Cronachesorprese

21 dicembre 2008

Dove va Youtube

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Esperimenti interessanti come l’orchestra sinfonica di Youtube, con promotori entusiasti e illustri come il compositore cinese Tan Dun, rischiano di essere non coraggiose sperimentazioni, ma soltanto tentativi nobili senza seguito.

I video prodotti dagli utenti di Youtube non sono abbastanza attraenti per gli sponsor. Youtube fatica a trovare un modello di business che gli garantisca redditività senza ricorrere agli accordi commerciali con le major. D’altra parte le stesse major non sono contente, perché dagli accordi non guadagnano abbastanza: non quanto sono abituate a guadagnare. Quindi la Warner ritira i suoi video da Youtube per mancanza di un accordo con Google. Per il momento: poi li rimetterà, perché l’assenza dalla piattaforma di video sharing più usata al mondo vuol dire solo perdere soldi senza possibilità di recuperarli in altro modo. Non sono abbastanza? Ma sono meglio di niente. Troveranno un accordo.

Stando così le cose, mi chiedo se in futuro la possibilità di pubblicare video su Youtube continuerà ad essere libera e gratuita. Se gli sponsor non riconoscono sufficiente valore ai contenuti originali degli utenti si corre il rischio di avere nel giro di pochi anni un guazzabuglio di roba concessa a malincuore dai produttori (quindi promo, canzoni tagliate, materiale d’archivio poco appetibile) e altri contenuti prodotti dagli utenti per promuovere se stessi o qualche loro attività, cose di interesse prevalentemente locale, a pagamento. Non è una prospettiva entusiasmante.

L’unica via d’uscita è un modello diverso: dare libertà agli utenti di pubblicare materiale teoricamente coperto da diritti, quindi registrato dalle televisioni, da supporti digitali vari o anche ripreso dal vivo direttamente dall’utente. Permetterlo esplicitamente, intendo, non con l’attuale escamotage del disclaimer che manleva youtube da eventuali violazioni del copyright da parte degli utenti. I produttori potrebbero accontentarsi di compensi forfettari, riconoscendo in parte il valore promozionale del materiale, e Youtube potrebbe incentivare l’aspetto creativo e interattivo del lavoro dell’utente, le potenzialità di community intorno a contenuti che interessano a tutti, anche agli sponsor.

Però non so. Io penso che in cinque o dieci anni lo scenario potrebbe cambiare sensibilimente. E lo spero anche, naturalmente. Potrebbero cambiare le abitudini di ricerca degli utenti. Per ora sono dettate ancora dal predominio della televisione generalista. Ma la lunga stagione della tv generalista è ormai al tramonto. Proviamo a pensare: cosa cercheranno i target di riferimento più importanti per gli sponsor della rete (gli adolescenti e gli under 30 principalmente, ma a quel punto anche gli under 40)? Se la grande disponibilità di accesso ai contenuti che hanno ora si tradurrà in una maggiore varietà e specializzazione delle loro ricerche forse gli sponsor dovranno rivedere qualcosa, e di conseguenza il modello di business attorno a Youtube e a servizi simili potrebbe cambiare.

19 dicembre 2008

Quell’unica notizia che ha scelto i suoi media

Filed under: cronache — alessandro @

Ma cosa mi tocca sentire.

“Il Vaticano ha una morale sua, non c’entra più nulla con il cristianesimo”.

La cosa più fastidiosa non è tanto il giudizio sbagliato. Un errore di prospettiva con la discussione si inquadra, si corregge. La cosa più fastidiosa è sentirlo mollare come un rutto in contesti casuali e quotidiani. Solo così tra l’altro si radica, perché in un contesto di confronto razionale si squaglierebbe come neve al sole.

Al posto di quella frase sarebbe andata bene ugualmente un’altra del tipo: vado se no mi chiude la latteria.
Allora io la prossima volta che esco dall’ufficio dirò: “Mi passi quella fotocopia? Il socialismo reale si è rivelato infine per quello che era, l’altra faccia del capitalismo. Buon weekend!”. Ma non mi piace ruttare in pubblico, se non in contesti adeguatamente goliardici.

Sì, la cosa fastidiosa è sentire queste castronerie in conversazioni interstiziali. Uno sta per andarsene al venerdì sera e mentre chiude il computer si sente in dovere di chiarire ancora una volta al vicino di postazione quanto sia succube del moralismo corrente. E prova piacere e conforto nel farlo.

Ma che ne sapete del cristianesimo. Niente. Tacete.

