Cronachesorprese

29 aprile 2009

Il porco proporzionale

Filed under: cronache — alessandro @

Sono talmente “allarmato” per la febbre suina che ieri ho mangiato il plato del dia al ristorante messicano: uno squisito spezzatino di maiale accompagnato da arroz con frijoles negros e insalata; il tutto annaffiato da una negra modelo. L’ottima ed economica Taqueria Mamacita’s di via Pré (vi rimando alla recensione di Tambu di due anni fa) era meno affollata del solito. Sapevo che sarebbe stato così, per questo sono andato. Le paure alimentari, anche quando sono giustificate, producono sempre comportamenti irrazionali. “Da dieci anni non viene importata carne dal Messico”, mi ha detto la titolare. Chiaro. E anche se fosse diversamente, sappiamo che il contagio non si diffonde mangiando carne di maiale. Nonostante ciò, molti evitano il messicano. E allora se si vuole mangiare in pace niente di meglio che andare al messicano in questi giorni :-)

Carlo Petrini cerca di sfruttare l’occasione della nuova psicosi per dire qualcosa di utile. Difficile davvero non essere d’accordo. È un peccato che siano necessarie sempre e solo le emergenze per dare la giusta attenzione a queste considerazioni. Io non sono vegetariano, ma penso che l’attuale consumo di carne a livello mondiale sia una follia. L’animale non è più neanche sfruttato completamente, viene sprecato. Lo so che il discorso sembra trito come un macinato fine, ma è vero: il consumo di carne nella civiltà contadina era regolato dalla disponibilità degli animali. Era naturale che non si potesse mangiare prosciutto o bistecca di maiale tutti i giorni. Nessuno pensava a farlo, neanche i ricchi, neanche i signori. C’era una proporzionalità tra la fatica, il lavoro a volte disumanizzante che comportava l’allevamento del bestiame, la crudeltà indubbia del sacrificio di un animale e il consumo di carne.

[ propongo a chi vuole vederla una scena dell'Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, famosissima e cruenta. comincia più o meno al minuto 5.30]

Ora nessuno rimpiange, giustamente, la fatica dell’allevatore di un tempo. Ma non sarebbe male se si mantenesse, in qualche modo, la parsimonia nel consumo e il rispetto che c’era per l’animale anche nel nutrirsene. Il punto era che si sapeva da dove veniva quello che si mangiava. Oggi lo chiameremmo consumo consapevole; e la consapevolezza che potremmo avere noi sarebbe anche superiore rispetto a quella dei nostri nonni. Abbiamo una possibilità di scelta enorme, che nessuno prima di noi ha mai avuto in tutta la storia umana; soltanto per questo dovremmo diversificare la dieta quel tanto che è necessario per non incoraggiare gli allevamenti industriali, per non stressare gli stock ittici, per non indurre la distribuzione a diminuire le quote di prodotto fresco e locale sui banconi. E invece accade il contrario: i nostri nonni sapevano diversificare molto di più di noi la loro dieta. Un po’ per necessità, ma non solo.
Cerco di sintonizzare le mie abitudini alimentari a questa idea. Cerco di mangiare carne quando ne vale la pena. Quando sono in un posto nuovo e voglio provare una ricetta tradizionale. Quando vado a una sagra, come quella del cinghiale della tribù dei galliolus. Quando a una fiera trovo banchi gastronomici meritevoli, o passo da una macelleria di paese alla quale posso chiedere carne di provenienza interessante. Quando c’è da fare una bella grigliata con gli amici. Va bene, ogni tanto vado anche al Mc Donald. Ma è molto raro, capiterà una volta all’anno. E capita per compagnia, non per mia scelta.

Se tutti facessero così la richiesta di carne diminuirebbe e si disincentiverebbe l’allevamento industriale. E non sentiremmo mai parlare della febbre suina, della mucca pazza, dell’aviaria e di altre cose simili che poi si portano sempre dietro, olltre alle psicosi, notizie false generate spontaneamente o propalate ad arte per fini non nobili o comunque diversi dalla tutela della salute.

28 aprile 2009

Lottare contro i mulinelli

Filed under: mail quoting — alessandro @

> > Sicuramente ricorderai meglio di me American beauty e il ragazzo
> > che filmava i mulinelli delle foglie spinte dal vento, perché
> > cercava il piccolo delle cose. Ecco. Io ho capito che bisogna
> > abbassare la testa. Stiamo un po’ troppo col naso in su
> > e ci perdiamo tutto il sottobosco, fragole comprese .

