Cronachesorprese

29 luglio 2006

Titoli

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Ho appena appreso dal tigiùno che Alda Merini è "la più grande poetessa italiana". Non si finisce mai di imparare. Qualcuno da qualche parte stabilisce che in Italia ci sono un poeta e una poetessa (sapete, questione di categorie, come nell’atletica: non possono correre insieme) più grandi degli altri. Un po’ come per lo scudetto dell’Inter di quest’anno.
E i telegiornali, per dovere di cronaca, non fanno altro che riportare. Grazie, grazie.

27 luglio 2006

L’apocalittico Giacomo

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La Settimana Enigmistica fa pubblicità in televisione. Poi sarà la volta delle cavallette, delle tenebre perenni e squilleranno le trombe del giudizio.

14 luglio 2006

Iperrealismo delle keyword

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È la prima volta che mi capita di vedere una cosa simile: Newsland ha cominciato, non so da quando, a usare i testi dei post sui newsgroup per evidenziare parole chiave che rimandano a inserzioni pubblicitarie. In altre parole, se una parola pubblicata da un autore qualsiasi su un newsgroup rientra in un elenco di keyword acquistate dagli inserzionisti di Newsland, la parola diventa un link all’inserzione. Esempio: su it.arti.musica.spartiti un tale ha postato testo e accordi di L’amore conta di Ligabue? Benissimo, dice Newsland: evidenzio la parola amore tutte le volte che ricorre (una bella cifra, venti volte) e ne faccio un link a pubblicità di siti di agenzie matrimoniali e incontri online; dalla parola viaggio rimando naturalmente a inserzioni di agenzie di viaggio. Che bellezza…

Si dirà che è una fatale evoluzione della pubblicità su internet: del resto google fa comparire la sua famosa barra destra con le inserzioni dappertutto, non solo nelle pagine di ricerca e nei siti che accettano l’affiliazione ma anche nei messaggi di posta di gmail.
A me non sembra proprio la stessa linea. Google ha sicuramente raggiunto tecniche molto sofisticate di profilazione: non voglio neanche sapere incrociando quali dati, ma sta di fatto che gli annunci che appaiono sulla destra delle ricerche che faccio e delle mie mail sono sempre molto pertinenti e, in molti casi, interessanti. Però il confinamento delle inserzioni nella barra destra mi lascia libero. Anzi, poiché le inserzioni sono spesso interessanti, mi danno la possibilità di estensioni proficue alla navigazione. Insomma, non solo non mi danno fastidio, ma comincio seriamente ad apprezzarle. Con la barra destra di google ho scoperto servizi web che forse non avrei mai raggiunto, perché alla fine non riesco per mancanza di tempo e voglia a fare tutte le ricerche mirate che vorrei fare.

La pubblicità invade, da quando esiste, e non può fare altrimenti. Invade spazi: muri, mezzi pubblici, pagine di giornali, schermi televisivi e pagine web.
Le forme di invadenza variano da mezzo a mezzo. L’invadenza non può essere tale da far fuggire il destinatario del messaggio (che, non si dirà mai abbastanza, non coincide necessariamente con il potenziale cliente) ma non può neanche rinnegare se stessa: deve invadere, e trovare le occasioni e lo stile di invadenza più proficui.
Secondo me l’invadenza della pubblicità su internet dovrebbe avere un limite invalicabile, il contenuto: inteso non solo come testo, ma come progetto grafico ed editoriale. Le inserzioni dovrebbero stare in spazi appositi definiti dal progetto. Ciò che fa newsland è, da questo punto di vista, profondamente scorretto: perché è un’interferenza sul contenuto dell’autore, che non ha niente a che fare con Newsland e con qualsiasi sito decida di pubblicare i contenuti dei newsgroup. Le discussioni sui newsgroup sono notoriamente a formattazione zero perché viaggiano normalmente su protocolli di posta, non su http, anzi esistono specifiche di formattazione convenzionali per chi frequenta abitualmente i newsgroup, come gli asterischi per il grassetto. Il servizio che fornisce Newsland è la possibilità di leggere i newsgroup via web, cosa molto utile: dovrebbe fare molta attenzione a non adulterare il suo servizio principale. Aggiungere formattazione significa alterare il contenuto, che non è di proprietà di nessuno. Se un sito decide di sviluppare contenuti propri ci può anche stare che identifichi delle parole calde che rimandano a inserzioni pubblicitarie. Ma in quel caso i testi, oltre ad essere di proprietà del sito, saranno anche predisposti a questa funzione. Se invece prendo il mare magnum dei newsgroup e ne frullo tutti i contenuti filtrandoli attraverso un elenco di keyword, può succedere di tutto, creo collegamenti ipertestuali a caso che non rispettano la specificità del contenuto e non è detto che siano particolarmente premianti per gli inserzionisti. Non sarò io a premiarli, se non altro.

