Cronachesorprese

14 settembre 2011

I coatti dell’informazione

Filed under: parole, non fatti — alessandro @

Valigia blu sta diventando una lettura indispensabile. Per fare corretta informazione non è sempre necessario fare grandi indagini. Basta ascoltare e riportare. Cosa che qualche giornalista evidentemente non fa. I titoli del giorno si fanno su parole d’ordine che non si desumono sempre dai fatti. Quella di ieri era “accompagnamento coatto”. Che peso reale aveva nel fatto della richiesta di audizione (neanche di interrogatorio) avanzata dalla procura di Napoli al Presidente del Consiglio? Lo spiega bene Valigia Blu. E dà un’altra lezione di metodo.

11 settembre 2011

Undici settembre, dieci anni dopo

Filed under: cronache — alessandro @

L’esercizio del “dove ero e cosa stavo facendo” l’ho già fatto quattro anni fa e per me la questione posta dalla memoria di quel fatto rimane la stessa. Ho presentito come molti concittadini quella tragedia in una dimensione che chiamerei pre-dialettica (più che irrazionale o intuitiva) nell’assurdità bilaterale del G8 genovese.

Una coincidenza, che forse tanto coincidenza non è, mi ha aiutato a ricordare e ricapitolare quest’estate tutte le implicazioni storiche ed esistenziali dell’estate di dieci anni fa. Anche nell’agosto del 2001 ero a Santiago. La meta di quella vacanza era il Portogallo, ero in auto. Ma quella città, con tutto ciò che raccontava della tradizione del cammino, mi aveva colpito così tanto che mi ero ripromesso di tornarci a piedi. Sono riuscito a farlo quest’anno. In quella vacanza del 2001 elaboravo dentro di me la ferita del G8. Quest’anno, lungo il cammino, ho ricapitolato tutta la mia vita. Mi ha fatto bene saggiare quella ferita e constatare che è rimarginata. Ha lasciato una cicatrice evidente, ma non fa più male. Forse ha causato un grado di invalidità permanente, perché davvero non siamo più gli stessi e il futuro mio e di tutti quel giorno è cambiato, come ricorda Galliolus. Ma ribadisco: quella tragedia è stata solo la fase finale, non iniziale di un cambiamento. Succede così in occidente, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Come è successo per la guerra sull’uso del territorio. Dobbiamo abituarci, o meglio dobbiamo essere consapevoli di questa mutazione delle guerre nel primo mondo, che scoppiano solo quando finiscono. Perché la guerra in Iraq e in Afghanistan, naturalmente, è stata un’altra guerra. Condotta per altre motivazioni, ma soprattutto in altri teatri. Ciò sia detto senza concessione alcuna ai complottismi, che oggi vedo più che ieri come volgarità insultanti per la memoria delle vittime.

Altra considerazione. Ho visto per caso una piccola parte della commemorazione a Ground Zero e ho sentito Paul Simon cantare Sound of silence. La giornalista che conduceva la diretta in studio ha spiegato che il programma era diverso: la canzone scelta era Bridge over troubled waters. Non so perché Paul Simon abbia preso questa decisione, e a una prima ricerca su internet non vedo spiegazioni o commenti. Immediatamente, però, la cosa non mi è piaciuta. Non c’è dubbio che il musicista si è sintonizzato bene con il clima della celebrazione. Commosso lui e commovente la sua esecuzione. Però “quel” silenzio, quello di cui parla il brano, non è certo lo stesso silenzio che c’era oggi. “No one dare…”. Certo, nessuno osava parlare in quel momento, non volava una mosca. Paul Simon ha scelto una dimensione evocativa che va oltre; e la gente l’ha seguito oltre una certa incongruenza. Niente di male, non è una polemica la mia, è solo una domanda generata da una piccola delusione, perché avrei voluto sentire davvero una versione “nuda”, chitarra e una voce, di Bridge over troubled waters. Che sarebbe stata più adatta alla commemorazione e forse sarebbe riuscita meno sentimentale di qualche tempo fa in un’occasione simile ma non solenne come quella di oggi.


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