Cronachesorprese

29 aprile 2010

Antonio vide, e subito digitò

Filed under: ratzie stories — alessandro @

Non volevo saltare Perugia e, considerato tutto quello che ho visto e sentito, tutte le persone che ho ritrovato e quelle che ho conosciuto, ho fatto bene. Ma quando ho visto che negli stessi giorni si sarebbe tenuto il convegno Testimoni digitali sono stato seriamente tentato di fermarmi a Roma (casualmente nei giorni precedenti ero proprio nella capitale).

Con grande piacere vedo ora che l’amico Antonio Ldf non solo è andato, ma ha colto questa occasione per accennare nel blog a una sua recente svolta esistenziale che mi fa grande piacere, e voglio dirglielo pubblicamente. E voglio ringraziarlo anche per la riflessione sul relativismo. La provocazione lanciata cinque anni fa da Ratzie poche ore prima di essere eletto papa non è passata invano. È bello vedere una conversione (e ho quasi timore a usare questa parola: ma è bellissima e dovrebbe designare un lavoro quotidiano più che un evento eccezionale) che passa limpidamente attraverso la ragione e non attraverso un sentimento vago e indefinibile.

24 aprile 2010

Dì qualcosa di locale

Filed under: cronache — alessandro @

Alcune questioni si ripropongono trasversalmente in diversi incontri del Festival del Giornalismo di Perugia. Una riguarda i nuovi modelli di business per le news. Un’altra è il cambiamento della professione, soprattutto per i giovani, sulla spinta delle nuove tecnologie.
Queste due questioni sono naturalmente collegate e confluiscono spesso in discussioni accese, come è accaduto nel panel del Journalism Lab dedicato al futuro dell’informazione locale e ultralocale.

Il conflitto tra giornalisti di vecchia e nuova scuola diventa davvero esplosivo quando si parla di informazione locale. È evidente che è quello uno dei campi di battaglia. È nel locale che le giovani leve cercano spazio; ed è nel locale che trovano sfruttamento, porte chiuse, risposte corporative esemplari. La linea delle redazioni dei giornali spesso non è soltanto dura e cinica, ma anche poco accettabile dal punto di vista semplicemente umano. Certi “vecchi” non si rendono neanche più conto di essere antipatici e offensivi. Dispiace dirlo, davvero, ma bisogna dirlo. A un giovane di venticinque o trent’anni che sta raccontando una storia di anni di sfruttamento, di pezzi sottopagati o non pagati, non si può rispondere “Non è obbligatorio fare il giornalista”. A questa espressione di puro disprezzo per il lavoro altrui, che non è detto sia qualitativamente inferiore a quello di un giornalista contrattualizzato (anzi…), si è ribellata oggi dal banco dei relatori la free lance napoletana Francesca Ferrara: speriamo che serva a non sentire più l’odiosa frase (ripetuta già più volte) in quel che rimane del Festival.

Ho dato precedenza alla brutta notizia, e forse ho fatto male. La buona notizia è che in tutta Italia stanno fiorendo iniziative di buon giornalismo locale iniziate da giovani e giovanissimi. Sono realtà piccole ma agguerrite, che si danno delle buone regole da soli, perché chi dovrebbe dare le regole fatica a vedere e a riconoscere la qualità e l’esistenza stessa di queste esperienze: niente copincolla, rispetto della deontologia e appena possibile (perch´ non sempre, non subito é possibile) registrazione della testata. Spesso i giornali, che stanno tagliando e quindi riducendo il numero di corrispondenti locali, fanno quello che rimproverano ai non professionisti: vanno di copincolla e non si degnano di citare la fonte. Non solo: anche le agenzie di stampa. Io penso che in queste esperienze sta il futuro del giornalismo italiano e anche l’aspettativa per una maggiore qualità dell’informazione.

Vorrei che i giornalisti, e l’ordine in particolare, capissero una cosa. Non sono giovani non contrattualizzati che premono alle porte, è il bisogno di nuova informazione, sono i nuovi bisogni informativi. Non è vero che in italia ci sono troppi giornalisti, ce ne sono pochi, pochissimi. ce ne sono troppi per un’informazione replicata uguale in tutti i giornali e in tutte le televisioni. Ce ne sono pochissimi, tendenti a zero, per l’informazione che serve davvero ai cittadini.

