Cronachesorprese

31 dicembre 2008

“Pazzaglia” Gilioli vs “Frassica” Facebook

Filed under: cronache — alessandro @

Sani Gesualdi, protettore dei proprietari di boutique, “nabbe” nel 1111 e “morve” nel 1888.
Con deliziose leggerezze come queste Nino Frassica nei panni di Frate Antonino da Scasazza, senza deridere o banalizzare la fede popolare, prendeva in giro i clichet di certe narrazioni agiografiche.

Il post di fine anno di Gilioli mi ha aiutato a mettere a fuoco una caratteristica di Facebook che avevo afferrato ma non definito. Gilioli parla di banalizzazione e di livellamento verso il basso. E mi sembra di vederlo con la manina che sfiora il pavimento, tipo il Pazzaglia di Quelli della Notte. Ma sembra anche un po’ un D’Agostino che si aggiorna e ci spiega il nuovo edonismo facebookiano e la sua insostenibile leggerezza. E se poi il problema è la banalizzazione, beh… come non ricordare Catalano? Come potremmo dire? “Su Facebook è molto meglio avere tanti amici che tanti nemici!”

Non condivido, ad ogni modo, il giudizio drastico di Gilioli. A settembre, dopo che avevo fatto un’osservazione simile sul concetto di amicizia su FB, una commentatrice mi fece notare che in realtà le relazioni sono molto più modulabili di quanto sembra a prima vista, ma pochi usano questa possibilità di tuning. Resta il fatto, replicai, che tutti sono “amici” e poi si vede se sono amici parenti, amici colleghi, amici compagni di scuola e così via. Un limite o una scelta di comunicazione? Dopo tre mesi di partecipazione al network intensa (perché ormai irrinunciabile anche se non particolarmente dispendiosa in tempo dedicato) e, ammetto, emozionante, non lo so più.

Se Facebook sceglie di classificare tutti come amici, dalla moglie a qualcuno quasi estraneo (uno con il quale, come dice Gilioli, “al massimo si è preso un caffè durante l’ultimo governo Fanfani”), significa che sceglie un approccio allegorico. Questa era l’idea che non avevo ancora chiara e che a mio parere qualifica nettamente la descrizione del mondo proposta da Facebook. Allegorico è molto diverso da virtuale, spero che la differenza sia chiara a tutti. Se il concetto facebookiano fondamentale di amicizia è allegorico, lo sono anche gli altri su cui si sono concentrate le critiche di alcuni giornali e dello stesso Gilioli negli ultimi giorni dell’anno. Anche le cause sono allegorie. Anche l’essere fan è un’allegoria. Io sono “fan” del Bloody Mary. Che vuol dire? Che mi piace molto e lo preferisco spesso ad altri aperitivi. Una banalizzazione dell’essere fan? No, un gioco allegorico. Che mi aiuta a dire qualcosa di me agli altri. Una leggerezza più che sostenibile, direi. Siamo sul libro delle facce, no? Un gioco che si mischia al puro cazzeggio di tante cause che non sono cause, di tanti gruppi che non sono gruppi, di tanti test che sono ancora meno seri di quelli dei settimanali frivoli.

Ma anche il cazzeggio dice qualcosa. Il sopraccitato maestro nazionale di questa grande arte nella recente intervista barbarica ha definito il cazzeggio come “la voglia di non prendere niente sul serio e parlare a vanvera a ruota libera”. È simile alla libera associazione ed è un modo come un altro (un modo sociale e popolare) di raccontare qualcosa di sé che forse, quando le cose si prendono troppo sul serio, non viene fuori. Tutto è serio e importante nella vita, ma… ci vuole anche un po’ di leggerezza, altrimenti niente è sopportabile.

Quindi è naturale e, direi, sano che nel libro delle facce (e delle tante facce o aspetti di una persona) il cazzeggio fluisca copioso come in Quelli della notte o Indietro tutta. Senza peraltro esaurire la realtà di Facebook, che è molto di più del semplice cazzeggio, è condivisione, è presenza nella propria rete di conoscenze a dispetto dei limiti di tempo e di spazio. La parte di cazzeggio sarà anche banalizzante rispetto alle amicizie, alle cause, ai gruppi del mondo analogico. Se qualcuno pensa davvero di potersi dire impegnato in qualcosa perché aderisce alla corrispondente causa su Facebook… Sì, in questo caso e solo in questo è banalizzante. Ma in sé non è banale.

Aspetta aspetta, ora vado a vedere se posso diventare fan di Frassica su FB. Intanto guardate l’intervistao meravigliao se l’avete persa, ne vale la pena.

30 dicembre 2008

Psicotribuno

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Beppe Grillo continua a collezionare figuracce, e i grillini continuano a non accorgersene. Il link al post non lo metto perché non se lo merita, vi rimando alla spiegazione di Matteo Moro e a tutti gli altri commenti.

