quant’altro il contadino greco inurbato riesca ancora a imbottigliare o invasettare. Uno di quei negozietti irriducibili che resistono, del tutto simile a un altro che mi è molto caro in via Buranello a Sampierdarena.

La cercavo da tempo la caraffetta di latta color rame. Un oggetto semplice, nudo, sfrontato. Senza una grazia, senza l’ombra di ingentilimenti, senza concessione alcuna alle leziosità del marketing turistico. La cercavo, ma non l’avevo ancora trovata. La caraffetta ramata per il turista in Grecia esiste soltanto come portatore di vino sfuso nelle taverne. E nonostante questo modesto ruolo da caratterista sa come scaldare l’atmosfera rimanendo sottotraccia, senza mai pretendere di diventare più protagonista del vino che contiene, sia un nettare proveniente dai vigneti pregiati dell’area di Embonas nell’isola di Rodi o una retsina da due euro al litro. È, per farla breve, quel tipo di oggetto che spero di portarmi a casa da un viaggio.

Datemi una caraffetta così e potete incendiare tutti i negozi che ingombrano e deturpano Odos Adrianou e altre splendide vie del centro storico di Atene. Stradine della Plaka che gronderebbero storia a ogni pietra, se solo fosse loro permesso di farla trasparire. Un fuoco purificatore e possibilmente chirurgico aiuterebbe. L’incendiario che forse è da qualche parte in me chiederebbe scusa per la ferita mortale alla povera economia locale, che non ha certo bisogno in questo momento di colpi così bassi. Ma a parte questo non avrebbe alcun rimpianto, proprio no. Il souvenir non dovrebbe essere quello che è quasi sempre, un’astrazione ammiccante. Il souvenir è nel novanta per cento dei casi contraddittorio: non ricorda altro che l’atto di acquisto di un turista. Una vittima, per la precisione: o dell’ansia di sfoggiare la propria vacanza o del ricatto prodotto dal pensiero delle zie, dei nipotini, dei diversi relativi che attendono un pegno, fosse anche per storcere legittimamente il naso o far scontare, oltre alla malinconia del rientro al grigiore della vita quotidiana, una falsa cortesia e la minaccia di ripagare con la stessa moneta falsa alla prima occasione.

Se entro in quei negozi non trovo quasi niente di ciò che mi ha reso grato un soggiorno in un luogo distante da casa mia. In quindici giorni complessivi trascorsi in Grecia quest’estate non ho mai trovati nei negozi di souvenir, giustapposti impropriamente a luoghi la cui bellezza e forza evocativa mi ha strappato il cuore, qualcosa che mi restituisse un po’ di ciò che stavo provando. Non solo: quella bellezza l’ho trovata subito degradata, scimmiottata in pillole che somministrano facezie dozzinali e luoghi comuni che, fossi greco, troverei insultanti.

Allora oggi ho capito una cosa: il souvenir vero non può nascere come souvenir. Dev’ essere nativo ingenuo, non deve parlare che attraverso la sua forma (niente “ricordo di…”, troppo facile e stupido!), dev’ esser fatto per condividere la vita del luogo in cui nasce e quasi per caso avrà la ventura di rappresentarlo lontano. D’ora in poi, nei miei viaggi, cercherò solo oggetti come la mia caraffetta. Setaccerò mercerie, mercatini rionali, ferramenta. Possibilmente lontano dai luoghi più frequentati dai turisti. Affronterò come un giusto contrappasso l’eventuale scortesia, incomprensione e scherno di commercianti non abituati né invogliati a trattare con turisti e a usare il frasario inglese essenziale che permette semplici contrattazioni a qualsiasi latitudine. E ringrazierò Zeus Xenios e Mercurio, dei dell’ospitalità e del commercio, se invece troverò anche cortesia e una curiosità pari a quella che mi muove quando giro per il mondo.

9 agosto 2012

Ammartìto

Filed under: parole, non fatti — alessandro @

Ringrazio WordPress perché ha la saggezza di non correggere automaticamente il titolo di questo post. Ringrazio Galliolus per aver ricostruito bene la disputa che quarant’anni fa verteva sulla parola allunare e oggi si è spostata ovviamente su ammartare. Giocando un po’ (e sapendo di dire una castroneria etimologica) dico che se uno spavento terrestre può farmi rimanere atterrito, uno spavento marziano non può che farmi rimanere ammartìto.

Questo per dire che sono moderatamente in disaccordo con Galliolus e con i sostenitori della variazione galattica della parola atterrare. Diciamo che è un gioco che può reggere per un po’, per i prossimi due o tre secoli, finché la conquista di nuovi corpi celesti rimarrà un fatto relativamente episodico. Quando riempiremo di impronte umane o meccaniche l’intero sistema solare sarà una babele stellare. La sonda che arriva su Io cosa fa, “àia”? “aiàtta”? Esegue un “aiàggio”?E quella che arriva su Ganimede? Si tratta a mio parere di un errore di prospettiva: si pensa cioé che per un fatto nuovo e senza precedenti sia necessario, o molto opportuno, inventare nuove parole. Anche per dimostrare che una lingua è ricca e viva. Ma la ricchezza di una lingua non consiste soltanto nell’inventare nuove parole ma anche nel dare a una parola nuovi significati (o un campo di significato più vasto) attraverso quella grande risorsa (non solo linguistica) che è la metafora. Io me ne starei della primogenitura della parola atterrare e guarderei con poetica soddisfazione (e non con burocratica severità) la sua estensione metaforica a tutti gli atterraggi cosmici. Potrebbe ricordare un giorno agli immemori viaggiatori di un’Enterprise da dove sono partiti.

Ma va bene, non mi fa tanto problema l’ammartare. Mi suona solo un po’ male, una questione estetica. Allunare mi dà meno fastidio, sarà perché la sento da quando ero bambino ma il suono mi piace di più . Non ne farei comunque una questione di precisione scientifica come accade nell’ultimo post del buon Attivissimo che infierisce su un articolo pubblicato sul Secolo XIX. Il disinformatico in questi giorni è infervorato come poche altre volte, un entusiasmo più che comprensibile per un appassionato di esplorazione extraterrestre come lui, e calca un po’ la mano. Nella foga non si accorge (glie lo fa notare un lettore in un commento) che “ammaraggio” probabilmente non è una bestialità voluta ma un colpo basso di un correttore automatico: lo sventurato Ventura (l’autore dell’articolo preso di mira da attivissimo) voleva scrivere *semplicemente* ammarTaggio.

Io l’ho sempre detto: Word e il suo infernale correttore possono anche andare bene finché si scrive per fare raccomandate o bolle di accompagnamento. Ma per un redattore il correttore automatico è il primo nemico. Perché pretende di automatizzare una cura, un’attenzione che è una delle prerogative del lavoro redazionale umano. E perché mette una media di occorrenze che solo i miopi chiamano “correttezza” davanti all’opportunità magica e vertiginosa (eppure anche necessaria, a volte) di *sbagliare apposta* una parola.


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