Cronachesorprese

29 settembre 2006

Non legge, guarda le figure

Filed under: il viandante digitale — cronachesorprese @

Dopo Passigli e Urbani anche il parlamentare Enrico Nan è caduto nella rete e propone di limitare per legge l’accesso ai siti pornografici: vincolarli a un’iscrizione che certifichi la maggiore età del navigatore, vietarne la pubblicità e altro. Questo soprattutto per proteggere i minori, bambini in particolare, che per sbaglio possono imbattersi in immagini poco edificanti. Ma:
- che senso ha proporre una normativa nazionale su una materia del genere, quando i siti italiani sono veramente una goccia nell’oceano?
- perché i genitori parcheggiano i bambini davanti alla televisione e, ora, anche davanti a internet e pretendono che la legge faccia quell’azione di tutela ed educazione che loro non vogliono fare?
- perché per i politici italiani, di qualsiasi schieramento, la rete è sempre e soltanto qualcosa da limitare, o al massimo una parola di cui riempirsi la bocca?

28 settembre 2006

A signature for Ratzie

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Il papa più sgarzolino degli ultimi cinquecento anni, che quanto a fichezza ha qualcosina da invidiare giusto a Jean Paul Secondò, ha molti amici. Amici né stupidi né interessati: amici suoi perché condividono la sua definizione di ragione. Che è qualcosa di davvero rivoluzionario, altro che quelle bazzeccole che hanno scandalizzato gli scandalizzati professionisti.
Invito anch’io ad aderire all’appello di conilpapa.net. Forza, che la vita è troppo breve per andare dietro ai pensosi ciurlatori che presidiano gli editoriali di prima pagina.

19 settembre 2006

Come ti inquino il link

Filed under: forse cercavi — cronachesorprese @

Un altro esempio di sponsored link tremendamente invasivo. E un altro ancora. La brutta abitudine di inquinare i collegamenti ipertestuali sta prendendo piede, e non è più limitata agli spam site. Così si stravolge completamente il contenuto. E per un sito che vuole essere di informazione è ancora più grave.
Ribadisco quanto già detto in un post precedente: gli inserzionisti sul web non dovrebbero invadere il contenuto. L’Internet non è la televisione: in un istante si finisce in una black list dalla quale è difficile poi uscire, l’utente ha gli strumenti per punire e non perdona. La via maestra per una pubblicità non molesta è l’identificazione degli spazi da destinare alle inserzioni coniugata alla pertinenza. Il link è l’essenza di internet. Inquinarlo equivale a rompere il giocattolo. È come versare petrolio in mare e impedire lo scambio vitale di luce e ossigeno tra il fondo e la superficie.

l’immagine è tratta da greenpeace.it

18 settembre 2006

L’ Angelus dell’ eccheccazzo

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Il mondo si divide oggi tra chi pensa che Ratzie abbia chiesto scusa a sufficienza e chi pensa che dovrebbe fare di più. Poi c’è una sparuta minoranza (nella quale mi riconosco) che sta constatando, con un po’ di apprensione, che il dogma dell’infallibilità si è ormai trasferito dal Pontefice ai giornalisti (e solo a certi giornalisti, inutile sottolinearlo) nell’esercizio delle loro funzioni. Apprendiamo che un testo di agenzia scritto con i piedi, forse in dieci secondi netti, forse da un inviato annoiato dalla dotta dissertazione a Regensburg, è da considerarsi più autorevole in teologia di un Papa che incidentalmente è anche un teologo con i controcazzi. Apprendiamo che è proprio il Papa a dover chiedere scusa (ma di cosa?), e non un giornalista che ha fatto male il suo lavoro. L’odierna casta degli scribi (che è formata solo da un’elettissima parte di quelli che si chiamano giornalisti, praticamente una specie di collegio cardinalizio) coltiva un mito pericolosissimo e stantìo, che i testi sacri chiamano il "senso della notizia". In base a questa falsa e perniciosa credenza, un inviato può considerarsi esente dal capire dove si trova, cosa sta succedendo, di quale fatto è testimone, qual è il contesto. Provvederanno le sue infallibili antenne ad attivare l’Intelletto Agente sovrapersonale della sua casta nel momento dell’epifania della Notizia, destandolo dal suo torpore e trasformandolo nel terminale ultimo della grande macchina dell’Informazione mondiale. Che è tarata sul minimo sindacale di verosimiglianza e sul massimo di sensazionalismo.

