Cronachesorprese

29 ottobre 2006

World Trade Center

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Una storia minima nella grande cornice dell’11 settembre. Minima, ma vera, dall’inizio alla fine. Non romanzata né drammatizzata. Anzi è lecito supporre che alla ricostruzione del calvario dei due poliziotti, rimasti intrappolati dal crollo della Torre 1 mentre si organizzavano per soccorrere i feriti, manchi ancora molto del dramma reale.
L’Oliver Stone che non ti aspetti: che evita per una volta i grandi affreschi e va al cuore di poche storie singole. C’è da immaginare che l’autore di JFK sia rimasto interdetto di fronte all’eventualità di un affresco dell’attacco alle Twin Towers, e si sia messo subito a cercare qualche punto fermo. Pur da questa scelta di fondo trova il modo di far vedere qualcosa, più che di dire. La disorganizzazione e la tragica inadeguatezza dei primi soccorsi, ad esempio. O il fumo e le polveri che saranno poi oggetto di tante polemiche perché molti non capirono, e qualcuno forse non volle dire, che potevano essere letali quanto i crolli. 
Ma soprattutto la storia minima dei due soccorritori, salvati quando stavano per perdere le forze e la speranza,  giunge a una via d’uscita, in molti sensi. Anche qui parlano i fatti, i numeri snocciolati alla fine del film e la sequenza degli eventi. L’11 settembre del 2001 sono morte nell’attacco alle twin towers 2749 persone. Soltanto 20 sono state estratte vive dalle macerie, a prezzo di fatiche inenarrabili e di altri morti. Il film mostra la determinazione dei soccorritori nel voler salvare, insieme alle vite umane in gioco, un valore che era direttamente oggetto dell’attacco terroristico. Ammazzarsi di fatica, mettere a repentaglio la vita stessa, ma se non fosse stato fatto avrebbero avuto ragione i kamikaze, quelli che negano la loro stessa vita pur di affermare che le vite di migliaia di persone non valgono nulla. Peccato che a questa grande pagina di civiltà abbiano fatto seguito le guerre in Afghanistan e in Iraq, che quel principio hanno di nuovo messo in discussione. Ma questo non si potrà imputare alla squadra della polizia portuale di New York.

26 ottobre 2006

La sconosciuta

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Gli ingredienti per un film di Tornatore

- gli occhi di un bambino
- il sesso come iniziazione alla vita, in positivo o in negativo non importa
- un cattivo vero, senza nessuna sfumatura di umana pietà o debolezza
- il tema dell’esilio e del "nostos", l’ulissesco ritorno a un dove, o a un chi, o a un quando (tornatore, nomen omen)
- il drammone a un certo punto, all’inizio, o alla fine, o in mezzo, o un po’ ovunque
- la memoria e il ricordo, i beni più preziosi da conquistare soffrendo, crescendo, imparando, viaggiando… e anche di più (vedi Una pura formalità)

Non è una stroncatura, tutt’altro. Quando torno a Tornatore mi rendo conto di vedere sempre lo stesso tema calato in storie diverse. Ma sono storie interessanti. Tornatore sa raccontare, sa emozionare. E questa volta racconta una realtà difficile, scomoda. Attraverso una storia improbabile, come sempre sono le sue storie, ma esemplare.
Andate a vederlo. Non portate bambini, c’è troppa violenza. E non portate neanche mogli o amiche in gravidanza: non è un film per loro, e non vi dico perché.

24 ottobre 2006

Decido anche per voi

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Ieri sono stato alla presentazione del progetto Decidi della Provincia di Genova. Spiego l’idea in due parole, poi ritornerò sui singoli aspetti. La giunta provinciale sottopone al voto diretto dei cittadini che si iscrivono, nei tempi e nei modi stabiliti dal progetto, alcuni capitoli di spesa del bilancio per stabilire il come, più che il cosa. Ad esempio. Si stanziano i fondi per costruire degli asili. Ma in quali zone del territorio provinciale è più urgente e conveniente costruirli? Si dà una rosa di possibilità e si chiede al cittadino di esprimersi.

Attenzione: il parere è vincolante. Non importa se il risultato della consultazione incontra il favore degli assessori, la giunta non potrà eluderlo.
È un esperimento interessante di e-democracy, che sarà tentato non soltanto a Genova ma anche in altre sette province.
In quanto sperimentazione presenta molte incognite. L’entusiasmo di Mario Adinolfi, il blogger che ha partecipato ieri sera alla tavola rotonda di presentazione, è in parte giustificato per la sua storia personale, ma è anche un tantino eccessivo. Io per il momento vedo in queste iniziative soltanto un valore educativo alla partecipazione. Ma il percorso individuato (per la scelta e la presentazione dei casi da sottoporre alla consultazione, il dibattito nei forum, la votazione) potrebbe anche funzionare, rivelarsi davvero utile. Queste iniziative, peraltro, sono una novità in Italia ma non in altri paesi europei.

