Cronachesorprese

26 febbraio 2009

Obamoni

Filed under: cronache — alessandro @

Franco da San Francisco mi fa notare che Obama, nel suo primo intervento da Presidente davanti al Congresso, ha fatto una promessa molto berlusconiana: tre milioni e mezzo di posti di lavoro! Ma sentiamo il nostro inviato:

Anche proporzionalmente, dato che l’ America ha diverse volte gli abitanti dell’ Italia, questa promessa e’ quasi identica a quella, infame, di Silvio Berlusconi di molti anni fa. Come tutti ricorderanno ci fu una protesta generalizzata della sinistra italiana, accuse di ridicolo da parte dei sindacati e una mobilitazione generale dei comici per sottolineare la demagogia della promessa. Tra l’ altro Obama non ha fatto altro che confermare gli impegni assunti in fase di campagna elettorale con il popolo americano.

Franco si dice sicuro, peraltro, che la sinistra italiana sta prendendo le distanze, magari un po’ imbarazzata. “È così vero?” mi chiede.

Ehm, no. Non direi.

24 febbraio 2009

È in arrivo lo spot sul binario sbagliato

Filed under: il consumatore non consumato — alessandro @

Sono veramente orgoglioso della mia Reggione che si ribella ai pannelli assordanti nelle stazioni. Chiunque abbia preso negli ultimi mesi un treno in una stazione abbastanza grande, oggi infestata dagli schermi che ciclano continuamente due o tre pubblicità e qualche trailer a volume infernale, può testimoniare quanto il risultato sia fastidioso. Dopo natale avevo già in mente di scrivere qualcosa in proposito. Non sugli aspetti legali, che ritengo ovvi: è giusto che pendolari, comuni e aziende regionali per l’ambiente controllino quali normative siano state violate. E se non ci sono violazioni riscriviamo le norme, perché un abuso così clamoroso non deve sussistere.

Voglio invece fare altre osservazioni sia a Trenitalia sia ai concessionari di pubblicità. Uno spot generalmente fa parte di una campagna pubblicitaria che prevede l’uso di diversi mezzi, dalla televisione alla radio, dai quotidiani alle affissioni. Da quando esiste la pubblicità in televisione gli altri mezzi si adeguano: cartelloni per strada e spazi sui giornali possono limitarsi a richiami puntuali delle “storie” illustrate compiutamente negli spot televisivi. Dal punto di vista del linguaggio pubblicitario non è un impoverimento, ma un gioco di rimandi e di rafforzamenti che aiuta la penetrazione del messaggio: chi conosce lo spot quando lo vede richiamato su un manifesto se lo ricorda, chi non lo conosce si incuriosisce e alla prima occasione in cui lo vedrà sul piccolo schermo avrà un motivo di attenzione in più. Perché questo gioco sia efficace è necessario che ogni mezzo giochi il suo ruolo e stia nel suo spazio (la pubblicità è sempre una questione di spazi) nel rispetto della natura di quello spazio.

Uno spot televisivo è pensato per essere diffuso in un’abitazione privata, o in un cinema. Non posso spararlo al massimo volume al pubblico di una stazione ferroviaria: non soltanto perché interferisco pesantemente con le azioni che la gente è abituata a fare in quella situazione, ma anche perché il messaggio non può essere recepito. I creativi che hanno lavorato a quello spot studiano i modi migliori per catturare l’attenzione di un telespettatore con in mano il telecomando. Se lo stesso spot viene imposto a una massa di viaggiatori di passaggio, che in quel momento ha necessità di porre attenzione ad altro, è matematico che risulterà troppo invasivo. Significa condannare quello spot (e il prodotto che pubblicizza) a una quota di odio che forse nei soli passaggi in televisione avrebbe potuto evitare.

Sì, mi metto dalla parte dei pubblicitari. Non perché non abbia a cuore le esigenze del consumatore, naturalmente. Ma sono convinto che in questo caso l’accordo per la vendita di quegli spazi pubblicitari, fatto senza alcun riguardo per i diritti dei viaggiatori, non abbia rispetto neanche per il lavoro dei pubblicitari. Esiste una possibilità in più di diffusione del messaggio? Allora va inserita nel piano dei mezzi nel momento in cui si crea la pubblicità: occorrerà declinare il messaggio tenendo conto di tutte le variabili in gioco con quel mezzo, con quel pubblico, con quella situazione.

22 febbraio 2009

Quando si dice uno scatto “rubato”…

Filed under: Weekly Facebook — alessandro @

Mentre Zuckerberg e compagnia meditano su come cambiare i terms of service (dimostrando comunque una volontà di dialogo e confronto con gli utenti non trascurabile) molti utenti e la blogosfera si interrogano su cosa fare se, come ha spiegato chiaramente Giovy, la proprietà dei propri contenuti non fosse più garantita.