22 aprile 2010

Gianni Mura digest

Filed under: cronache — alessandro @

- Gianni, ma ora c’è l’Ipad
- Che è, quell’aggeggio che serve per ascoltare la musica? E ci dovrei anche leggere il giornale?
- Ma no, quello è l’IpOd con la O. Questo è l’IpAd con la A.
- Ah, è la moglie?

L’anti Ipad (ma quello simpatico) si manifesta alle 16 al teatro del Pavone incarnandosi in un corpulento barbuto che ricorda un po’ Brera. E di Brera in effetti è stato collega e amico.
Gianni Mura però è troppo vivo per essere nostalgico. Rimpiange i tempi in cui poteva scrivere il doppio delle cartelle, che fossero pubblicate sulle pagine del Giorno, di Repubblica, di Epoca o dell’Occhio (il tabloid popolare lanciato a metà anni 70 da Maurizio Costanzo) ma non si pone troppi limiti e si appresta a cominciare l’esperienza in Rai del Processo alla tappa per il prossimo giro d’Italia. “Sarò inflessibile almeno su una cosa: niente assessori allo sport in trasmissione” (e fa un gesto come per dire via, via…).

Il suo approccio non è antitecnologico o corporativo, è antimoderno. Fa ironie sull’Ipad ma non va a impelagarsi in critiche a ciò che non conosce e per cui non prova attrazione. Cerca di far capire, da testimone e non da grande vecchio, che cosa rischiamo di perdere per strada. La sua secessione dal giornalismo contemporaneo è iniziata ben prima dell’avvento della rete. I suoi nemici non si chiamano blogger o web content manager, si chiamano grafici. “C’è stata una rivoluzione, i grafici hanno preso in mano le redazioni e ora sono loro che comandano”. E la parola inglese più odiata non è online, è restyling. “L’ho sentita pronunciare molte volte negli ultimi trent’anni, ma vuol dire sempre la stessa cosa: si gonfiano titoli, foto e didascalie e si dimezzano i pezzi”.

È questo il vero cruccio di Gianni e ciò che vuole far capire guardando con ironia, con distacco ma senza reale ostilità tutto quello che sta succedendo nel mondo della carta stampata. “I giornali stanno perdendo fiducia nella parola“. Il testo sta diventando la decorazione del multimediale: è qualcosa che sappiamo più o meno tutti, ma Gianni Mura è uno che ha visto tutto e che ha sofferto passo dopo passo per questo scivolamento. “Gianni Brera scriveva in media 180 righe; io per la finale dei mondiali del 2006 ho avuto 72 righe”. Se lo guardi un attimo capisci che non puoi fregarlo dicendo che il giornalismo è sintesi. Ci stiamo perdendo qualcosa, non c’è dubbio.

Il tabloid
L’occhio era pieno di nulla, ma era stupendo. Lì ho pubblicato un’intervista a Gino Paoli di 14 cartelle. Le riunioni con gli psicologi tedeschi della Bild che cercavano di spiegarci le tre S (sesso, sangue soldi, come se non le conoscessimo già) sono state tra le più divertenti che abbia mai fatto”.

La vera volgarità
“Non è il giornalismo maiale che mi spaventa, è il giornalismo sushi. Del maiale non si butta via niente, del sushi butterei via tutto”.

Telecronache sovrappeso
“Ormai è stata accreditata la figura del giornalista tifoso, come se fosse indispensabile. Ma il tifoso c’è già e sta dall’altra parte dello schermo. Perché dobbiamo aggiungere pancia a pancia?”.

Chiarezza
“Feltri è di una chiarezza spaventosa. Un italiano chiaro, ai limiti della rissa ma chiaro, diretto come un gancio al mento. Di sicuro scrive molto meglio di Belpietro. Una volta scriveva anche di sport. Ricordo un suo titolo, che diceva già tanto del personaggio: Giupponi è meglio di Merckx

Bersaglieri e trombettieri
“Brera era velocissimo, era uno spettacolo vederlo lavorare. Non rileggeva mai, i pezzi uscivano già perfettamente torniti dalla macchina da scrivere. Il trombettiere (quello che ribatteva gli articoli) gli sfilava le cartelle direttamente dal rullo, mentre lui prendeva un altro foglio”.