> c’è un affascinante paradosso in questa considerazione. in fondo i
> mulinelli delle foglie spinte dal vento sono proprio quel genere di
> cose che vedi con il naso all’insù.

25 aprile 2009

Per fare un nick ci vuole un fiore

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Tu ti stai tatuando, dice F.
Che mi sembra una bella definizione della tracciabilità estrema di chi si getta a cuore aperto nel gorgo del social networking.
Bella perché esprime bene la paura di F. e di tanti altri. Ma inappropriata.

Se c’é un modo per rendere irriducibile e inalienabile il cuore (il cuore dell’esperienza di ognuno), è farlo esprimere. Insomma noi siamo, almeno io mi sento, in una sfida. C’è una rivoluzione mediatica in atto e un campo enorme in cui la persona c’è, se vuole.
Più il mio cuore si esprime e si racconta, più costruisce a partire dal suo codice genetico, meno è tracciabile, alienabile, plagiabile.

Quale è l’alternativa? L’autoriduzione, la rinuncia alle potenzialità espressive. Non è fantastico? Il social networking è metafora di quanto accade nella società a tutti i livelli.

Mi segno questo intanto: che siamo ben oltre il dilemma tra apocalittici e integrati. La tecnologia non definisce più molto della sfida futura. Occorre capire che l’espressione di sé anche come descrizione di sè non è più un vezzo da narcisi esibizionisti, è quasi una necessità popolare.

Ma è una sfida, non un bisogno indotto. Questo si deve capire. Internet è lo strumento definitivo del marketing. Io non aspetto, agisco. Occupo il campo: voi pensate di definire le mie azioni in quel campo solo in base alle vostre esigenze di tracciabilità, ma io faccio molto di più. Ci metto tutto me stesso, cioè quella totalità della persona che è sempre il miglior termine dialettico con cui le strategie di marketing devono trattare. Creo relazioni, che le strategie scioccamente tratteranno come sovrastruttura, forse in parte usandole ma non comprendendone la vera natura; e saranno quindi incapaci di riprodurle.

Che poi il marketing non è il diavolo, intendiamoci. Anzi il marketing che verrà sarà molto meglio di quello che ci stiamo lasciando alle spallle. Più è potente, meno ha bisogno di sparare nel mucchio e di produrre effetti collaterali di stupidità

Ad ogni modo lo dico proprio a F. e a chi ha davvero paura: per individuare un target nel deserto basta un punto. Se attorno al target faccio crescere una foresta…

24 aprile 2009

Cambio

Filed under: chiedici le parole — alessandro @

Da oggi questo blog sarà un po’ diverso. Sarà un po’ più personale. Cambio. Cambiano le esigenze, o meglio aumentano, ma una parte di Cronache va a pascolare altrove. Cambio rispetto a quanto dicevo nel novembre 2006. La riflessione sui media, sul giornalismo, su internet, sul caro (sempre più caro) social network, sulla cronaca nel suo farsi non scomparirà da qui, ma avrà meno importanza, o forse continuerà ad esserci e ad essere importante ma sarà più mescolata con altre cose.

Per certi versi sarò più immediato, perché parlerò più di me. Per altri versi lo sarò meno, perché cercherò di dare più spazio alle suggestioni, alle immagini. A un altro tipo di cronaca.

Ho bisogno di accumulare più materiale vario e in parte personale qui dentro. Ho avuto spesso la tentazione di farlo, ma ho sempre resistito. Ora non c’è più ragione di resistere.

Tutto sommato sono le 19.30 di un bel giorno.

20 aprile 2009

Analize this

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

I miei corrispondenti londinesi preferiti potrebbero aiutarmi, quando hanno tempo e voglia, a capire il fenomeno Susan Boyle. Perché a me francamente sfuggono le ragioni di questo successo immediato, virale e planetario. Vabbé che io non guardo neanche X-factor… ma cosa c’è di così sconvolgente in questo?
C’è almeno un elemento di tutta la faccenda che mi disturba non poco: la finta sorpresa dei conduttori, o giurati, o quello che sono. Non ci credo che abbiano fatto arrivare sul palco quella tizia senza averla ascoltata prima. Non esiste. E questo piccolo particolare blocca il desiderio di andare oltre per capire. Però di fatto il video sta impazzando in rete come pochi altri, dicono. E allora mi domando: perché?

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