È indubbio che questo è un limite dell’approccio di FB, evidente peraltro anche nella tendenza a risolvere la navigazione dell’utente dentro il sistema. Un limite che si affronta, come ho già scritto altre volte, con un uso consapevole dello strumento, cosa che non è difficile per chi ha familiarizzato con il social networking prima di FB, un po’ meno per gli altri, ma niente di drammatico.

Anche il problema della proprietà dei contenuti può essere inquadrato correttamente e utilmente chiedendosi sempre cosa significa ogni azione su FB, sia in termini di comunicazione sia in termini di privacy. Sarà un’approssimazione che non piacerà a chi preferisce porre la questione di principio, ma io penso che una buona parte delle informazioni che condivido su FB non abbiano alcun valore, se non per me e per i miei amici. Voglio dire, non hanno nessun valore di mercato. E se l’acquistassero, si potrebbe obiettare? Obiezione giusta se si pensa all’età media abbastanza bassa degli utenti di FB: non è difficile pensare che un diciottenne iscritto oggi potrebbe essere famoso tra una decina di anni, potrebbe essere un attore o un cantante di successo, ad esempio. E le foto che mette oggi su Facebook potrebbero acquistare valore.

Ma a quel punto che succede: ve l’immaginate FB che reclama i diritti su quelle foto o quelle note diaristiche in virtù dei termini di servizio a cui i Saranno Famosi di oggi hanno dato l’assenso? Uno scenario davvero difficile da immaginare, e difficile da gestire per la società di Zuckerberg. Che se oggi ha tanta voglia di scrivere termini di servizio “capestro” domani potrebbe trovarsi a mal partito nell’andare all’incasso di qualcosa che non potrebbe pretendere facilmente. Io penso che FB stia sbagliando per eccesso di autotutela, per “pararsi” come si dice, e non per poter usare a suo piacimento i contenuti degli utenti (sia chiaro, sto parlando di contenuti e non, come la settimana scorsa, di dati) o addirittura per impedire agli utenti di usarli altrove. E se è così la questione di principio forse non cambia (ed è giusto tenerla viva, e non sia mai detto che io la voglia sminuire) ma la sostanza del “che fare” sì, e quindi può essere sufficiente pensare bene a quello che si pubblica, come del resto occorrerebbe fare in ogni caso.

Sulle foto, in particolare, basta pubblicare soltanto quelle che hanno valore di “ricordo”. Per il resto c’è Flickr, che come organizzazione degli album è tra l’altro ben più evoluto.

18 febbraio 2009

Il curioso caso di Benjamin Button

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

benjamin buttonLa matematica non è un’opinione, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che porta non poter accedere agli imprevisti dell’opinione. Una somma algebrica non fa “più o meno” una storia. Invertendo i fattori di un’operazione complessa come una vita umana il prodotto cambia.

Non ho letto il racconto di Francis Scott Fitzgerald da cui è tratto Il curioso caso di Benjamin Button. Il film mi ha fatto venire voglia di leggerlo perché spero e immagino di poterci trovare qualcosa di più.

Sono d’accordo con Giorgio, dallo sceneggiatore di Forrest Gump (uno dei miei film preferiti) era lecito aspettarsi un po’ di più. Ha ragione, di verità e sostanza ce n’è poca, e non basta la commozione industriale (il cinema in fondo è un’industria, si dice) di alcune scene, o il fascino sconcertante di Cate Blanchett (veramente, che si può ancora dire di questa donna? “La Greta Garbo del 2000″ vi va bene come esagerazione un tanto al chilo per significare il più incondizionato e acritico entusiasmo?) per dare carne e sangue a una creatura decisamente anemica.

In sala ci sono stato volentieri, non mi sono annoiato. Ma pensandoci succede di stare lì per la curiosità di vedere come saranno orchestrate le situazioni di una faccenda così inusuale come può essere un uomo che nasce vecchio e muore bambino, e per poco altro. E certo non mancano le battute o le soluzioni felici, ma nessuna scena è davvero memorabile. Raccontare ottantacinque anni di vita paradossale e impossibile, illustrare questa somma algebrica è giocoforza sommario, e tutto alla fine scivola tra le dita come non essenziale.

15 febbraio 2009

Facebook: moda, privacy e altro

Filed under: Weekly Facebook — alessandro @

Magari Facebook fosse già passato di moda: saremmo in quella fase matura in cui tutti lo usano per la sua utilità e consapevoli dei cosiddetti rischi per la privacy. Cosiddetti, sì. Non capisco come si possa parlare di allarme privacy, quando tutte le informazioni che vengono pubblicate sono pubblicate consapevolmente. E se Facebook riuscisse a monetizzare meglio la grande mole di dati che gestisce, se riuscisse a tenere il servizio gratuito offrendo agli inserzionisti aggregazioni di dati dai profili ed efficaci strumenti di sondaggio, io non avrei nulla in contrario. Come non ho nulla in contrario alle pubblicità contestualizzate su gmail, per fare un esempio. Mi dispiace che Paolo Attivissimo sia così ostile a Facebook e al social network in generale.