Abitudini
“Sono l’unico che batte ancora a macchina, anche in una sala stampa con 700 persone”

Titolisti
“I titoli non sono mai di nessuno, specialmente quelli sbagliati. Ogni tanto grido: chi è che mi ha sbagliato questo titolo? Ma nessuno risponde mai, nessuno si prende la responsabliità Sono anni che dico che titoli e didascalie andrebbero siglati come i pezzi”…

Giornali da leggere
“Il Giorno è stato il quotidiano più innovativo del dopoguerra, e con una grande attenzione alla qualità della scrittura. Nella redazione sportiva c’erano Brera, Fossati, Clerici. Una volta era importante riuscire a mandare Dino Buzzati al Giro. E ai mondiali dell’82 c’erano Arpino, Soldati, Brera. Ai mondiali del 2006 chi c’era? Come li abbiamo rimpiazzati?”

Nuovi giornalismi
“Tra le nuove forme di giornalismo spero che ne nasca una in cui si preveda di fare delle inchieste. Non possiamo pensare che la Gabanelli ci riscatti tutti.”

Balotelli in redazione
“Balotelli è indifendibile. È la testa che fa il calciatore, come del resto fa i giornalisti. Nelle redazioni di Balotelli ne ho visti tanti. Io amo i giornalisti che giocano per la squadra. Molti pensano che basti saper scrivere per essere dei bravi giornalisti: in genere sono dei grandi narcisi e lavorano solo per se stessi. Bisogna innanzitutto saper ascoltare e avere una certa sensibilità. Il periodo più felice per me è stato quello dei primi anni in Gazzetta, dove avevo dei colleghi anziani che mi hanno insegnato tutto”.

Ordine
“Oggi c’è gente giovane molto brava e preparata che non ha sbocchi perché la nostra organizzazione professionale è anticostituzionale“.

21 aprile 2010

Perugia nell’era del vetro

Filed under: cronache — alessandro @

Il Festival del Giornalismo di Perugia 2010, fin dal suo primo giorno, è una raffinata tortura. Nel programma non c’è mai una finestra di certezza, ogni scelta è dolorosa e combattuta fino all’ultimo minuto.

Ho deciso pertanto di seguire principalmente gli appuntamenti del Journalism Lab e di giocare di rimessa sul resto: l’esperienza dell’anno scorso mi dice che vale la pena anche un incontro preso per la coda, o seguito a pezzi e bocconi. Farò naturalmente delle eccezioni ma la scelta di fondo è questa. E il primo giorno è stato troppo intenso per lasciare spazio a rimpianti.

A casa Zambardino potete fruire di un vivace resoconto in due puntate, una dionisiaca e una apollinea, del primo deprimente panel guidato da un malinconico gruppo di soloni del giornalismo italico ufficiale ufficialissimo. Le sfide del cambiamento: è stato, fin dal titolo, un profluvio di umorismo. Ho resistito una ventina di minuti e poi sono scappato verso il Journalism Lab. Ho visto che Zambardino pestava sull’Iphone ma non pensavo che fosse impegnato in un liveblogging così serrato. Non mi sento di aggiungere altro, sono troppo d’accordo con lui e spero che nei prossimi giorni qualche riflesso delle sue considerazioni e delle sue domande faccia capolino negli interventi di altri.

Al primo incontro del Journalism Lab si è parlato di ebook reader, tablet, Ipad, giornali e lettori. Ho visto per la prima volta dal vivo l’oggetto Ipad, presentato da un entusiasta che (perché passava di lì, sostiene) è andato a prenderselo a New York il giorno del lancio.
Tombolini ci crede già da tempo e ora pare che la rivoluzione che attendeva da almeno tre anni stia per arrivare. Questo magico inchiostro elettronico cambierà l’esperienza del lettore. Nessuno è convinto, nessuno spera che il giornale cartaceo muoia, a cominciare dal feticista pazzo per Repubblica, che probabilmente (l’anticipo, visto che sul blog ancora non ce n’è traccia) lancerà un gioco in tema. Potete avvolgere il pesce fresco con un Ipad? O far risplendere i vetri di casa come solo la combinazione Vetril più carta stampata riesce a fare? Provate a immaginare qualcuno dei mille usi fisici del giornale e pensate a quanti problemi avreste, pensate a quante abitudini consolidate verrebbero meno.
A parte queste amenità, tante belle questioni sono uscite fuori dalla discussione del mattino e da quella del pomeriggio dedicata all’informazione attraverso il mobile. Solo in apparenza sono dei déja vu: in realtà fino a tre o quattro anni fa si poteva prevedere e parlare solo teoricamente di scelte che si presentano ora, perché ora stanno maturando le condizioni per farle davvero. Si parlava dell’opportunità o necessità per gli editori di differenziare i contenuti per device e non di replicarli, e ora vengono fuori tutte le ragioni per farlo. Vengono fuori concretamente dall’esperienza degli utenti, come quella “sperimentale” di Raffaele Mastrolonardo che per una settimana ha provato a informarsi solo attraverso il cellulare.
Si parlava anche della sostenibilità economica della multicanalità e ora cominciamo a capire quanto e quando questi servizi possono essere pagati.