Grillo non usa internet, Grillo è un parassita della rete. Uno che disprezza il senso e la natura della rete e la piega a strumento di consenso plebiscitario, concentrato sulla sua persona. Grillo può dire ciò che vuole, può accusare Google Italia di una ridicola “censura morbida” senza mai essere ripreso da nessuno dei suoi adepti. Cosa c’è di buono in questo? Niente.

Basta una blanda e approssimativa conoscenza di internet per capire, o almeno ipotizzare, che la mancanza della stringa di ricerca “beppe grillo” nelle proposte automatiche di google suggest non può essere una censura. O almeno: prima di ipotizzare una censura attiva bisogna considerare qualche elemento in più, fare delle verifiche incrociate, magari chiedere in giro, visto che internet è piena di punti di vista interessanti su tutto, e in particolare sui meccanismi stessi della rete. Ma, per l’appunto, Grillo con la rete non c’azzecca, come direbbe il suo amico Di Pietro. A Grillo non interessa capire come funziona internet e usarla di conseguenza, a Grillo interessa il consenso, e basta. Da questo punto di vista non è molto diverso da quello che lui chiama con disprezzo lo psiconano. E non è un caso, perché entrambi sono stati protagonisti della televisione negli anni ottanta.

Ora sono curioso di vedere se lo psicotribuno avrà il coraggio di usare questa bufala in uno dei suoi prossimi comizi. Secondo me, per come è fatto, potrebbe strafottersene dello sbufalamento e gridare alla censura da parte di Google anche dalle piazze. Come sappiamo bene dalla degenerazione del costume politico, la sensazione di impunità è una cattiva consigliera.

29 dicembre 2008

Allevi e maestri

Filed under: le specie musicali — alessandro @

Uto Ughi dice che in altri tempi Allevi non sarebbe stato neanche ammesso a un conservatorio. Giovanni Allevi ribatte dicendo che ha passato una vita a studiare e ha superato gli esami di composizione con il massimo dei voti. Difesa spuntata, visto che il violinista parla di conservatori di altri tempi. Ma allora il problema sta nei conservatori, e la sparata malevola si ritorce contro i maestri. Nessuno mi toglie dalla testa che una parte non piccola del problema sta in quelli come Uto Ughi. Sta forse nel fatto che la scuola in cui si impara la musica si chiama ancora conservatorio. Non trovate, per dire, che il termine seminario sia molto più progressista? :-)

La musica del ricciolo a me proprio non piace. La trovo giusto un tantino meno irritante di quelle lagne di Ludovico Einaudi. Però il mio è un giudizio, come sempre, da indigente e non da esperto.
Quindi, incuriosito dalle stroncature feroci ricevute dalla direzione d’orchestra del giovane compositore al senato, ho chiesto a un amico violoncellista di darmi un giudizio tecnico.

Qualcuno ha definito i suoi gesti “ridicoli”. Sei d’accordo?

“Si. Ho visto i due primi brani e mi sono bastati.”

Quali sono tecnicamente i difetti più evidenti?

“Uno che batte il quattro con la testa prima di dare l’attacco con la bacchetta fa veramente ridere! E poi di solito un direttore deve anticipare il gesto, ma Allevi sembra battere il tempo dell’orchestra, nel senso che segue l’orchestra. È un po come quando guidi l’auto: con gli occhi devi sempre anticipare il movimento del volante, devi sempre “dire” all’auto dove hai intenzione di mettere le ruote. Se invece dici ohh, c’era una curva… vuol dire che sei già andato fuori”.

In questo caso c’è una supplenza dell’orchestra alle carenze del direttore?

“In questo caso i musicisti, da bravi professionisti, vanno assieme senza guardare il direttore. Che ci sia questa supplenza è evidente anche da come gli archi grattano per scandire il ritmo”.

E questo quanto incide sullo stile dell’esecuzione?

“Incide sulla sonorità… che è come dire la tua voce, come la dizione per l’attore. E nella preparazione di questi brani la sonorità mi sembra davvero poco curata. Non so cosa ne pensi Allevi, ma a me quelle grattate così aggressive fanno schifo. Pensa se vai a vedere un film e l’attore principale ha una voce gracchiante e sempre uguale. In alcuni punti può essere caratteristico, ma scommetto che dopo pochi minuti il tuo interesse scemerebbe, anche se i dialoghi fossero da Oscar”.

Cosa pensi della musica di Allevi? Io non sono un esperto di musica classica, e non ho neanche un’esperienza di ascolto sufficiente per dire che è un pianista mediocre, come dicono molti. Capisco però chi sostiene che la sua musica non ha niente di originale ed è poco interessante.

“Io non lo conosco molto, ma francamente non trovo nulla di geniale nelle composizioni che ha presentato nel concerto al Senato. Musica così può farla un qualsiasi compositore professionista tutti i giorni, quanta ne vuole. Qualcuno dirà: almeno è piacevole… Sì, perché c’è un déja vu o se vuoi un déja entendu che, pur non copiando, emula stili e armonizzazioni già in uso da almeno un secolo. La cultura musicale italiana è altro! E per guardare ad altre opere contemporanee molto meglio Porgy and Bess, o Candide e altre composizioni di Bernstein a cui Allevi sembra volersi ispirare. Ma anche Adams è senz’altro meglio. L’errore di Allevi è quello di volersi presentare come compositore di musica classica. Se invece pensasse a far soldi come compositore di musica leggera nessuno avrebbe niente da dire”.

