Cronachesorprese

30 novembre 2009

L’editorialista del giornale progressista

Filed under: cronache — alessandro @

Sapevo già che Francesco Merlo quando scrive mostra la faccia reazionaria e acritica del suo giornale. E va ringraziato per questo, perché la sua è una presenza che demistifica.
Però sembra che quando parla alla radio sia ancora meglio (leggi: peggio). Grazie a Fabio Curzi per la sbobinatura di questa perla di ottusa supponenza, e a Luca Conti per la segnalazione.

29 novembre 2009

Avenue Q

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

C’è modo e modo di distruggere i luoghi comuni. Di questo musical si dice che è politicamente scorretto e non so se è proprio così. Certo usa parole e situazioni “sconvenienti” e non allude mai, dice chiaro. Cose permesse ai pupazzi e non agli attori in carne e ossa, si dice anche. Ma vi sfido a distinguere davvero i pupazzi dagli infaticabili folletti che li muovono, a sceverare l’umano e il burattinesco. Se i muppet erano dei mostri di simpatia e di ironia, i personaggi di Avenue Q lo sono il doppio. “Arrivano” subito, non puoi resistere, sono già alla prima smorfia i compagni di sempre. I neuroni specchio degli spettatori non sanno decidere chi tra l’attore e il pupazzo è più simile o empatico a noi e impazziscono, ma senza psicodrammi. Anzi alla fine dello spettacolo diresti che hanno l’aria di essersi divertiti parecchio, come dopo un giro di fumo di quello buono.
Ma in una rappresentazione così calda e così poco allegorica, di maschere che “la verità la dicono ridendo” non ce ne sono. Per questo non credo che sia come molti affermano: Avenue Q non può permettersi di essere scorretto e volgare nascondendosi dietro ai pupazzi. Avenue Q affronta tanti problemi che ai più piace considerare problemi “attuali”: il razzismo, l’omofobia, la disoccupazione, la povertà, l’emarginazione, la depressione. E naturalmente il problema dei problemi: internet :-) Su nessuno di questi argomenti il musical ha da dire qualcosa di nuovo, e non presume di farlo. Ma neanche dice o mostra nulla di rassicurante.
C’è una buona dose di ambiguità nel modo di chiamare il consenso e l’applauso. “Siamo tutti un po’ razzisti”; “Internet serve al porno”. Questo è però anche il musical della crisi anche se è stato scritto qualche anno prima dei noti problemucci di Wall Street (perché le crisi si manifestano nella vita della gente prima che scoppino le bolle speculative): “Che sfiga che ho – Per oggi è così”. Tutti i giudizi non sono scolpiti, rimangono appena sbozzati perché non c’è il tempo, non ci sono le risorse, non ci sono le energie umane per andare a cercare risposte più articolate nei grandi sistemi etici. C’è solo l’urgenza gridata in tutti i modi (anche attraverso i pupazzi, anzi ancora meglio attraverso di loro) di una compagnia convincente. E sorridente, che per un musical è il minimo; ma sorridente a ragion veduta, che in un musical non è proprio scontato.

Ho cominciato a guardare spezzoni di Avenue Q in giro per la rete più di due anni fa, su segnalazione di un amico. Mi ha colpito subito e sono stato contento di vederlo questa settimana nella versione italiana, anche se la traduzione non è sempre convincente. Consiglio di andarlo a vedere, se capita. Gli autori dicono che va bene anche per i bambini accompagnati e forse hanno ragione. Ma i genitori non facciano l’errore di fare gli scandalizzati o (peggio ancora) gli imbarazzati di fronte ai “pupazzi nudi” (come dice la locandina dello spettacolo) che sul palco ne dicono e soprattutto ne combinano di tutti i colori. Si lascino andare e “si scompiscino”, come direbbe Totò. Il miglior esempio possibile, ne sono convinto. A spiegare, delimitare, contestualizzare ci andrà il tempo che ci va.

16 novembre 2009

Move me baby

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

Ho giocato due giorni fa con questa immagine davanti a una vetrina di una strada di Londra (non ricordo quale)

Sì va bene gli effetti speciali, e l’animazione in 3D e i miliardi per ricostruire il Titanic. Però quando penso a un’immagine cinematografica ben costruita penso a ben altro. A qualcosa la cui emozione poi può essere attivata o richiamata con poco, con un semplice giochino oppure con un abbozzo, come faceva Andy Warhol. E ritorna immediatamente in tutta la sua potenza. Certe immagini sono ormai nostro tessuto, non c’è niente di catastrofico o di preoccupante perché senza immagini non si vive. Ma bisogna esserne consapevoli e giocarci, guardare con affetto la nostra stessa sorpresa e quello che l’immagine mette in moto e “in gioco” di noi.

10 novembre 2009

Bastardi senza gloria

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

inglorious basterds

C’è qualcosa di più deprimente, quando si va al cinema, dei commenti che si sentono dagli spettatori vicini dopo un bel film? No, poche cose, davvero.
Quelli che si lamentano dei film “lenti” (e non ho ancora trovato qualcuno che mi sappia dare una definizione coerente di “film lento”) li abbiamo già sistemati. Poi ci sono quelli che commentano ad alta voce per tutto il film. Non riesco a sistemarli a parole, un giorno leggerete di una zuffa sanguinosa in una sala cittadina e saprete che la colpa è mia, mi porterete le arance. Per Inglorious basterds mi è capitato invece di sentire fare battute sarcastiche sul prezzo del biglietto per esprimere delusione (il biglietto è alto alla Fiumara, lo sanno tutti, ma allora andate a vedere cose più tranquillizzanti per voi. Che so, Amore 14) e addirittura discutere sulla plausibilità e sull’attendibilità storica delle vicende narrate… no, dico, sapete di chi è il film che avete appena visto? Di Roberto Rossellini? Di Sergej Michajlovič Ejzenštejn? No, di Quentin Tarantino! Ma a chi può venire in mente di chiedere attendibilità storica o verosimiglianza a un film di Tarantino? Eppure accade.