Carlo Annese (una scoperta per me: non come giornalista sportivo, ma come interprete lucido dei nuovi media) ha detto che gli editori si interrogano ancora adesso se replicare i contenuti del giornale cartaceo sugli altri canali o se crearne di nuovi. Ed è demoralizzante. Perché tutti i giovani, tutti i target più interessanti sono già nativi digitali. “Non siamo più nell’era della carta, siamo nell’era del vetro“. Se non avessi visto l’Ipad non l’avrei capita bene.

L’era del vetro nella casa di vetro? Un dato di fatto coniugato a una speranza.

Si comincia. Si comincia a prendere la strada che era già chiara anni fa. Meglio tardi che mai. Ma l’impressione che ho da tempo, e che questo festival conferma nettamente, è che abbiamo cominciato da una decina d’anni una lunga marcia. Passeremo ancora tanti anni a interrogarci sul futuro della rete e del giornalismo. E non lo faremo da posizioni professionali chiare e distinte e da modelli produttivi collaudati e riconoscibili. Non avremo loghi, non avremo immagini comode in cui riposare il nostro bisogno di riconoscibilità sociale. Avremo, questo sì, i nuovi strumenti digitali che forse ci caratterizzeranno come la lettera 22 di mezzo secolo fa.

Forse questo guado non finirà mai. Forse è meglio così.

13 aprile 2010

Ehi Ringo, don’t make it bad

Filed under: le specie musicali,news factory — alessandro @

“Non era stato il Vaticano a dire che eravamo satanici?”
No, Ringo, non era stato il Vaticano. È una cavolata da bigotti che gira da decenni in ambienti ultraconservatori e non riguarda soltanto e in particolar modo le vostre canzoni. Andava di moda soprattutto negli anni ottanta. Alcuni purtroppo ancora la sostengono e hanno qualche entratura e credito anche come giornalisti in testate cattoliche. Ma questo non basta a dire che “Il Vaticano” vi ha dato dei “satanici”.
“E adesso ci perdonano?”
No, perché nessuno vi ha mai condannato :-) È successo soltanto che l’Osservatore Romano, come tutti i giornali, ha pubblicato alcuni articoli in occasione del quarantesimo anniversario dello scioglimento dei Beatles. I giornalisti che ti hanno dato l’imbeccata sul “perdono” del Vaticano ti hanno provocato per ottenere la battuta ad effetto. Forse non lo ricordi o semplicemente nessuno te l’ha mai fatto notare, ma anche all’epoca della battuta di John Lennon che tanto fece discutere (“Siamo più popolari di Gesù Cristo”) l’Osservatore Romano non rispose con attacchi e condanne alla vostra musica e al vostro valore artistico. Fece una critica misurata, forse non molto simpatica (e neanche scritta molto bene) ma in spirito dialettico. Nessuna “condanna”, nessun “anatema”, solo una libera critica. Il quotidiano dava anche notizia, peraltro, delle spiegazioni dello stesso Lennon, del tutto concilianti.
“Credo che la Santa Sede abbia altre cose di cui parlare”
Indubbiamente ha molte cose di cui parlare e non se ne sta zitta, come molti vorrebbero. Ma l’Osservatore Romano non è la Santa Sede, è un giornale e fa il suo lavoro. Si occupa un po’ di tutto, anche di musica. Io fossi in te chiamerei il giornalista della Cnn e gli chiederei se ha capito la differenza tra un articolo di giornale e “quello che dice il Vaticano”. O è ignorante lui, o ti ha preso in giro per farti reagire. Sai, sono giochini che hanno molto successo ultimamente.

Ma non preoccuparti, tutti i cattolici che conoscono davvero la vostra musica vi amano alla follia. O al limite hanno altri gusti, ma non vi disprezzano. Come potrebbero? Voi avete scritto cose così:

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