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Interessante l’insieme degli interventi sui blog, almeno quelli che ho visto finora segnalati da Blogbabel. Post award per l’argomento a Educazione Cinica.

23 dicembre 2008

La luce degli occhi

Filed under: cronache — alessandro @

Geertgen tot Sint Jans natività

Guardo gli occhi che hanno visto. Occhi di uomo e di donna, di bambino e adulto, di re e pastore. E occhi di animali, che fanno il loro contrappunto, che partecipano come sanno fare. Occhi, il resto è nel buio, perché il resto è buio, come spiega insistentemente Giovanni in tutto il suo vangelo. Ogni discorso in più è storicamente buio: l’unica cosa che conta è l’essere testimoni. Così è sempre stato. Il resto è relativo.

Non è bellissima questa natività? Il probabile autore è un olandese, Geertgen tot Sint Jans. Chi se ne intende la conosce, io l’ho vista per la prima volta quest’estate alla National Gallery e ho deciso che doveva essere il mio post di natale. E non è che manchino natività più illustri, nelle sale accanto: c’è Piero della Francesca, per dire. Ma questa mi ha emozionato di più delle altre. Non c’è devozionalismo, anche l’espressione di Maria ha una naturalezza eccezionale.

C’è l’unico magnetismo che ci deve essere. Questo presepe mi sembra un bel suggello a qualche lieto evento che nel 2008 ha riempito la vita di alcuni cari amici, così come a tutte le discussioni che mi sono state regalate attraverso questo misero blog, piccolo strumento di amore e di passione.

Io, da più di quarant’anni, faccio il mio presepe dove mi sento più a casa. Buon natale a tutti.

21 dicembre 2008

Dove va Youtube

Filed under: il viandante digitale — alessandro @

Esperimenti interessanti come l’orchestra sinfonica di Youtube, con promotori entusiasti e illustri come il compositore cinese Tan Dun, rischiano di essere non coraggiose sperimentazioni, ma soltanto tentativi nobili senza seguito.

I video prodotti dagli utenti di Youtube non sono abbastanza attraenti per gli sponsor. Youtube fatica a trovare un modello di business che gli garantisca redditività senza ricorrere agli accordi commerciali con le major. D’altra parte le stesse major non sono contente, perché dagli accordi non guadagnano abbastanza: non quanto sono abituate a guadagnare. Quindi la Warner ritira i suoi video da Youtube per mancanza di un accordo con Google. Per il momento: poi li rimetterà, perché l’assenza dalla piattaforma di video sharing più usata al mondo vuol dire solo perdere soldi senza possibilità di recuperarli in altro modo. Non sono abbastanza? Ma sono meglio di niente. Troveranno un accordo.

Stando così le cose, mi chiedo se in futuro la possibilità di pubblicare video su Youtube continuerà ad essere libera e gratuita. Se gli sponsor non riconoscono sufficiente valore ai contenuti originali degli utenti si corre il rischio di avere nel giro di pochi anni un guazzabuglio di roba concessa a malincuore dai produttori (quindi promo, canzoni tagliate, materiale d’archivio poco appetibile) e altri contenuti prodotti dagli utenti per promuovere se stessi o qualche loro attività, cose di interesse prevalentemente locale, a pagamento. Non è una prospettiva entusiasmante.

L’unica via d’uscita è un modello diverso: dare libertà agli utenti di pubblicare materiale teoricamente coperto da diritti, quindi registrato dalle televisioni, da supporti digitali vari o anche ripreso dal vivo direttamente dall’utente. Permetterlo esplicitamente, intendo, non con l’attuale escamotage del disclaimer che manleva youtube da eventuali violazioni del copyright da parte degli utenti. I produttori potrebbero accontentarsi di compensi forfettari, riconoscendo in parte il valore promozionale del materiale, e Youtube potrebbe incentivare l’aspetto creativo e interattivo del lavoro dell’utente, le potenzialità di community intorno a contenuti che interessano a tutti, anche agli sponsor.

Però non so. Io penso che in cinque o dieci anni lo scenario potrebbe cambiare sensibilimente. E lo spero anche, naturalmente. Potrebbero cambiare le abitudini di ricerca degli utenti. Per ora sono dettate ancora dal predominio della televisione generalista. Ma la lunga stagione della tv generalista è ormai al tramonto. Proviamo a pensare: cosa cercheranno i target di riferimento più importanti per gli sponsor della rete (gli adolescenti e gli under 30 principalmente, ma a quel punto anche gli under 40)? Se la grande disponibilità di accesso ai contenuti che hanno ora si tradurrà in una maggiore varietà e specializzazione delle loro ricerche forse gli sponsor dovranno rivedere qualcosa, e di conseguenza il modello di business attorno a Youtube e a servizi simili potrebbe cambiare.

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