La morale cristiana? Ma cosa volete saperne di quello che dovrebbe essere la morale cristiana. Non sarebbe mai arrivata a voi la notizia di un uomo chiamato Gesù Cristo, se non fosse per la Chiesa e il Vaticano. Quindi rassegnatevi: quella realtà passa soltanto attraverso quello che a voi non piace. Non potrete mai strumentalizzarla per le vostre idee, e benedetto sia il Vaticano, se non per altro, almeno per questo. C’è solo un medium possibile per quella notizia. O così, o niente. Non esisterebbe per voi, neanche come bersaglio polemico. Alla Chiesa e al Vaticano dovete quantomeno la presunzione di credervi adulti in opposizione ad essi.

Pensate ai vostri weekend e lasciate perdere quello che non capirete mai. Non perché non ci arriviate, ma perché non volete investire la vostra energia a capirlo. Siete liberi di farlo, non ve lo ordina mica il dottore di fare diversamente. Ma non parlatene. Non ne avete mai saputo nulla, e non è confortandovi a vicenda nel vostro moralismo che ne saprete qualcosa.

16 dicembre 2008

Buon capodanno ai suonatori

Filed under: le specie musicali,spider report — alessandro @

Il cantautore Federico Sirianni, che seguo da tempo, chiede ai musicisti non professionisti di non suonare a capodanno per lasciare spazio a chi di musica vive e per la musica rischia.

Non è una difesa corporativa, è una richiesta garbata di ossigeno, di spazio vitale. Sono pienamente solidale, anche se confesso che un po’ di anni fa anch’io ho suonato a capodanno. Ma ho almeno due attenuanti: non lavoravo ancora; accompagnavo indegnamente ma con il massimo impegno di cui ero capace un vero professionista, o meglio uno che lo sarebbe diventato e che all’epoca cominciava a cercare, appunto, quello spazio vitale necessario per esprimersi.

È un mondo a parte quello dei musicisti e degli artisti che girano come trottole per accumulare abbastanza serate e scritture per vivere. Sappiamo che in Francia hanno tutele che qui anche i più bravi si sognano. In Italia (ma non solo, a essere onesti) c’è questa idea malata di ritenere la musica un passatempo o una roba per geni. Che sia un lavoro normale che dà il pane a un esercito di sconosciuti è un concetto che non entra facilmente in testa, eppure è la realtà.

L’appello di Federico è una di quelle questioni che mi piacerebbe vedere discutere e propagarsi di blog in blog. È il contesto adatto. Oltre che ai musicisti dilettanti l’appello è rivolto ai clienti – spettatori che possono orientare la loro scelta sui locali che scritturano veri musicisti. Che gli imprenditori facciano un po’ anche gli impresari, come quelli di una volta che magari spremevano i loro artisti ma li sapevano riconoscere e scegliere. Lo facciano almeno in una delle poche notti dell’anno in cui se lo possono permettere, visti i conti che presentano per cenoni che spesso hanno ben poco di diverso da una qualsiasi altra serata al ristorante.

Che ne pensate? Siete d’accordo?

aggiornamento del 17 dicembre

questo è il testo dell’appello:

cari dopolavoristi, musicisti dilettanti (e lo dico con l’accezione più positiva e serena del termine),
scrivo per invitarvi a NON suonare a capodanno, anzi a disdire i vostri accordi con qualsivoglia locale, ristorante, enoteca, club.
a torino e in tutta italia ci sono centinaia di musicisti professionisti, gente che ha studiato anni, che ha alle spalle una gavetta e una trafila mostruosa che quest’anno (soprattutto quest’anno) si trova a piedi in uno dei pochi momenti in cui c’è la possibilità di avere un cachet decente che permetta qualche mese di sopravvivenza in un periodo estremamente critico.
lo dico tra l’altro – giusto per non equivocare – dalla mia posizione privilegiata perchè, per quel che mi riguarda, un ingaggio l’ho trovato, e quindi non sono coinvolto personalmente.
ma moltissimi amici musicisti si sono visti scavalcare da gruppi di dilettanti che contribuiscono a distruggere ulteriormente il mercato, proponendosi a cifre irrisorie, se non addirittura gratuitamente o in cambio della cena o dello spumante.
ora, cari dopolavoristi, visto che bene o male – avendo un lavoro – il vostro stipendio vi viene bonificato mensilmente in banca e i più fortunati s’intascheranno anche la tredicesima, già che durante tutto l’anno solare prendete a colpi di mannaja l’asfittico mercato della musica dal vivo suonando quasi a gratis, almeno a capodanno statevene a casa con le vostre famiglie, i vostri figli, festeggiate con gli amici, sbronzatevi, ma lasciate lavorare chi questo lavoro lo fa sul serio e vive di questo.
cordialmente vostro
federico sirianni

14 dicembre 2008

L’ospite inatteso

Filed under: lo spettatore indigente — alessandro @

l'ospite inattesoIn questo film di Thomas McCarthy (che, apprendo ora da Imdb, ha lavorato molto finora come attore e poco come regista) c’è troppo di facile, ma c’è anche qualcosa di bello. Non è niente di memorabile, ma nella mia esperienza di spettatore senza troppe pretese, lontano dagli entusiasmi e dalle stroncature dei critici, qualcosa rimarrà.