Io credo nel valore dell’informazione. La corretta informazione è premessa indispensabile per la partecipazione. Il mio dubbio principale è questo: il cittadino partecipante sarà sicuramente stimolato a informarsi meglio di quanto non sia abituato a fare. Ma la scelta originaria può essere condizionata da una discriminante ideologica. I partecipanti dovranno vagliare criticamente, in primo luogo, le scelte e le alternative proposte.

Quindi insomma, ho pensato di iscrivermi. Parteciperò alle fasi di discussione e consultazione, e racconterà su questo blog pregi e difetti, potenzialità e limiti di una iniziativa che, in ogni caso, valuto non demagogica, positiva e coraggiosa.

23 ottobre 2006

Analisi del mezzo gaudio

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"A casa già ci sono, e sto benissimo". Questa la replica di Prodi alla sparata comiziale di Berlusconi. Ma il giorno prima sempre Prodi aveva detto: "Una finanziaria seria deve scontentare tutti". E allora perché lui è contento? Non ci siamo.  Allora, se a casa sta bene, mandiamolo a Putin.

22 ottobre 2006

Solo una rete è credibile

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A proposito di blog influenti. Massimo Mantellini fa il punto, con la consueta chiarezza, sul peso dei blog nell’informazione. Porta l’esempio della "scoperta" da parte di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, del collegato alla finanziaria che implicava una variazione alla legge sul diritto d’autore che, per il momento, sembra scongiurata proprio a seguito della discussione innescata su Wittgenstein. Ripresa da centinaia di altri blog, ma non solo: rimbalzata abbastanza velocemente sui giornali e su altri media. Soltanto cinque anni fa, osserva Mantellini, la petizione promossa in rete contro un provvedimento sulla stessa materia (e di miopia e pericolosità simili) non ha fatto molta strada. Non c’era l’attenzione che c’è attualmente sui blog e sulla rete in generale: oggi i giornalisti, ma anche i politici, si adeguano e guardano con più considerazione una realtà di cui hanno sempre diffidato. Sarebbe dunque incominciato un processo di accreditamento che in breve potrebbe portare a cambiamenti significativi nel modo di fare e di porgere informazione.
Si potrebbe obiettare che Luca Sofri è un giornalista nato e residente su altri media prima che su internet, ed è quindi più facile per i contenuti veicolati da lui "passare" alla carta o all’etere. Ma che Wittgenstein sia un blog influente nessuno lo metteva in dubbio, e a maggior ragione dopo questo episodio.

Il pericolo, prosegue Mantellini, è "applicare alla rete le gerarchie comunicative alle quali siamo stati fino ad oggi abituati". E porta l’esempio di Bruno Vespa che a un convegno pretendeva di sapere da un blogger quali fossero i cinque blog più importanti. La stessa domanda alla quale immaginavo di non poter rispondere, qualche giorno fa. Sì, è un pericolo, ma è un pericolo relativo. La storia della comunicazione su internet, finora, dimostra ampiamente che gli schemi televisivi applicati al web non funzionano. Tutti i portali generalisti spuntati come funghi intorno al 2000, che si immaginavano di diventare "da grandi" gli ammiragli del web italiano, sono miseramente naufragati o si sono rassegnati ad essere costole della televisione da cui sono nati, come jumpy.it. Non funzionano sulla rete gli schemi della comunicazione monodirezionale, forgiati su un’interattività inesistente o embrionale. Ci sarà sempre, o meglio per molto tempo ancora, il Vespa di turno che cercherà di applicare questo schema, ma è praticamente un riflesso condizionato che non incide sulla realtà, perché è completamente superato dai fatti.

Volendo proseguire il ragionamento di Mantellini, direi che non sono Wittgenstein o altri a essere influenti di per sé, ma è la rete di blogger che si è creata con loro ad esserlo. Un blog da solo non fa nulla. Se i contenuti di alcuni blog passano più facilmente rispetto a cinque anni fa su altri media, è perché le connessioni tra i blog sono diventati salde e meno labili. Un blog, al di là di tutte le definizioni che lasciano il tempo che trovano, è un nodo vivo e personale. Se migliaia di persone tengono in piedi i loro blog per due, tre, quattro anni di seguito, interagendo tra di loro, diventa sempre più difficile far finta che non esistano, o pensare che il tempo e le energie personali investite non siano paragonabili, complessivamente, a quelle necessarie per informare attraverso un giornale o una radio. O che almeno non siano un pezzo di realtà interessante e qualificato da interpellare, per cercare le notizie. In fondo i giornalisti, quando cercano le notizie, non cercano solo archivi di dati ma cercano anche delle persone: cercano le loro opinioni o la loro capacità di essere testimoni. Su internet, e soprattutto sui blog, trovano tutto: dati, persone, opinioni, testimonianze.

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