Cronachesorprese

30 marzo 2011

Des hommes et des Dieux

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

Sono contento di aver visto questo film ora. Con quello che sta succedendo in Africa, anche se è ambientato in Algeria e non nei luoghi dove c’è la guerra oggi. Ma era da lì che passava la tempesta negli anni novanta. Non la stessa tempesta che sta passando oggi in Libia, in Siria, in Egitto, in Tunisia. Ma neanche del tutto una cosa diversa. La gente muore a causa dell’arroganza, dell’egoismo, della pazzia di pochi. E anche oggi vengono agitati gli spettri di fondamentalismi che non hanno niente a che fare con la religiosità e la spiritualità. Anzi ne sono la negazione violenta, e questo film che l’anno scorso ha vinto il premio della giuria a Cannes lo mostra molto bene, con una semplicità e una verità che non ammette repliche né distinguo.

Un lungo e intenso brivido di due ore. I trappisti zappano la terra, curano i malati, accompagnano nei gesti, nelle speranze, nelle sfide quotidiane la gente di Tihiberine, piccolo centro sulle montagne dell’Atlante algerino. Non accade nulla di speciale eppure la tensione monta fotogramma dopo fotogramma. Perché sai che è successo davvero, perché sai che di lì a poco quegli uomini sarebbero morti, perché vedi i segni della guerra e dell’odio che piano piano prendono campo. E avviene davvero così, la guerra non è sempre una sfida in campo aperto, una bomba da cui ripararsi, un colpo di fucile da schivare. La guerra civile passa attraverso i rapporti umani e di lavoro e distrugge il più delle volte con brevi incursioni, soprusi, agguati, piccoli focolai. La tranquillità della vita, la naturalezza dell’amicizia e del lavoro comune sono le prime vittime. E l’obiettivo fisso su questi frati mostra il nocciolo duro che non si può piegare, l’unica realtà che non può essere travolta dalla violenza, neanche quando deve passare attraverso la morte. Non ci si può credere quanto tiene incollati alla poltrona questo film. Con scene come questa. Non ci si può credere, bisogna solo vederlo dall’inizio alla fine per capire.

24 marzo 2011

Sorpresa: Houdini doodle

Filed under: chiedici le parole,lo spettatore indigente — alessandro @

Grazie Google :-)

houdini

Houdini comunque non era un semplice illusionista, come dicono molte delle note biografiche sparse sulla rete. Per me Houdini è un profeta della società dello spettacolo. E anche se per Debord l’idea di “spettacolo” ha ben poco di positivo (perché è marxianamente un grado più raffinato di alienazione) io, come alcuni dei figli della società dei consumi, sono attento a tutto ciò che, dall’interno di una società che nasce su presupposti ostili alla felicità individuale, manifesta l’attitudine a rompere questo schema e a considerare invece in pirmo luogo le individualità e le persone. Che vengono sempre fuori, anche dall’esperimento sociale più massificante.

Come ogni profeta, Houdini annuncia e rompe. Annuncia una novità e rompe uno schema. È come se intuisse che un giorno non lontano ci sarà la televisione. Organizza uno spettacolo televisivo senza televisione, raduna un pubblico che è già televisivo. Ma lui stesso è televisione, quindi rompe, profetizzandola, la distanza strutturale che la televisione sarà. Houdini è televisione di carne e di sangue. Televisione che rischia la pelle, pur di riuscire a lludere. Houdini è furbo, usa la tecnica, usa il denaro, usa carisma e intuizione, ma il suo coraggio è autentico e quando “gioca” a illudere mette tutto se stesso, senza risparmiarsi. Io vorrei che i media oggi fossero come Houdini. Vorrrei che non raccontassero mai alla gente di non lludere, vorrei che umilmente dichiarassero gli strumenti, la forma della loro illusione, e che rischiassero di persona illudendo.

Un altro profeta è Saint Exupery che si scaglia contro chi ha reso il volo un fatto solo tecnologico e ha tolto il fattore umano. E da quel dato della sua esperienza di pilota cominciata in un periodo in cui i piloti rischiavano la vita per aprire nuove rotte, Saint Exupery arriva non solo a odiare e combattere la tecnocrazia nazista (che lui chiama “il moloch”) ma a prefigurare la tecnocrazia futura che dopo la guerra dovrà essere combattuta.

Ma il doodle di Saint Exupery l’abbiamo già visto nel 2010. Le celebrazioni di Google spaziano dalla scienza all’arte, con un debole per i grandi anticonformisti in ogni campo. Mi piacciono quasi sempre.