La storia e i caratteri sono facili. Facile l’opposizione tra l’anziano professore americano e il giovane percussionista siriano, facile mettersi a osservare il loro incontro, il loro avvicinamento, la loro amicizia, il sempre maggiore coinvolgimento. Facile il tema della dura vita per gli stranieri senza permesso di soggiorno nel dopo 11 settembre.

Bello, senza pensare a quanto di troppo facile avviene e di troppo politicamente corretto viene suggerito alla riflessione, l’insistere sulla distanza più che sulla vicinanza tra le due realtà umane che si confrontano e che solidarizzano. Lo trovo abbastanza onesto. Le dinamiche degli incontri sono fragili. Sempre, anche tra persone vicine per origine, condizione sociale, cultura, esperienze. Questa fragilità è ben rappresentata nel film e nella maschera da uomo senza qualità di Richard Jenkins.

10 dicembre 2008

Etichettatori o lettori?

Filed under: cronache,news factory — alessandro @

Mi ha impressionato molto il fattaccio di Sestri Ponente, e mi sorprende che la stampa nazionale non se ne occupi più di tanto. Mi sembra che abbia tutte le caratteristiche di una storia eccezionale che può suscitare forti emozioni. Se i giornalisti volessero potrebbero cucinarla in modo da scatenare quelle dinamiche di interesse morboso che conosciamo bene per averle viste tante volte in atto negli ultimi anni.

Credo che ci siano tre motivi principali per cui non accade. Il primo è che il colpevole già si conosce. Il secondo è che la vittima, per quanto malconcia, se l’è cavata. Il terzo è che il pubblico ha già provveduto a classificare mentalmente il fatto nella categoria “stranezze commesse da giovinastri violenti che si friggono il cervello con musica allucinante”.

Eppure l’aggressione è stata di una violenza e di una gravità non comuni. Certi particolari sono veramente agghiaccianti: la premeditazione, il numero dei colpi inferti, la ferocia senza motivo apparente. Come possono arrivare a tanto dei ragazzi che suonano nello stesso gruppo? Se si dovessero accoltellare tutti i chitarristi scarsi sarebbe una strage continua… :-)

Ma il punto è che uno dei motivi principali che porta la gente a sfogliare un giornale o a guardare un telegiornale è un bisogno di rassicurazione. Che non vuol dire necessariamente leggere notizie belle e rassicuranti, anzi. Vuol dire che sfogliando e guardando devo avere subito la possibilità di mettere un’etichetta (un “tag”?) ai fatti. I politici sono inaffidabili, incapaci e corrotti. I preti sono ipocriti. I giovani sono ignoranti e violenti. Internet è il male.
La presentazione giornalistica di largo consumo deve venire incontro a questo bisogno.

Ora ci lamentiamo (giustamente) perché molti giornalisti quando possono impallinano la rete per farla passare come covo di loschi figuri e strumento di nefandezze.
Però a pensarci i giornali hanno sempre cercato bersagli del genere, perché tradizionalmente sentono il bisogno di sintonizzarsi con la paura del nuovo di una buona parte dei loro lettori. È stato buffo e quasi straniante sentire gli speaker dei telegiornali che introducevano i servizi sull’aggressione di Sestri Ponente spiegando che si trattava di una lite degenerata tra componenti di “un gruppo di musica rock”. Che vuol dire? Niente. Perché non dire semplicemente “gruppo musicale”? Perché l’etichetta “gruppo rock” ha avuto una fortuna enorme nel bisogno di rassicurazione di due generazioni di genitori apprensivi.
Poi i servizi andavano più nello specifico e parlavano di “gothic metal” e naturalmente di Marylin Manson. Ma la sostanza non cambiava molto: la clamorosa eccezionalità del fatto viene in qualche modo attutita e digerita. Si rimane sull’orlo dell’abisso, dimenticando volentieri che è un abisso molto vicino. A me interessa sapere cosa è successo tra quei ragazzi che abitano a pochi chilometri da me. E sarò presuntuoso, ma sono certo che la musica che suonavano è solo un’occasione, ammesso che c’entri davvero qualcosa con quell’esplosione di violenza. E se anche la musica “rock” o “gothic” fosse causa parziale, voglio comunque una spiegazione che la tratti per quello che è, un fattore.

Sappiamo distinguere tra la presentazione giornalistica che aiuta a fare domande ulteriori, che quindi chiede di essere superata dalla critica del lettore o del telespettatore, e quella che invece offre soltanto un menu di tag predefiniti da assegnare?

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