E mi dispiace che osservatori attenti come lui non riescano ad andare oltre quello che vedono solo come uso futile della rete a vantaggio di collezionisti di dati senza scrupoli. Valgono le stesse considerazioni che si fanno da anni per Google: è inevitabile che i servizi che funzionano in rete centrallizzino i dati sugli utenti.

Un’altra reazione che osservo con crescente perplessità è l’accusa di svuotare internet dall’interno. FB secondo molti tenderebbe ad assorbire tutta l’energia che un utente medio può dedicare alla rete, offrendo tutti gli strumenti classici di community in un framework più accattivante.
Ma questo accade per tutte le mode; e tutte le mode prima o poi, per fortuna, passano.

Quando si assiste all’imperversare di una moda ci sono, semplificando, tre reazioni possibili. La prima è annullarsi nella corrente. La seconda è ignorarla snobisticamente. La terza è seguirla con spirito critico, cercando di guardare oltre la moda, chiedendosi il perchè del fenomeno e soprattutto cercando di individuare gli aspetti del fenomeno che resisteranno al tramonto della moda.

Ora, questa efficacia per giochi, chiacchiere, scherzi tra amici conoscenti colleghi sembra l’aspetto più effimero di Facebook, ancorché il più caratteristico. Ma, mettendo un momento da parte gli aspetti di rappresentazione della persona che alla lunga risulteranno ben più solidi e caratteristici di quanto appaiano oggi, prima di Facebook tutte quelle futilities erano forse assenti? Per niente, anzi imperversavano in forme ben più invasive e deleterie. Non so voi, ma se Facebook davvero mi liberasse la posta elettronica personale e soprattutto quella di lavoro da tutti i messaggi di auguri, da tutte le catene, da tutte le segnalazioni più o meno curiose, più o meno divertenti che mi arrivano da tutti i miei contatti io sarei felicissimo. E questo un po’ sta accadendo, bisogna vedere se continuerà ad accadere anche quando la moda sarà passata.

Cos’altro può essere svuotato, poi? La blogosfera? Mah, i blog già si stavano scremando da soli, dopo l’ondata di aperture (milioni di nuovi blog in tutto il mondo) degli ultimi anni. Credevamo forse che sarebbero sopravvissuti tutti? Non era logico che ci fosse un ridimensionamento? Se si svuota un po’ la community di Splinder, tanto per fare l’esempio italiano più conosciuto, non sarà certo un gran danno. Se davvero esiste un fenomeno di migrazione da Splinder a Facebook non ci trovo nulla di strano. È quella quota di utenza internet che si sposta da un’applicazione dominante all’altra: dieci anni fa stavano tutti su Mirc o Icq o su alcune chat via web come quella di Atlantide, poi si sono spostati su Messenger, poi hanno continuato a farsi compagnia dai loro diari attraverso i commenti su Splinder e ora sono su Facebook. Niente di nuovo. Credo che sia una quota fissa di utenza, abbastanza consistente, che vuole soprattutto chiacchierare e non vuole saperne di usare internet in altro modo. Niente di disprezzabile, intendiamoci. Anzi. Ma andiamoci piano a parlare di svuotamento della rete.

La novità è forse che i chiacchieroni su Facebook ci staranno un po’ di più di quanto siano rimasti sulle altre applicazioni. Per molti motivi, che sono quelli di cui ho già parlato in post precedenti di questa stessa categoria. In sintesi, Facebook aiuta meglio di tanti altri servizi la persona a pensarsi univocamente sulla rete. E questo è un fattore che molti, anche i più attenti, stanno clamorosamente sottovalutando o demonizzando. Un fattore che invece ha e avrà conseguenze positive su alcuni aspetti della rete che molti giudicano negativamente, come la tendenza a frammentare la propria identità in tanti alias e/o avatar.

Facebook a mio parere sta facendo passare l’idea, per nulla scontata fino ad oggi, che sia un valore, un vantaggio, o almeno un vezzoso status symbol essere sempre se stessi sulla rete. E questo sta creando nuove dinamiche molto interessanti. Anche per il marketing ovviamente, ma non solo. C’è una certa differenza, per fare un esempio, tra l’adesione a una “causa” o ad altro su Facebook e un sondaggio fatto sul sito di un quotidiano. Su Facebook i temi sono mediamente più futili (e non è neanche detto), ma i risultati sono più attendibili. Devo spiegare il perché? A me sembra evidente. Ed è evidente anche ai giornalisti, che ormai hanno preso l’abitudine di sondare gli umori della gente su un argomento cercando “cause” in tema su Facebook.

E anche questa è sicuramente una moda, e parecchio fastidiosa dato che ormai non c’è più una sola edizione di un solo giornale o telegiornale che non citi FB. Ma anche questo aspetto, ne sono convinto, non tramonterà con il tramonto della moda Facebook. Che mi auguro sia davvero vicino.

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