Poi la strada la trovi da te…

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Soltanto per caso mi ritrovo a citare Calvino due volte a distanza di due giorni, ma più passa il tempo più mi convinco che Le città invisibili sia un libro fondamentale. Perché una città non può essere qualcosa di univoco. Anzi il bello della città è che ogni abitante o visitatore ha il suo modo di viverla e di percorrerla. La città non definisce i percorsi degli abitanti, la città è la risultante dei percorsi di chi la abita e la frequenta.

Io abito da vent’anni, più o meno continuativamente, nella stessa città. La conosco, l’ho percorsa tanto. La conosco più di tanti che ci sono nati, come è naturale: quelli hanno da sempre la loro tana; io ho passato molto tempo a cercare una tana o, se si vuole, un assestamento abitativo e occupazionale. Non mi piacerebbe avere una tana. Nonostante sia tendenzialmente un animale stanziale, non mi piace rintanarmi.

Io mi sono fatto la mia mappa di questa città. E poiché l’ho girata spesso con il tuttocittà in mano, imparando i nomi delle vie principali e le caratteristiche di ogni quartiere, vivo nell’illusione che la mia mappa sia una mappa oggettiva. E invece no: continuo a imbattermi in città diverse. Se mi dicono "abito nel palazzo con l’insegna opel", sicuri di darmi un’indicazione certa (lo vedi dalla mimica facciale, non puoi non capire, dicono…), io mi rendo conto di non parlare con un concittadino. Chissà in che città abita, uno che ha una mappa così. Poi ci passo, sotto il palazzo con la gigantesca insegna opel, realizzo che negli ultimi vent’anni devo averla vista (cioé deve essere entrata nel mio campo visivo) decine di migliaia di volte. Ma, nonostante questo, è in un’altra città. Nella mia mappa non risulta. E non si dica che la mia mappa è meno attendibile di quella con la Opel. Perché potrei tirare fuori particolari di un’esattezza implacabile, non sullo stesso palazzo ma sulle sue immediatissime vicinanze.

Se avessi un approccio scetticista o soggettivista al problema della conoscenza (avrò tante sfighe, ma questa no) potrei mettere in dubbio l’esistenza della città. E invece, poiché sono realista e amo la realtà più delle mie percezioni, dico che la realtà della città è tanto grande che la mia amorosa attenzione ad essa è sempre, tanto o poco, selettiva. Le città invisibili sono quelle che insistono sulla città che conosco, ma sono città che ancora non conosco; e che pure mi sono familiari, ancora non so come e quanto.

11 luglio 2006

Playing different tunes

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Provo a scrivere una cosa io su Syd Barrett prima di leggere tutte le commemorazioni che alluvioneranno rete e televisioni tra stasera e domani. Anche se non sarà niente di originale, voglio provare a scriverla così come mi viene.

Vittime degli eccessi del rock, psichedelici e non, dalla fine degli anni 60 ce ne sono state tante. Ma Barrett Ha pagato molto caro, più che la propensione generazionale allo "sballo", il suo istinto di innovatore. La sua voglia di svecchiamento. La sua passione. L’ha pagata più di uno come Jimi Hendrix, che ha avuto il "privilegio" di una morte gloriosa sul palco e l’immediata trasfigurazione nella leggenda. O di Jim Morrison. Il privilegio e la condanna di Syd, è stranoto, convergono in una sorta di coincidentia oppositorum, nell’essere stato Dark side per tutta la storia dei Pink Floyd. Sempre citato, sempre presente nelle dediche più pesanti e significative. Ma ormai in un’altra dimensione. Non leggendaria. Syd ha rappresentato la quotidianità di una sconfitta e di una debolezza insuperabile e per niente gloriosa, a lato di un mondo artistico che ha sempre preferito rappresentare la morte come annientamento e distruzione apocalittica. O come rivendicazione sociopolitica, al massimo: pur sempre un grande e spettacolare incendio. Non avrebbero dovuto esserci parole per una vicenda di scivolamento progressivo dall’opulenza immaginativa all’impotenza creativa come quella di Syd, non avrebbero dovuto esserci motivi e occasioni per storie così nella musica che lui stesso aveva contribuito a lanciare in orbita e nel confronto con la società e con la storia. E invece il caso Barrett costrinse a trovarle, forse per la prima volta.

Così la mancanza di Syd si canta e si celebra da più di trent’anni, immortalata in quel monumento sonoro che è whish you were here, e voglio vedere che parole potrà generare ancora. Syd è uno di quelli la cui vita era per tutti la percezione della sua lontananza. Come è possibile che possa mancare, da oggi, più di così?

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