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18 marzo 2011

Appunti unitari

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

In foto c’è la tavola che abbiamo imbandito a casa di mio padre per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Un pranzo un po’ tra il serio e il faceto, una celebrazione improvvisata ma, alla fine, sentita.
Questo anniversario mi sta piacendo. Non pensavo che avrei trovato così tante cose buone in questa ricorrenza. Tre anni fa pensavo che sarebbe stato importante cogliere l’occasione di una riflessione collettiva. Mi sembra che sia successo. Ho sentito parlare del Risorgimento con accenti nuovi e interessanti. Da tutti o quasi. Da diverse parti. Da esperienze diverse.

Sistemo subito la “parte” più vicina a me, i cattolici. Anzi li ha sistemati Ratzie, senza dimenticare nulla. Qualche cattolico si sente ancora poco italiano perché Pio IX, perché la breccia di Porta Pia, perché i Savoia massoni e i garibaldini mangiapreti? Mi dispiace ma non li seguo, e non li segue neanche Ratzie. Oppure qualcuno pensa che i cattolici non possano festeggiare perché sono stati “sconfitti”? Non solo le vicende del Risorgimento raccontano un altro film e un coinvolgimento non certo interessato o episodico della Chiesa italiana, ma anche la storia seguente. Se Pio IX era barricato e con qualche ragione, la chiesa nel territorio era largamente dalla parte delle aspirazioni alla libertà e all’indipendenza. Che non era indipendenza dal Vaticano. Un soggetto già molto debole, politicamente, all’epoca. Inoltre Ratzinger ha sommessamente ricordato che forse la storia “prima” del 1861 e anche del 1815 è un po’ più importante. Se l’Italia a un certo punto del XIX secolo si è sentita “una” non si può certo dire che la Chiesa e il Cristianesimo non c’entrino. Agli ipertesi che pensano che l’Italia sia ancora suddita del Vaticano e quindi vada ancora liberata va tutta la mia commiserazione. Ma non è tempo di polemiche.

Perché in definitiva chi ha vinto, chi è il protagonista dell’Unità? Nessuno. Non c’è una parte che ha vinto. Almeno a consuntivo dei 150 anni. A cominciare dai Savoia, che se 150 anni fa hanno riportato un grande successo non l’hanno capitalizzato in maniera dignitosa.

Che nessuna “parte” si sia mai sentita davvero protagonista di quella vittoria è evidente anche da altri segni. Capitava spesso, almeno fino agli anni novanta, che si bollasse come pura retorica il richiamo alla storia risorgimentale. Forse perché la propaganda fascista non si era fatta problemi a saccheggiare quella storia. C’era bisogno di un periodo di disintossicazione, o di “quarantena” come ha detto martedì scorso il professor Gibelli nella sua lectio magistralis a Palazzo Ducale a Genova. Bene, mi sembra che questo anniversario stia rendendo evidente che “ne siamo fuori”. Siamo fuori da una certa retorica. Forse ne stiamo creando un’altra, ma intanto godiamoci questa guarigione. Possiamo parlare del Risorgimento da una distanza storica ragionevole e anche liberi, ormai, da molte ingombranti superfetazioni retorico-propagandistiche.

Ne abbiamo avuto una conferma non da poco oggi da Napolitano. Mi ha stupito. A Torino ha fatto un capolavoro. Ha messo insieme storia, simboli unitari e repubblicani, cronaca. Parlando un po’ a braccio e anche commuovendosi sinceramente, e senza giocare sulla sua commozione. È stato autorevole e concreto, super partes ma non vigliaccamente neutro.

I leghisti. Sembra che molti sfoggino coccarde tricolori a ogni occasione principalmente per dare addosso a loro. Io no. Non li considero. Non riesco ad essere veramente preoccupato per le vicende di Adro o per amenità simili. Fanno un errore enorme a volersi distinguere, a disertare le celebrazioni e ad attaccare i simboli unitari, o a propinarci speciose definizioni di federalismo che non sanno di nulla (come ha tentato di fare penosamente oggi Cota a Torino). Però in fondo si condannano da soli. Non sto parlando delle contese politiche quotidiane, ma dei grandi temi come l’unità. Non sono attrezzati ad affrontarli, anche se ostentano grande sicurezza. Ma che ne sanno del federalismo del Cattaneo. Oggi sono vincenti politicamente. Ma la loro posizione ideale non ha alcun senso nel presente e non ha futuro. Se fossero seriamente separatisti o scissionisti li considererei e li rispetterei di più, anche senza essere d’accordo con loro (e parlo dei capi, non dei militanti che ci credono: per loro ho rispetto, anche quando vengono disprezzati). Ma non sono seri e autentici neanche in quello. Leggo nelle loro provocazioni un grande disprezzo per la gente, non solo per la storia. Quindi perché sprecare fiato e fegato a contestarle? Che ricadano nel vuoto di idee e di senso civico da cui vengono.