[SPOILER]

Tarantino è questo qui. E d’accordo, se me lo trovassi vicino in un cinema non reggerei neanche lui. Ma a un malato di cinema si può perdonare. Immaginarlo trasandato, con il sacchetto di popcorn (gioioso nerd da cinema com’è) non solo da spettatore in una sala ma anche da regista dietro la macchina da presa non mi costa nessuno sforzo di immaginazione. Facciamo che è uno dei pochi fortunati al mondo che è riuscito a lavorare divertendosi, a guadagnare con i suoi balocchi. Invidiarlo è banale. Cercare di vendicarsi con seriose sbrodolate su contesti storici e scenari bellici è da piattole.
Andiamo, andiamo. Tarantino mette a bruciare allegramente in una sala di Parigi Hitler, Goebbels, tutto lo stato maggiore dell’occupazione nazista in Francia. Inventa il “film che uccide” e che pone fine alla guerra come una catastrofe che precede la scena finale. E i giustizieri sono un’ebrea e un nero. Gli yankee no, fanno i gradassi e seminano scompiglio ma non riescono a fare nulla di decisivo. Vogliamo dire “non è andata così”? Suvvia.
Almeno le lagne sulla violenza gratuita ce le siamo lasciate alle spalle dai tempi di Pulp fiction. È già qualcosa.
Che sballo questo film. L’anti private Ryan. Provate a vederlo e ditemi se non è così.

4 novembre 2009

Siamo ragazzi strani

Filed under: cronache,tutto considerato — alessandro @

Scrive Marco Politi sul Fatto di oggi:

Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso a una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in quel simbolo? È lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un’altra religione sia che abbiano fatto un’opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no.

Ma per favore. La risposta non può che essere, almeno in Europa: sì, certamente.
Sì, certamente, perché nel contesto “pubblco” quello non è un simbolo in cui si “crede” ma un dato della storia da tenere presente, e per questo sta negli ambienti pubblici, non per fare proseliti o forzare alcunché.
Sì, certamente, perché non è necessario essere religiosi o cristiani per essere aperti alla trascendenza, e un’opzione etica che non sia almeno aperta alla trascendenza è impossibile o morta in partenza.
Sì, certamente, perché mi fa terrore l’idea di un magistrato o di un insegnante che non abbiano mai nel loro orizzonte, neanche come ipotesi, una Verità e una Giustizia non definite da loro o da uomini come loro ma che vengano prima. Se non da Dio, almeno dalla Realtà. Che almeno la realtà sia laicamente sovrumana, per chi non ha la semplicità di ammettere le più semplici e logiche ipotesi su ciò che davvero sta sopra la natura. E cosa c’è di meglio o di meno arbitrario allora che prendere il segno che tutta la tradizione europea ha sempre usato per questo scopo?
Sì, certamente, perché non si impone niente a nessuno ma si prende atto dell’importanza di un simbolo in una storia concreta fatta di uomini religiosi e non religiosi, atei e credenti, cristiani e non cristiani.
Sì, certamente, perché se mai si deciderà di toglierlo dovrà essere per una decisione della comunità nazionale e non per l’imposizione di un tribunale che giudica più importanti della storia di un popolo le paturnie di chi si sente “violentato” dal crocifisso nelle aule.

Ci dispiace per gli altri, ma nella nostra storia c’è stato un uomo che ha detto di essere la Verità. Un pazzo? Chissà. Ma tutta la storia europea si può capire soltanto tenendo conto della pretesa di quel pazzo e tentando di rispondere, di posizionarsi rispetto ad essa, anche con un no secco. E quindi ripeto, ci dispiace per gli altri. Ma questo dato nessuno se lo dovrebbe mai scordare. Sinceramente non riesco ad andare oltre questa evidenza. Giuro che se fossi un ateo o un “diversamente credente” non vorrei mai che qualcuno togliesse il crocifisso con le motivazioni che sono state date. Con altri ragionamenti ci farei un pensierino. Ma con tutti quelli presentati in questi giorni da diversi soggetti e in diverse sedi, dai tribunali europei alle domande non retoriche di Polito, no. Così è una violenza. Per inciso: ammesso che esca indenne dall’appello questa sentenza non sarà mai applicata, come diverse altre emesse dalla stessa corte. Che dovrebbe farsi qualche domanda.

E insomma come dice il “matto” a Troisi in Ricomincio da tre, non facciamo gli ipocriti. Se qualcuno ti chiedesse: “vorresti essere nella realtà di popolo in cui la questione del Cristo, cioè del senso di tutto, si è posta nella storia?” cosa risponderesti? Sì, certamente. E se mi chiedessero se vorrei essere ricco come Gianni Agnelli o bello come Alain Delon che risponderei? Sì, certamente. Beh, ma c’è qualcosa di meglio della ricchezza di Agnelli e della bellezza di Alain Delon? Sì, certamente. E questo qualcosa ce l’abbiamo a portata di mano qui e ora, almeno in Europa se non nel resto del mondo? Sì, certamente.

Aggiornamento del 6 novembre

Ci arriva anche Travaglio al concetto fondamentale, pur mischiandolo a una quota di moralismo di cui evidentemente non può proprio fare a meno. Ottimo intervento, comunque.

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