Cronachesorprese

29 aprile 2006

Lettera a un anniversario mai nato

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Le schifose contestazioni all’interno delle manifestazioni per il 25 aprile a Milano non devono essere ritorte strumentalmente contro il prossimo governo. Sarebbe un’operazione della stessa pasta: schifosa, indigeribile. Sarebbe lo stesso errore: il 25 aprile è una ricorrenza che richiama valori fondativi. E allora non bisogna usarla per nessun altro scopo. Usarla per altri scopi è proprio della cattiva utopia che ha inquinato la ricorrenza dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Non c’è mai stata una vera celebrazione del 25 aprile. Se dopo 60 anni di democrazia non è ancora chiaro, lampante, cristallino che è indecente cacciare chiunque dal corteo del 25 aprile, tanto meno un avversario politico, vuol dire che per una ragione o per l’altra (o meglio con pretesti sempre diversi) la ricorrenza non è mai stata celebrata come dovrebbe essere celebrata. È, se si vuole, il fallimento della celebrazione laica, con buona pace delle buone intenzioni di Ciampi, perché la pretesa laica di fondare valori fallisce dove tenta di costruire il sacro (perché una ricorrenza come quella del 25 aprile tende naturalmente alla dimensione del sacro, sia per la memoria dei caduti, sia per il valore fondativo che ha per la comunità): ne è incapace, strutturalmente. E quindi può essere celebrazione, può richiamare valori fondamentali, può essere condivisa solo fino a un certo punto, non compiutamente.

Io non ho mai partecipato a una manifestazione del 25 aprile. Non sono mai stato portato per mano dai miei genitori in un corteo, o davanti alla lapide di Il sentiero della libert√† (Liceo Scientifico Sulmona)un partigiano. Ma chiunque conosca me e la mia famiglia non può dubitare che per me il 25 aprile sia fondamentale. Se ciò non è mai accaduto, è perché la festa è sempre stata inquinata, e la mia famiglia, come tante altre, ha subodorato l’ambiguità e se ne è tenuta lontana. Dispiace dirlo, ma è cosi. Dispiace anche constatare, peraltro, che non si sia mai creata una reazione accettabile a questa sottile violenza, al punto da far pensare a molti che sia normale, in fondo, che la festa di liberazione sia la festa di una parte. Non è normale, è abnorme, e bisogna cominciare a dirlo. Non è mai troppo tardi: la memoria è importante. Ma la memoria ha bisogno di occasioni concrete, non ambigue. E queste, diciamocelo, non sono state porte in 60 anni con grande facilità. Non può dunque essere accusato di scarso impegno o scarsa memoria chi non ha mai partecipato. Anzi, probabilmente chi ricorda fin troppo bene ha avuto sempre qualche buon motivo per non partecipare.

Spero che la giusta repulsione che si prova per l’ostracismo fascista alla Moratti e a suo padre contribuisca a far maturare presto il primo vero anniversario del 25 aprile. Da tempo desidero trovare un modo per esserci. Ogni anno spero ingenuamente di poterlo fare, ma ogni anno c’è qualcosa che me lo impedisce, ogni anno c’è qualche motivo per cui non mi sento libero di farlo. Sarei davvero felice di poter celebrare, un giorno, la mia prima festa di liberazione. Non la mia personale festa di liberazione, quella la celebrerò con altre modalità e in altri luoghi. Il 25 aprile ha senso se è una celebrazione collettiva. Quando si creeranno le condizioni perché sia davvero la collettività a celebrarla, non mancherò, per niente al mondo.

12 aprile 2006

Not in my name

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Sono un non votante adulto e consapevole, tutt’altro mondo rispetto allo scrutatore non votante messo garbatamente alla berlina dal buon Samuele Bersani. Ci tenevo a esprimere il mio dissenso alla maggioranza uscente senza dare il consenso a una maggioranza entrante che non mi rappresenta e non mi rappresenterà mai. L’unico modo era l’astensione. Non è la prima volta, per me. Non ho votato neanche nel 1996, per la stessa identica ragione. Ho votato nel 2001, perché esisteva allora la possibilità di votare senza identificarsi in uno dei due schieramenti. Analoga scelta ho potuto fare nel 1994. Quindi: dal 1994 non ho mai votato alle elezioni politiche per nessuno dei due schieramenti principali. Penso di essere una mosca bianca, ormai, se si escludono quelli che non votano per puro disinteresse o per fede anarchica dura e pura.

Sono un potenziale elettore di centrodestra, irriducibilmente alternativo alla sinistra. Oggi lo schieramento non è all’altezza dei suoi elettori potenziali e reali. Non penso che la sinistra sia il male, ma ritengo che la questione più urgente per tutti sia che il popolo che non sta a sinistra prenda coscienza di essere popolo, di meritare rappresentanti migliori e di non essere definito in niente da tutto quello che a sinistra si dice di lui. Da questo punto di vista sono molto contento che la vittoria del centrosinistra sia così risicata. Perché è la sconfitta definitiva dei moralisti che per cinque anni hanno ripetuto ma come ha fatto a vincere, ma chi l’avrà mai votato, ma come si fa a dare fiducia a questa gente, eccetera. Senza rendersi conto che è proprio questo moralismo a rendere ancora impraticabile, oggi, una vera alternanza. Non si possono confrontare i programmi razionalmente, finché non si mettono a posto le questioni antropologiche che impediscono a una parte di guardare in faccia l’altra e riconoscerla come avversario normale e legittimo.

Ho parlato con diversi conoscenti di sinistra che a una settimana dal voto erano ancora indecisi se andare a votare o no, perché ritenevano che il programma e il leader del centrosinistra non rispecchiassero sufficientemente una certa pulsione massimalista, direi robespierriana a una "pulizia" che ha tutta l’aria di essere una nevrosi. C’è gente davvero convinta, per dire, di aver rischiato in questi anni una svolta autoritaria. C’è gente che teme davvero il regime. C’è gente che crede davvero che Sabina Guzzanti e Michele Santoro siano dei perseguitati. La cosa un po’ comica è che questa gente ha mostrato nell’ultima fase della campagna elettorale dilemmi sconcertanti: da una parte mostrava indecisione a votare, perché quel leader, insomma, è troppo democristiano, come se fosse una malattia e non la meno scassa cultura di governo espressa dal paese nel dopoguerra, fino a prova contraria; da un’altra parte gridava "al lupo al lupo, non possiamo permetterci altri cinque anni così" per convincere gli altri indecisi a votare. Tutta questa schizofrenia, ovviamente, alla luce del sole, nella migliore tradizione delle terapie di gruppo inconcludenti e autolesioniste di cui solo la sinistra old style è capace. Che poi si stupisce se una buona metà degli italiani preferisce dare altre chance a un governo che non ha governato come aveva promesso, piuttosto che dare via libera a una parte che mostra di essere ancora ingabbiata in queste pulsioni. Il segreto dell’urna rimane per molti una gran bella opportunità per mandarla dove merita: e la vigliaccheria, come vorrebbe un luogo comune montante, non c’entra, il punto è che nessuno ha voglia di sentirsi rompere le palle dai moralisti.
 
Dunque l’Unione ha vinto, ma questa pretesa ideologica, per fortuna, ha perso, ed è la cosa migliore che sia successa ieri a sinistra. A destra, il popolo si libera di un fardello. E cresce.


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