Non ha importanza dunque che chi ha riportato la citazione utilizzata da Ratzinger abbia fatto un pessimo lavoro. Purtroppo, nel momento in cui viene ripresa da tutti i media di tutto il mondo e comincia a produrre gli effetti abbastanza ovvi di fraintendimenti e strumentalizzazioni interessate dei fraintendimenti, l’errata interpretazione si sostituisce al fatto di cui doveva essere testimonianza. E non si finisce più. Perché anche l’Angelus di ieri, in cui il Papa ha detto, in sostanza, che chi ha riportato quella citazione non ha capito nulla e ha fatto un pessimo servizio alla verità e al dialogo interreligioso che mai come in questo momento è essenziale per la pacifica convivenza, viene misurato dalla stessa casta secondo il grado di "scuse". Quanto ha chiesto scusa il Papa? Lo ha fatto davvero, lo ha fatto a sufficienza, ha "rimediato"? Un criterio ancora una volta distorsivo, imposto dal diktat del New York Times, che ha deciso unilateralmente, direi ex cathedra, che le scuse erano doverose. E invece Ratzie non ha chiesto scusa, e sarebbe stato assurdo che lo facesse. Ha detto una specie di eccheccazzo, state un pochino più attenti quando parlo, se proprio ne volete scrivere qualcosa.

Sarei curioso di sapere quale è stata la posizione dello stesso New York Times all’epoca delle vignette su Maometto. Non ricordo, ma ricordo bene che molti altri giornali, europei e nordamericani, si sono giustamente indignati perché le reazioni a quelle vignette erano un attentato alla libertà di stampa e di espressione. In questa circostanza, invece, sono pochissimi quelli che dicono chiaramente che è uno scandaloso attentato alla libertà di espressione imporre al Papa le scuse per il contenuto di una lezione accademica. L’Università non è il luogo in cui si forma e si custodisce il libero pensiero e la libera controversia? Ratzinger è anche un professore. Non è libero un professore di fare tutti gli esempi che vuole nelle sue lezioni? Possibile che nessuno veda e sottolinei quale pericolo per la libertà di tutti consegue dall’imporgli una rettifica?

14 settembre 2006

Bowling for Montreal

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Sparatoria in un college a Montreal, due morti, decine di feriti. Caro Michael Moore, come la mettiamo?
Chi ha visto Bowling for Columbine sa di cosa sto parlando. In quel film documentario Moore parte proprio da una strage avvenuta in una scuola e, nel tentativo di spiegare l’eccesso di violenza nella società americana (e l’ossessione della difesa personale a tutti i costi, che causa ogni anno molte vittime per eccesso di difesa) fa un viaggetto in Canada. Per vicinanza geografica, condizioni economiche e tanti altri motivi la situazione potrebbe essere simile a quella degli Stati Uniti. Va a vedere e scopre, o dà mostra di scoprire, una specie di paese fatato dove l’incidenza dei crimini con violenza sulle persone è minore che in quasi tutti gli altri paesi del G8, la gente non chiude la porta a chiave e insomma, stanno tutti belli tranquilli, sorridono al vicino, peace in the neighborhood.
Non voglio sminuire le responsabilità enormi e le mani insanguinate delle lobby di fabbricanti d’armi americani. Però c’è uno schema, nella tesi di Moore, che non regge o non è sufficiente. Due ragazzi vanno al bowling, uccidono tre persone, poi vanno in una scuola, ammazzano tredici loro amici e coetanei, un professore e poi si uccidono. Colpa delle lobby, della pressione sociale ad armarsi, delle breaking news ossessionanti che creano la paura del diverso e del criminale e in fondo giustificano, almeno nella parte irrazionale, l’aggressione all’Iraq che altrimenti non avrebbe possibilità di essere accettata anche dagli avversari di Bush. Dice Moore. Non dico che questa analisi non sia adatta a identificare problemi seri. Dico che non basta. E mi dispiace che oggi ci sia una smentita così drammatica a questo schema, avrei preferito naturalmente qualcosa di diverso. Non basta la paura radicata da generazioni e coltivata ogni giorno dalla televisione. Non basta la guapperia del pistolero, la reputazione da intrepido che sa farsi giustizia da solo, immagine mai davvero sanzionata socialmente negli Stati Uniti. Non basta, e sarebbe colpa e responsabilità grave di educatori e politici fermarsi a questa analisi.
Perché anche quei ragazzi violenti, deboli e disperati non sono la semplice risultante di condizioni sociali ed economiche. Non è questo, non è questo. Grazie Moore, ma cerchiamo ancora.

l’immagine è tratta da eartlink.net

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