La sinistra. Ripeto, nessuno ha vinto centocinquanta anni fa. Ma soprattutto non hanno vinto loro. Non c’erano. Non hanno neanche perso: sarebbe un vantaggio ma non se ne rendono conto. I casi sono due: o la sinistra è sempre stata élite borghese e intellettuale, oppure non c’era. Ma la tragedia della sinistra, dai tempi della Rivoluzione Francese, rimane sempre la stessa: si identifica con il popolo ma non è il popolo, pensa di educarlo ma non riesce mai neanche a intercettarlo. Però direi che l’enorme presunzione con cui la sinistra nel 1948 si presentava alle urne con l’effigie di Garibaldi è stata superata, forse resiste in qualcuno ma non preoccupa. Diciamo che preoccupa tanto quanto i proclami leghisti di indipendenza della padania.

Dei caratteri nazionali si potrebbe discutere all’infinito. Passeremo i prossimi mille anni a esaltare e denigrare noi stessi, a periodi alterni: siamo un popolo ciclotimico. Io preferisco pensare all’unità come a una bella scatola vuota, ancora da riempire. E questo anniversario mi è piaciuto proprio per questo, perché ho visto in tanti il desiderio di farlo. Benigni a Sanremo ha sottolineato la gioventù di protagonisti che oggi celebriamo come padri della patria. Mameli era un ventenne. Una chiarezza di idee e uno spirito di sacrificio così netti in un ventenne, onestamente, oggi ci sconvolgono. Oggi neanche permetteremmo moralmente che un ventenne si carichi come una sveglia come facevano i Mameli di metà ottocento. E questo nonostante abbiamo inventato da quarant’anni la categoria di “giovane”, che nell’ottocento non esisteva. Parliamo dei “problemi dei giovani” non a caso, perché percepiamo i giovani principalmente come un problema. I potenziali Mameli di oggi non li valorizziamo per niente. Io mi avvio a una mezza età abbastanza clemente, con pochi problemi e nessun figlio. Nel mio piccolo, nel mio piccolissimo mondo di poche responsabilità e nessuna importanza cercherò di essere curioso di quelli che potrebbero essere i miei figli. Li guarderò con la speranza che sappiano riempire la scatola bianca rossa e verde con qualcosa di interessante e mai visto. Vorrei che vivessero e crescessero sentendo non il peso, ma l’affetto e il conforto di una speranza collettiva.

10 marzo 2011

I sillogismi di Odifreddi

Filed under: ratzie stories — alessandro @

Odifreddi commenta l’uscita del secondo volume che Ratzinger ha dedicato a Gesù.
Comincio a capire la funzione di conforto spirituale, direi religioso, di un personaggio come Odifreddi. È un matematico, uno scienziato, che ripete le sciocchezze più popolari tra i detrattori della Chiesa. Non è neanche molto elegante o preciso nel farlo. Ma siccome le dice lui (“se le dice lui”, tanto per parafrasarlo un po’), proprio lui che è un matematico, allora chi è affezionato a quelle sciocchezze si sente confortato. È un grande consolatore. Potrebbe aspirare a diiventare il fondatore di una religione, e forse sotto sotto non gli dispiacerebbe.

Proviamo ad analizzare il seguente argomento odifreddiano.

“Il Signore è veramente risorto. Egli è il vivente”. Firmato, Benedetto XVI. Cosa voglia dire “veramente”, il papa l’ha spiegato con precisione nella prefazione all’intera opera, in cui dichiarava di voler “presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio”. Dunque, per Benedetto XVI “veramente” significa non ciò che sta scritto nei libri di storia, ma ciò che sta scritto nei Vangeli.

Riducendo alla forma di un sillogismo provo a schematizzare così (accetto eventuali correzioni):
- Ratzie afferma che la Risurrezione è un fatto realmente accaduto e che il Gesù dei vangeli è il Gesù storico.
- Ma il contenuto dei vangeli non è della stessa natura di ciò che possiamo trovare in una narrazione o in un documento storico.
- Quindi Ratzie identifica impropriamente “vero” e “narrato dai vangeli”.

La premessa maggiore è vera (cioé è una affermazione che Ratzie ha veramente fatto).
La premessa minore è falsa: i vangeli innanzitutto espongono fatti che “pretendono” di essere storici. Non sono provati, ma non sono neanche confutati. I vangeli costituiscono a pieno titolo quello che la storiografia chiama “fonte”.
La conclusione dunque è falsa. Ratzie non dice che “siccome è scritto nei Vangeli è vero”, dice che il Vangelo racconta dei fatti, in forma di cronaca. Non si presenta come una mitologia ma come una narrazione di fatti avvenuti in un tempo e in un luogo ben definiti. Il Vangelo si offre, per così dire, alla critica storiografica. Non si fa scudo di un oltre indefinibile. Racconta la vita di un uomo che ha incontrato altri uomini, e dà le coordinate di tempo e di spazio perché ci sia almeno la possibilità teorica della verifica. Non per niente una delle prime cose che dice Gesù ai suoi primi discepoli è “venite e vedete”. Si può non credere a una parola di ciò che dicono i vangeli, ma i vangeli raccontano la vita di un uomo. E di un uomo che ha scelto di farsi conoscere e ricordare attraverso altri uomini. Rientra nell’ambito della storia e di ciò che la ricerca storiografica può indagare e discutere? Direi proprio di sì.

Odifreddi prosegue spiegando che Ratzie avrebbe rigettato il metodo storiografico perché andrebbe contro le affermazioni contenute nei vangeli. In realtà Ratzie non fa altro che ricapitolare le contraddizioni del metodo storico critico che ha preteso, senza successo (cioé senza giungere ad alcuna certezza scientifica) di ridurre le narrazioni evangeliche a un complesso di miti. Ratzie non rigetta “i frutti della storiografia”, ma rileva quello che già altri storici hanno detto, e cioé che il metodo storico-critico applicato ai vangeli ha fatto un bel buco nell’acqua. Proprio dal punto di vista storiografico, non dal punto di vista religioso.

Di conseguenza anche ciò che Odifreddi individua come “debolezza” del ragionamento di Ratzie è in realtà la vera forza e il vero argomento che Odifreddi non comprende. E dimostra di non comprenderlo quando vuole criticare l’invito di Ratzinger a considerare la rilevanza della fede nel Cristo storico come fattore per capire la verità e la novità che il Cristianesimo porta nel mondo (è un fattore importante, secondo Ratzinger, ha ispirato e guidato le vite di tanti uomini prima di noi: perché escluderlo? Non è irragionevole, non è antistorico escluderlo?):

La debolezza di questi argomenti sta nel fatto che essi si potrebbero applicare, nello stesso identico modo, per rivendicare la verità storica e teologica di qualunque altra religione che abbia avuto altrettanta efficacia, e la cui fede abbia resistito altrettanti secoli. In primis, l’induismo e il buddhismo, che possono vantare una storia altrettanto veneranda e un insegnamento altrettanto sapienziale del cristianesimo. Anzi, molto di più.

Qui invece sta proprio la differenza. Che sia vera o falsa, la storia di Gesù si propone come storia, non come narrazione sapienziale. L’ “insegnamento sapienziale” non è il nucleo del Cristianesimo, ma ne è una conseguenza. Per le altre religioni, che (a differenza del Cristianesimo) sono davvero nient’altro che (con tutto il rispetto) religioni, il nucleo di verità “morali” è tutto. Per il Cristianesimo il nucleo, e l’unica cosa veramente importante, è la persona di Cristo. “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”, dice San Paolo nella prima lettera ai Corinzi. L’unica cosa che importava ai primi cristiani è l’unica cosa che Ratzie ripete ancora oggi: guardate quell’uomo. E Ratzie la ripete con la sua forza, la sua autorevolezza e una semplicità che sembra affinarsi sempre di più a ogni tentativo di discredito e di ridicolizzazione.

Il resto dell’articolo è folklore. Talmente poco originale e poco interessante che non so neanche se valga la pena analizzarlo. Potrei quasi dubitare dell’esistenza di Odifreddi. Così, tanto per mettere un po’ di sale alle discussioni storiografiche sull’Odifreddismo dei prossimi millenni.


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